| |
|
mercoledì, novembre 23, 2005
Via Sebastiano del Piombo, proprio sfortunata
di Agnese Galeotti
Evidentemente, la targa toponomastica di Via Sebastiano del Piombo, nel Quartiere Pilastro, è nata sotto una cattiva stella.
All’inizio, dopo che le opere di urbanizzazione erano state ultimate e gli abitanti avevano preso possesso dei fabbricati costruiti nella zona, gli stessi, per indicare la nuova via, misero una targa di cartone per segnalare la loro via, segnalata con una foto su questo quindicinale a suo tempo. Successivamente, dopo che l’Amministrazione aveva provveduto a collocare sul posto, la normale targa di metallo, gli operai misero la targa medesima in maniera che era diventata la “banderuola” del quartiere. Infatti, la stessa ad ogni colpo di vento, cambiava di posizione e non si capiva più dove era l’ubicazione della via, ora a destra, ora a sinistra, ora su, ora giù. Dopo ulteriori lamentele e segnalazioni, la targa di che trattasi, era stata fissata in modo stabile e non più costretta a mutare direzione a ogni colpo di vento. Dalla foto allegata, si può ammirare, come i soliti operai del solito ufficio, abbiano, anche questa volta, collocato la targa in modo sbagliato. Ossia una parte non si vede. Speriamo che in un prossimo futuro, la targa di Via Sebastiano del Piombo, possa ricevere una degna sistemazione, minimo che sia leggibile e possa svolgere la sua funzione.
Agnese Galeotti
Qualche consiglio
di Bruno Matteacci
A Porta Faul sono stati messi dei segnali stradali atti a snellire il traffico, ma qualche funzionario del Comune di Viterbo, ha messo un segnale, sulla sinistra della porta, prima di uscire, indicante che il traffico è consentito in uscita e a sinistra.
Burlone!, a quel punto è consentito solo uscire dalla porta di Faul e girare a destra, come indicato dal cartello posto sulla destra. Il cartello, con l'indicazione che contesto, deve essere spostato di circa venti metri verso Viterbo in quanto lo stesso indica la possibilità di andare diritto o girare su via Sant'Antonio. Torno, per la ennesima volta, a segnalare la errata indicazione che viene data con il segnale stradale, sito in via Pianoscarano, con il quale si vieta la immissione del traffico su via Salicicchia, che è a senso unico.
Se poi fosse necessario rifaccio notare che, a distanza di cinque metri, sono due segnali della toponomastica stradale indicanti; uno via Lupatelli (con una sola "T") e l'altro con la scritta Lupattelli (con due "T"). E' buono quello con due T.
Come pure sarebbe il caso di "economizzare", togliendo la targa della toponomastica indicante via "Benedetto Menni" facendo attenzione però di non togliere quella sulla quale è scritto: via "San B. Menni".
Molti "travi" sono stati tolti e di questo ringrazio, ma togliamo pure le "pagliuzze", allora tutto sarà più "chiaro".
Bruno Matteacci
Cento anni fa moriva Pietro Vanni
di Patrizia Labellarte
Quest’anno Viterbo celebra il centenario della morte di Pietro Vanni.
Per chi non lo sapesse, Pietro Vanni è senza dubbio il più noto pittore viterbese dell’Ottocento.
Figlio di Giuseppe, industriale toscano e di Anna Cavilli Mangani, nobile viterbese, nasce a Viterbo, in un palazzo cinquecentesco in Via Valle Piatta, il 17 febbraio 1845.
Dopo aver trascorso l’infanzia in un collegio di Siena, si avvicina all’arte pittorica, divenendo allievo di Alessandro Franchi e collaboratore di Cesare Maccari.
In seguito alla perdita per malattia della ragazza sedicenne, nel 1871, della madre nel 1872 e del padre nel 1875, si dedicò alla pittura con tutta l’anima, realizzando il suo primo quadro del 1872 la Sacra Famiglia, dedicato ai suoi genitori.
Lasciò la sua abitazione di Via Valle Piatta, adibita successivamente a studio per trasferirsi nel Palazzo Calabresi, sulla via omonima, dopo il matrimonio con la vedova di Calabresi, dalla quale ebbe un figlio, Renato.
Il 27 febbraio 1896 fu nominato Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia e il 14 gennaio 1904 da papa Pio X, Cavaliere Commendatore della classe civile dell’Ordine di san Gregorio Magno.
L’Odalisca, la Decollazione di san Giovanni Battista e la Peste di Siena sono i quadri di rilievo dell’artista, tanto da premiarlo con la medaglia d’oro all’Esposizione di Belle Arti di Rovigo del 1877 e successivamente anche di Roma.
