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giovedì, novembre 10, 2005

Ci riferiamo a tutte le segnalazioni

di Claudio Santella



Ci riferiamo a tutte le segnalazioni che abbiamo più volte fatto in un passato più o meno recente, quale il perpetuarsi delle soste in alcune aree che per il volume e l’intensità di traffico dovrebbero essere lasciate libere, soprattutto perché in prossimità di incroci. Ricordate le varie segnalazioni relative al passaggio a livello di Porta Fiorentina, all’inizio di via Garbini, all’incrocio di via della Teverina con la bretella che lo collega al semianello nei pressi del campo scuola, all’incrocio di via San Bonaventura, al gemellaggio tra via Pola e via Montello, all’assenza dei vigili di quartiere, e ad altre che non stiamo a ripetere. Ad ogni segnalazione è corrisposto un silenzio.

Ad ogni segnalazione è corrisposto un non intervento. Ci sembra di leggere le pagine in cui il Manzoni descriveva i progetti della monaca di Monza allorquando, ancora fanciulletta, si apprestava controvoglia, perché indirizzata dalla famiglia, a prendere i voti: ad ogni desiderio della fanciulletta la famiglia rispondeva con un silenzio. Il potere della famiglia veniva esercitato con forza e con arroganza ed a nulla valevano le legittime aspirazioni della malcapitata. Ci sembra di rileggere quelle pagine e di rivivere quelle situazioni. Così va il mondo, non basta aver ragione, bisogna essere più forti, la ragione è un optional, nemmeno necessario.

Claudio Santella







Avete notato…

di Claudio Santella



Avete notato, cari concittadini, quante mosche “svolazzano” per Viterbo. Una infinità. Erano anni che non si vedevano tante mosche nella nostra città. Eppure siamo a novembre. Certo è che, seppure non sia l’unica causa, un notevole contributo a questa invasione di mosche lo danno le varie aree in cui giacciono i cassonetti adibiti alla raccolta dei rifiuti solidi urbani, cassonetti che l’unica acqua che conoscono è quella piovana, la quale, a meno che non venga giù a secchi, non riesce a portare via l’immondizia che giace ai piedi degli stessi.

Che le mosche, al contrario dei nostri amministratori e dei nostri dirigenti comunali, abbiano letto le nostre segnalazioni in merito e si siano precipitati al lauto banchetto?

Claudio Santella









Viterbo: una città accogliente

di Bruno Matteacci



Di strada ne è stata fatta tanta ed è giusto rivolgere un pensiero a chi, senza indennità di carica, trascorreva ore e giornate al servizio della collettività per lenire o risolvere i problemi esistenti, prima del Ventennio e quelli ereditati a seguito dall'ultimo conflitto mondiale. Viterbo, sino alla sua promozione a capoluogo di provincia, aveva mantenuto, quasi immutata, la sua forza urbana, tutta racchiusa entro la ducentesca, cerchia muraria, fatta salva la tendenza all'insediamento di abitazioni patrizie e borghesi lungo la direttrice del Santuario di Santa Maria della Quercia e nelle immediate vicinanze della Chiesa dell'Edera e del Convento di Santa Maria della Verità, dove sorsero varie villette. Grande ed importante, fu per Viterbo, l'intervento voluto da Filippo Ascenzi che, con la sua lungimiranza, ha dato a Viterbo, con la copertura del fosso Urcionio, un aspetto piacevole e pratico per un vivere sereno, creando, con via Marconi, un assetto urbano in fuzione sostitutiva al Corso Italia, che era ed è, prevalentemente pedonale.

Varie opere furono fatte nel periodo prebellico, come la costruzione del palazzo delle poste, la Gil e la scuola Principe di Napoli che furono definite "sostituzioni pompose nel vivo dell'antico tessuto edilizio".

All'insegna di una ancora più sciatta progettazione si compì, frettolosamente, nel secondo dopoguerra, la ricostruzione della città, duramente segnata dalle distruzioni causate dai bombardamenti.

Il piano di ricostruzione fu approvato nell'agosto 1946; con molto ritardo sui tempi, ma dettava serie alternative di carattere urbanistico predisponendo allineamenti stradali ed espansioni edilizie nelle zone Cappuccini, Pilastro e Viale Trieste, con abitazioni mono e bifamiliare, su piccoli lotti di terreno adattati a giardino.

Bisognò attendere il piano regolatore generale redatto nel 1954 ed approvato nel 1959 dall'ingegnere Domenico Smargiassi che stabilì nuovi indici di sfruttamento atti a concretizzare una tipica saturazione a tappeto, a funzione unica, per tutte le espansioni, ivi comprese le zone ad edilizia sovvenzionata del Pilastro e del Carmine.

A Viterbo, nel 1970, era accentrato il 70% dell'intera popolazione comunale, cioè 37.314 abitanti, su un totale di 53.306 residenti.

Passi da gigante sono stati fatti fino ad oggi; il merito va riconosciuto e dato a chi ha gettato il "seme" e a coloro che hanno raccolto il "frutto".

Viterbo si è estesa a macchia di leopardo, oggi sono sorte abitazioni in punti che qualche anno fa era cosa impensata; dove ci si gira si vedono costruzioni e sebbene ciò, purtroppo, il numero di abitanti è fossilizzato, mentre i prezzi delle abitazioni sono saliti alle stelle.

Tante belle opere sono state, ultimamente, realizzate. Come ad esempio tutta la zona del Riello dove, oltre all'Università, hanno sede gli Uffici Giudiziari, contornati da bei palazzi che danno lustro alla città.

Oggi Viterbo, con le sue ultime realizzazioni urbanistiche, alcune studiate e progettate a suo tempo, è molto accogliente ed il merito va dato a tutti coloro che si sono succeduti nella gestione della cosa pubblica, nell'interesse di chi oggi si può beare di vivere in una città moderna che vede, nel futuro, il benessere dei propri figli e nipoti.

Quindi, con un abbraccio gigante, stringiamo tra le nostre braccia, tutti gli assessori, in particolare quelli all'urbanistica, tra i quali il ragionier Mario Paternesi ed i sindaci, del passato che oggi, in Giancarlo Gabbianelli, vedono il loro successore.

Bruno Matteacci







Esaudite dal Comune alcune richieste

di Bruno Matteacci



Relativamente ad alcune segnalazioni che abbiamo fatto all'Amministrazione comunale di Viterbo, dobbiamo dire che le stesse sono state recepite e messe in atto.

Tanto per ricordarne alcune cito la messa in uso della targa, recante le indicazioni necessarie ed utili per la individuazione dei nominativi dei Caduti per la Patria, tumulati nel Cimitero di San Lazzaro.

Informo, inoltre, i nostri lettori che il Comune di Viterbo ha provveduto a rimettere in pristino l'altare della Chiesa di San Lazzaro, dove furono rubate le terrecotte che ornavano i lati del paliotto, realizzate da Pietro Vanni ed ora, magistralmente, riprodotte dall'artista Maria Assunta de Frassine.

Con l'occasione, interpretando il pensiero di cittadini viterbesi, vorrei sollecitare il sindaco, l'assessore al ramo, il presidente della Francigena, affinché recepiscano lo stato di disagio che hanno coloro che intendono recarsi al cimitero, e si vedono impediti nel farlo, a causa della soppressione della linea "B" dei pullman.

Ci vuole tanto poco per accontentare tanta gente ed ottenere tanti, tanti plausi!

Bruno Matteacci







Fani: 160 Anni fa

di Francesca Bruti



Nel pomeriggio di sabato 12 Novembre, al Santuario di Santa Rosa, ci sarà una manifestazione per ricordare il giovane viterbese Mario Fani e celebrare il 160° anniversario della sua nascita. Mario Fani nasce a Viterbo il 24 ottobre 1845 da una famiglia nobile ed è una figura importante per la nostra città, perché è stato il fondatore dell’Azione Cattolica Italiana nel 1868. Infatti, il nostro concittadino è ricordato in tutte le Diocesi d’Italia, ma è a Viterbo che si terrà la manifestazione ufficiale, alla quale interverranno il vescovo Lorenzo Chiarinelli, il Presidente nazionale dell’A.C.I. e uno storico dell’Università La Sapienza di Roma.