Il 14 Gennaio 1904 Vanni donò il quadro “ I funerali di Raffaello” a papa Pio X, conseguendo, inoltre nel 1902, la medaglia d’oro, all’Esposizione Artistica Italiana di Pietroburgo.
Tra le opere all’interno di Palazzo Calabresi, nel 1925, Tommaso Fiore colloca: un trittico su legno con al centro la Madonna col Bambino tra angeli musicanti del 1896; un Angelo con le Rose; numerosi Studi di donna e Studi di nudo e inoltre svariate acqueforti raffiguranti i boschi del Cimino e varie terrecotte.
Tra le opere all’estero è il Sacro Cuore del 1904, collocato in una Chiesa della Nuova Zelanda.
Dal 1890 al 1895 Vanni dipinse completamente al suo interno la Chiesa di san Lazzaro.
Eseguì delle pitture su intonaco, alcune sculture in terracotta raffiguranti volti di persone viterbesi e per l’amore innato verso gli animali, anche la riproduzione, sempre in terracotta, della testa del suo cane.
Ed è proprio qui, che per onorare l’illustre cittadino, il Municipio di Viterbo pose il monumento funebre, disegnato a Roma da Corinna Modigliani e da Giuseppe Berardi, suoi cari amici.
Filippo Antonio Cifariello realizzò a spese della Società degli artisti di Roma, il busto raffigurante l’artista.
A Pietro Vanni, morto di polmonite a Roma, in via del Vantaggio 22, il 29 gennaio 1905, va un immenso grazie per aver donato alla nostra città la sua preziosa e inestimabile arte.
Patrizia Labellarte
Sant’Andrea
di Francesca Bruti
Si avvicina il 30 Novembre, giorno in cui si ricorda l’apostolo pescatore, Sant’Andrea, e i bambini viterbesi potranno gustare i tradizionali pesci di cioccolato. Con l’occasione, ricordiamo un po’ la storia della Chiesa di Sant’Andrea, nel quartiere di Pianoscarano. La chiesa di Sant’Andrea è molto antica, venne distrutta da un bombardamento e in quella occasione si salvò soltanto la cripta (chiesa sotterranea). Dopo anni di lavori e restauri, la Chiesa venne ricostruita e oggi presenta una sola navata, con l’altare maggiore sollevato di dieci gradini rispetto al resto della costruzione. La cripta è rimasta sotterrata fino all’inizio del 1900. Gli anziani raccontano che, nel giorno di S. Andrea, Don Pietro Schiena, che fu parroco della Chiesa, metteva nella vasca dell’acqua santa i pesci di cioccolato per tutti i sacrestani, che ne portavano uno anche al Vescovo.
Quella del pesce di cioccolata è un’usanza tipica di Viterbo, e ancora oggi i bambini attendono la mattina del 30 Novembre per vedere se il Santo nella notte ha portato loro il cioccolato a forma di pesce. Ma diciamo la verità… anche a noi un po’ più grandi fa piacere ricevere questo dolce dono.
Francesca Bruti
Inaugurazione della “Porta della Luce”
Sabato 26 Novembre, alle ore 10, tutta la cittadinanza è invitata ad assistere alla benedizione che Mons. Lorenzo Chiarinelli rivolgerà alla nuova porta di bronzo della Cattedrale di Viterbo, in piazza San Lorenzo. La “Porta della Luce” è opera dell’artista viterbese Roberto Ioppolo, noto pittore e già autore di altre sculture ed opere a tema religioso, come la Porta Santa per la Chiesa di Santa Caterina in Betlemme. Oltre al nostro Vescovo, all’inaugurazione saranno presenti le autorità civili e militari.
Francesca Bruti
Vitorchiano
di Riccardo Manca
L’origine del paese è certamente etrusca, come fanno supporre le numerose tombe a fossa ed a grotta rinvenute nei dintorni. Lo stesso nome deriva da Vicus Orchianus, sarebbe perciò colonia dell’attuale Norchia, città etrusca dell’agro tarquiniese. In epoca romana fu centro di una certa importanza; ad attestarlo è una fitta rete di viabilità secondaria che a tratti emerge ben conservata dalla campagna. Durante le prime campagne di infiltrazione militare in Etruria condotte dal console romano Fabio Rulliano (fine del IV secolo a.C.), Vitorchiano fu strappato agli Etruschi.
I Romani vi insediarono un castrum fortificato. Dopo la caduta dell’Impero Romano iniziò il lungo periodo delle invasioni barbariche che terminò con la conquista longobarda del territorio.
Nel 757 Vitorchiano è menzionato tra i centri urbani che Desiderio, ultimo re dei Longobardi, ricostruì e fortificò nella parte più meridionale della Tuscia Longobardorum, per garantire ai suoi abitanti una dimora più sicura. Alcuni anni più tardi, quando tutta la Tuscia fu donata al Papato da Carlo Magno, Vitorchiano ritornò sotto il dominio di Roma. La politica espansionistica della vicina Viterbo, iniziata nell’XI secolo, interessò anche Vitorchiano che per un lungo periodo gravitò nella sua orbita. Nel 1172 milizie Vitorchianesi, insieme con quelle di Viterbo, attaccarono e distrussero la città di Ferento. Subito dopo, però, tra i due centri iniziarono le dispute sulla ripartizione delle spoglie della città, che culminarono nel 1199 quando Vitorchiano si dichiarò libera da ogni legame con Viterbo scatenandone le ire. Il borgo fu allora cinto d’assedio dalle milizie Viterbesi. I Vitorchianesi resistettero ed invocarono l’aiuto di Roma.
Il Senato romano inviò un contingente di soldati. Dopo circa un anno di guerra, nel 1201, Vitorchiano fu liberato dall’assedio e divenne feudo di Roma. I contrasti tra Roma e Viterbo, per ottenere l°¶egemonia su alcuni castelli del patrimonio di San Pietro in Tuscia, continuarono per tutta la metà del duecento. In questo periodo Vitorchiano fu duramente provata dalla guerra con Viterbo. A questo punto, Roma, in considerazione dell'importanza strategica di Vitorchiano come elemento di controllo della potenza viterbese e per ottenere il denaro necessario per la ricostruzione della cinta muraria di Vitorchiano, nel 1217, cedette il feudo in pegno al suo tesoriere Giovanni Annibaldi. Le ostilità, tuttavia, continuarono e nel 1232 i Viterbesi tornarono ad assalire Vitorchiano. Questa volta si impadronirono del paese e lo devastarono.
Riccardo Manca
Mario Celestini
di Pantaleo Spagna
Dal quindicinale “Come eravamo”, 20 del 10 /10 /05, ho potuto ammirare una foto degli anni ‘80, dove erano ricordati alcuni componenti del coro vocale “Ceccarini“ prestigiosa associazione culturale viterbese. La prima persona della foto in alto a sinistra è il cavalier Mario Celestini.
Celestini è stato un mio collega di lavoro e per tanti anni, lavorando fianco a fianco, ci scambiavamo consigli, pareri, confidenze, emozioni. Ci aiutavamo nello svolgimento del nostro lavoro. Ricordo la sua passione per il canto e in particolare per le opere liriche. Era solito, nel suo ufficio cantare romanze con la sua voce baritonale e ci divertiva tutti, quando faceva i vocalizzi. Intorno agli anni ‘80, Celestini cominciò a dirmi che cercava e contattava alcuni amici per poter formare una associazione canora, dove poteva esternare la sua passione per il canto. Raccontava quando, dopo aver sentito un gruppo di amatori del canto come lui, cercava una sede dove potersi riunire, che poi trovò in via Romanelli. Raccontava quante volte andava a trovare la professoressa Nava, per convincerla ad insegnare loro le modalità e le tecniche del canto e che poi diventò la direttrice del coro di che trattasi. Infine, tutti noi colleghi di lavoro, godemmo del suo debutto sulla scena pubblica. Ricordo che un giorno lo vidi all’Auditorium di via Cavour in un concerto del coro, tutto compito in abito nero, con i capelli tirati e lucidissimi, con lo spartito in mano, emozionantissimo, ma che fece la sua bella figura e ricevette tanti applausi.
Quella foto mi ha ricordato tutto questo.
Oggi, una cosa mi è dispiaciuta, tempo fa, nella Chiesa del Sacro Cuore, si esibiva il “Coro Ceccarini” in un concerto organizzato dal Centro Polivalente Pilastro, domandai ad un componente del coro se ricordava Celestini, ebbene, ebbi la risposta che non sapevano chi fosse. Possibile che a distanza di pochi anni, in seno a quella associazione culturale, non sapessero chi era Mario Celestini? Eppure era stato uno dei soci fondatori del sodalizio!
Vorrei chiedere ai dirigenti di oggi della “Ceccarini”, se sia possibile, fare una manifestazione a ricordo di quei soci fondatori. Magari con un concerto nella Chiesa del Sacro Cuore e non dimentichiamo che Celestini è stato per anni facchino della Macchina di Santa Rosa e uno dei fondatori del Gruppo Avis nell’ambito dei vigili urbani di Viterbo.