Il periodo storico in cui visse Mario Fani (1845-1869) era pieno di incognite e di nuovi fermenti.

Anticlericalismo e massoneria erano diffusi in tutta Europa ed in Italia lo spirito del Risorgimento metteva in crisi, non solo la certezza storica dello Stato della Chiesa, ma anche la coscienza religiosa di molti cattolici divisa tra Patria e Fede. In questo clima, il giovane Fani riuscì insieme ad un gruppo di amici ad elaborare, tra il febbraio ed il giugno 1867, lo Statuto della Società della Gioventù Cattolica, ponendo come principi fondanti “Preghiera, Azione e Sacrificio”.

Da Viterbo, la proposta della Società in breve tempo si diffuse su scala nazionale e diede vita ad un organismo di collegamento, il Consiglio Superiore, con sede a Bologna, che rappresentava i circoli diffusi già in varie parti d’Italia. E Mario Fani volle che la Società prendesse la denominazione Italiana; fu così che il 24 marzo del 1868, egli diede vita a Viterbo al Circolo intitolato a Santa Rosa da Viterbo.

La storia narra che Mario, dopo una notte passata in preghiera chiuso dentro la Basilica di Santa Rosa, trovò la forza spirituale per fondare il Circolo.

Il 2 maggio del 1868, il Santo Padre, Pio IX, sancì ufficialmente la sua costituzione. Fani morì il 4 ottobre 1869, a soli 24 anni, e il suo corpo, inizialmente sepolto nella cappella di famiglia nella Chiesa di Santa Teresa dei Carmelitani, in piazza Fontana Grande, fu trasferito nella Chiesa di Santa Rosa nel 1952, per volontà del Centro Diocesano di Viterbo della Gioventù Italiana di Azione Cattolica (GIAC).

La sepoltura di Mario Fani nella navata destra del Santuario avvenne il 6 settembre 1952, in coincidenza delle celebrazioni del VII Centenario della morte di Santa Rosa.

Francesca Bruti







All’Ufficio C.E.V.

di Viterbo



Gli utenti di via Murialdo, portano a conoscenza di questo spettabile ufficio, se mai non lo sapesse o se ne fosse scordato, che sulla via suddetta, all’altezza dei palazzoni, proprio in corrispondenza della fermata della circolare “B” (ora sospesa) , a causa di un incidente stradale avvenuto un anno fa, è stato divelto un punto luce del quale la parabola cadde nel giardino adiacente.

Da allora la luce della pubblica illuminazione, non è stata più ripristinata, con grande disagio degli abitanti.

Si prega il presidente della Soc. C.E.V. di voler far provvedere al ripristino del punto luce di che trattasi.

Distinti saluti.



Gli abitanti del Murialdo ringraziano.







Pilastro elezioni

di Pantaleo Spagna



Elezioni al Centro Polivalente Pilastro di Via Carlo Minciotti 5

Sabato 5 Novembre, nella sala delle feste, unica stanza adatta delle tre esistenti a contenere un certo numero di persone, si è svolta l’elezione degli utenti, per il rinnovo del Comitato di gestione.

Comitato che secondo il Regolamento del Comune di Viterbo va rinnovato ogni due anni permettendo un solo voto ad ogni elettore. Tante volte è stato chiesto che detto regolamento venga aggiornato permettendo due voti ad ogni utente, ma il Comune fa orecchio da mercante. Il seggio elettorale è stato insediato alle ore 15,30 sotto la vigilanza di un rappresentante del Comune, nella persona di una assistente sociale, la quale ha provveduto a nominare il presidente del seggio e due scrutatori, ha fornito altresì registri e le schede necessarie alle operazioni di voto.

Alle ore 16, sono iniziate le votazioni.

Grande è stata l’affluenza degli utenti che con molta responsabilità hanno risposto al loro dovere civico, per il rinnovo del Comitato, il quale una volta eletto, permetterà al Centro Polivalente Pilastro, il regolare svolgersi delle attività, sociali, ricreative, ludiche e culturali per altri due anni sino al 2007.

Alle ore 19, è stato chiuso il seggio elettorale e sempre sotto lo sguardo attento del rappresentante del Comune di Viterbo, si è proceduto allo spoglio delle schede elettorali dai due scrutatori

L’80 % dei voti, è andato al presidente uscente mentre il restante 20 % dei voti è andato agli altri concorrenti. L’esito finale delle votazioni, ha visto riconfermare il Comitato uscente, segno che gli utenti tutti, hanno apprezzato il lavoro da loro svolto, nel biennio precedente appena trascorso, accordando loro di nuovo la fiducia.

Tra gli utenti che hanno votato, è stato notato con molto piacere e soddisfazione da parte di tutti i presenti, la partecipazione al voto da parte del socio Giancarlo Gabbianelli, il quale nonostante tutti i suoi impegni istituzionali, ha voluto essere presente alla votazione.

Quanto prima, la nuova gestione si insedierà e il Centro potrà riprendere in pieno la sua attività sociale e culturale.

Pantaleo Spagna







San Rocco

di Riccardo Manca



La Chiesina di San Rocco a Roccalvecce è situata all’ingresso del paese sul lato sinistro nella località omonima. E’ la più antica di questo borgo e la sua origine si fa risalire al XV secolo. E’ dedicata a San Rocco che era il santo che proteggeva Roccalvecce dalla peste che colpì le popolazioni della Teverina fino a metà del XIX secolo. L’interno della chiesetta non è di grandi dimensioni, è costituita da una unica navata centrale e con soffitto in legno a capriata. Hanno particolare pregio le pitture murali del XV secolo che si conservano in buone condizioni e che gli esperti ed i critici d’arte fanno risalire al 1400. Particolare attenzione merita la pala murale dell’altare centrale che rappresenta la Madonna con bambino in braccio, alla sua sinistra San Rocco, con saio e bastone, che mostra una piaga sulla coscia destra ed alla sua destra San Sebastiano trafitto da una freccia e legato ad una colonna.

Annessa a questa antica chiesetta vi era la Confraternita omonima, che aveva un proprio statuto un regolamento e possedimenti immobili nel territorio della parrocchia. La Confraternita era già presente nella Visita pastorale del vescovo di Bagnorea, Carlo Trotti, nell’anno 1599, che approvò detto statuto.

Esiste poi presso l’Archivio Diocesano di Bagnoregio una Bolla di Aggregazione, in carta pecora alla Arciconfraternita di San Nicola in Carcere di Roma, datata 6 dicembre 1784. Nel documento vi sono riportati il regolamento della Compagnia ed il rito che dovevano seguire i fratelli che volevano iscriversi, datati 24 maggio 1787 ed approvati dal vescovo di Bagnorea monsignor Aluffi.

La manutenzione della chiesetta apparteneva a detta Confraternita insieme a quella del SS. Sacramento come da Istrumento rogato dal Notaro Bettini di Baschi il giorno 11 agosto 1637.

L’interno della chiesa era anche luogo di sepolture e da una recente ricognizione effettuata, si è potuto osservare che la giacenza delle tumulazioni avvenivano separatamente tra uomini, donne e bambini. Conserva esternamente un piccolo campanile a vela con propria campana donata dall’arciprete don Michele Germani nell’anno 1840 e sulla facciata, sopra le due piccole finestre laterali, prima dei recenti restauri degli anni 1995 e 1996, si potevano ancora osservare pregevoli graffiti che raffiguravano gli stessi santi dell’altare centrale.