Pantaleo Spagna
Di che pasta siamo fatti?
di Claudio Santella
Domenica 6 novembre corrente un cittadino, che si recava al ristorante con la moglie per festeggiare il compleanno della medesima, è stato ucciso per aver danneggiato in maniera lievissima una macchina durante una manovra di parcheggio. Il delitto, per di più, non è stato commesso subito, ma dopo circa un paio d’ore, quando il malcapitato, uscito dal ristorante, si apprestava a fare rientro a casa, probabilmente non ricordando neppure più l’accaduto. Quattro balordi lo hanno assalito e dopo averlo pestato con spranghe e bastoni gli hanno sparato uccidendolo. Sulla stampa è stato riportato che gli assassini hanno sparato all’impazzata ed è stato un miracolo che non ci siano scappate altre vittime. A questo siamo giunti.
Vogliamo vedere ora come reagirà la nostra giustizia. E per giustizia non intendiamo quella che viene più o meno ammannita nelle varie aule dei nostri tribunali, ma un concetto più ampio, nel quale è coinvolto lo Stato tutto, nelle sue diverse accezioni. Come si comporteranno i diversi organi inquirenti? Come si comporterà il legislatore? Si limiterà a guardare l’evoluzione degli eventi o interverrà come quando i fatti delittuosi lo hanno colpito direttamente attraverso le persone più in vista? Difenderà i privilegi o i diritti? Come si comporterà la magistratura? Avrà rispetto per se stessa o continuerà ad offendersi con comportamenti eterodossi reclamando, poi, quel rispetto che essa stessa non si porta? Quale sarà l’atteggiamento dei vari faganes dietnis di voti davanti a siffatto avvenimento? Perché, badate, l’avvenimento non è di poca importanza; non può essere sottaciuto perché la vittima è un cittadino qualunque e non un personaggio di spicco: quattro balordi, per un niente, ritornano dopo ore ed uccidono, con una azione premeditata, un cittadino che per il fatto stesso che andava festeggiare il compleanno della moglie non poteva avere un atteggiamento ostile e meno che mai violento. Una spedizione punitiva, da esaltati, se non da paranoici.
Non vogliamo un comportamento ad hoc dalle varie istituzioni, vogliamo serietà nel loro comportamento, coerenza con i principi dello Stato, dignità nell’agire. E questo comportamento lo vogliamo tutti i giorni, non solo in occasioni eccezionali come questa, perché possa essere da deterrente ad azioni criminose e da freno a persone criminali.
Gli avvocati non siano da meno. E’ il senso civico che va difeso, la libertà del vivere in società, la dignità umana in ogni sua forma di espressione. Non fraintendeteci, gli autori di questo atto delittuoso vanno difesi, ma difesi da errori di applicazioni normative, da soprusi, dal raptus giustizialista. Ma vanno difesi anche i cittadini normali. Lasciare impuniti certi comportamenti significa equiparare a questi delinquenti chi azioni del genere non compie. Da una parte c’è lo Stato, dall’altra il Non Stato; da una parte c’è il bene, dall’altra il male. Non c’è posto per accomodamenti, per transazioni, per discussioni sterili. Attenzione, ogni atto, ogni gesto sarà interpretato per colpire o per difendere lo Stato, per ferirlo profondamente nel suo senso di autorità o per esaltarlo. Non mancheranno coloro che, sedendosi a scranna ed inforcando gli occhiali dell’utile, con i sofismi più assurdi sputeranno sentenze per trarne utilità di qualunque genere. Ed allora ogni gesto non venga emanato da entità aride, ma da spiriti non privi di sentimenti e di sensibilità; da spiriti che sanno distinguere il bene dal male; da spiriti ponderati nell’essere e nell’agire: viri et non homines, andres kai ouk antropoi. Vediamo di che pasta siamo fatti.
Claudio Santella
Gli utenti del Cotral si sono rotti i coglioni
di Giuseppe Bracchi
Ricevo e volentieri pubblico.
“Scusi, per acquistare un biglietto?”, chiedono, quasi con timore, alzando il ditino, in punta di piedi, gli ignari e malcapitati viandanti che, dopo aver fatto il loro ingresso nell’accogliente reception del Terminal Riello, desidererebbero usufruire, pagandone il relativo prezzo, di un mezzo di trasporto pubblico per giungere alle proprie case o alla meta prestabilita. E, invece, alla stregua dei dannati, che con l’ingresso alla dantesca città dolente perdono ogni speranza, odono una voce che così li rincuora: “La bbejetteria de pomeriggio adè chiosa!”.
E’ lo chauffeur dall’altra parte del vetro che, con stile lapidario come un santino di Halloween e savoir faire da premio simpatia, è incaricato di liquidare su due piedi i poveri cristi. E debbo dire che questo è un compito che viene assolto con vera professionalità, con modi molto simili ad un pachiderma che si aggira in un negozio di cristalli. Anzi, qualche volta lo stesso chauffeur di turno si immedesima così bene nella parte, da rispondere quasi con disappunto a questi seccatori, per aver dovuto interrompere, a causa loro, il grazioso e forbito simposio che, alla maniera del Dolce stil novo, pare svolgersi abitualmente all’interno della stanza in compagnia di graziose ed assortite educande.
La mia banca è diversa! Verrebbe da rispondere, imitando una nota reclame. O almeno Caronte si accontentava di una monetina per traghettare i dannati con la sua barca.
Il Cotral, invece no! In ossequio alla Legge del Menga (il cui dotto commento, peraltro, è possibile consultare nelle pagine del Dizionario della maleducazione e simili, sotto la voce Arroganza), oltre ad offrire alla propria clientela mezzi di trasporto, la cui pulizia, decenza ed efficienza, sono secondi soltanto ai mezzi che collegano i villaggi più sperduti del quarto mondo, il Cotral decide perfino, di punto in bianco e senza alcun preavviso alla clientela (chi è, del resto, costei? Numeri e statistiche), di chiudere la biglietteria durante le ore pomeridiane, così che i propri ignari beniamini e benefattori possano coniugare il viaggio su comodi e lussuosi autobus di linea, con la caccia al biglietto. Uno sport certamente utile alla testa, perché la necessità affina l’ingegno. E alle gambe, perché favorisce la circolazione sanguigna e, in qualche caso, anche la digestione. Controindicazioni possono sorgere, invece, per le cosiddette palle (le signore ne sono sprovviste, ma se vogliono possono associarsi alla protesta), la cui probabile rottura e deflagrazione, già sollecitate da quotidiane piccole e grandi vessazioni, potrebbero, alla fin fine, risultare assai vistose. Tremenda è l’ira dei mansueti, recita un versetto della Bibbia. Insomma, gli utenti del Cotral si sono rotti i coglioni, come recita un versetto della... bibbia laica. E’ mai possibile, egregio direttore, che in questo dannato Paese chi si alza prima al mattino comanda, fregandosene bellamente del prossimo, delle leggi, civili e penali, dell’etica, della morale, dell’educazione, della civiltà, della grammatica e chi più ne ha più ne metta? E quel che è peggio è che nessuno fornisce o sa fornire una spiegazione. Ci si limita ad alzare le braccia o le spalle, come per dire: sono affari tuoi!
E quel che è ancora più pessimo è che le autorità preposte, coloro, cioè che le suddette spiegazioni dovrebbero cercare, richiedere ed ottenere, in realtà sembrano dormire sonno tranquilli. E allora, da buoni Italiani, non ci resta che prenderla con ironia sperando in tempi migliori (sic!). Post scriptum: chi volesse, il biglietto può comunque acquistarlo sull’autobus al modico prezzo di cinque euro. Per la serie Pubblicità e regresso!!!!! Cordiali saluti
Giuseppe Bracchi
Proverbi e indovinelli
di Patrizia Labellarte
Proverbi, indovinelli, stornelli, scioglilingua e cantilene, sono giunti fino a noi, attraverso una tradizione orale secolare che nonostante la formazione di una cultura sempre più omogenea, si mantiene ancora viva.
Forse non tutti conoscono detti, quali ad esempio: nun t’empiccià, nun t’antricà, / s’immezzo a’ guai nun te voe trova’ ; oppure: Omo de vino / Nun vale un quatrino;
Ma non solo…
A Viterbo, tempo fa, tutte le famiglie avevano un soprannome, una sorte di nomignolo attraverso il quale si rintracciava una persona e la si riconosceva. L’insieme di queste tradizioni ci aiutano a conoscere meglio e ad apprezzare gli autentici valori umani, il ricco patrimonio di cultura e folclore del nostro popolo. Riporto qui alcuni soprannomi: Acquacalla; Baciamadonne; Cazzarola; E tre; Ficone; Girementorno; Peppe l’oca; Rosichino; Vorrà piova…e tanti altri.
Spero che qualcuno di voi li conosca e li mantenga ancora vivi.
Patrizia Labellarte
postato da: Spvit | 13:01
|
|