Riccardo Manca







Viva le donne!!

di Patrizia Labellarte



Maggior diritti alle donne nella nostra società, maggior attenzione nei confronti dei loro problemi sia privati che lavorativi, ma soprattutto il superamento dell’incompatibilità tra i due diversi universi: gli uomini e le donne.

Questi i temi principali articolati in quattro incontri sulla condizione femminile in Italia e nel mondo, che si terranno, dal 26 settembre al 13 dicembre 2005, presso la sala della Provincia.

La rassegna Intorno alle donne, organizzata dalla consigliera di Parità della Provincia di Viterbo, Maria Antonietta Russo, con la collaborazione di Pasquale Bottone, giornalista e presidente dell’Associazione Hypoyhesis, si incentra sulla condizione femminile in Italia, ma anche e soprattutto a Viterbo, sulla necessità di creare sempre nuove condizioni per favorire un ingresso più soddisfacente della donna negli ambiti lavorativi. Gli incontri vedranno la partecipazione di giornaliste e scrittrici su temi di ampio respiro, riguardanti l’universo femminile: ogni donna avrà un ospite maschile con cui istaurare un confronto paritario. Tra le partecipanti: Serena Zoli del Corriere della Sera, Valeria Palombo de L’Europeo, l’attrice televisiva Alessandra Faiella (Tunnel) e la direttrice di telegiornaliste.com, Silvia Grassetti.

Tra gli uomini presenti il caporedattore de L’Espresso, Alessandro Figlioli e il menager Rai - scrittore Piero Gaffuri.

Patrizia Labellarte







Lo stemma di Viterbo

di Patrizia Labellarte



La nostra città, come ben tutti sapete, è arte, storia, tradizioni che vibrano attraverso le innumerevoli fontane medievali, le chiese antichissime, i quartieri duecenteschi, le manifestazioni culturali, ma soprattutto il grande amore di noi cittadini per la Santa patrona. Sono aspetti di una città che può definirsi moderna, ma allo stesso tempo ancorata alle sue radici storiche e culturali.

A tal proposito, vi siete mai chiesti perché la nostra città si chiama Viterbo? Tra le etimologie una delle più diffuse è quella di Vetus Urbs. Oppure Beturbon e Beterbon che derivano da Vetus Herbanum, probabile nome del castrum romano edificato sul colle dove più tardi sorse il Duomo. Ancora, Boturbo sarebbe l’unione delle due radicali etrusche Volt e Urb : città di Volt, quindi Voltumna.

Ed il simbolo della nostra città?

Il simbolo guelfo del leone è il più antico. Nel 1172 si aggiunse la palma, a seguito della distruzione di Ferento, che l’aveva per stemma. L’asta sormontata dall’aquila rappresenta, invece, la donazione del vessillo imperiale da parte di Federico Barbarossa, per l’ospitalità ricevuta nel 1187. Infine, il rettore del Patrimonio di San Pietro donò la bandiera pontificia per essere stato liberato dall’assedio nella rocca di Montefiascone.

Patrizia Labellarte







Pietro La Fontaine a 70 dalla morte

di Gianluca Scrimieri



Pietro La Fontane nasce il 29/11/1860 a Viterbo in Via San Lorenzo nel palazzo Grispigni, ed è battezzato il 1°dicembre. I genitori sono Francesco e Maria Bianchini, la madre trasmette una profonda fede cristiana, frequentando due chiese, la cattedrale e la chiesa della Carbonara. Il padre ha un negozio di orologeria. Pietro ha tre sorelle e un fratello. Frequenta la scuola elementare presso i Fratelli delle Scuole Cristiane, in seguito viene seguito dai Gesuiti per un anno e poi diretto dal maestro don Raggi. Riceve la Cresima e la Prima Comunione il 7/6/1868 in Cattedrale. Pietruccio manifesta il desiderio di entrare in seminario ma le difficoltà sono due: l’opposizione del padre e le gravi difficoltà economiche.

Il vivo desiderio si avvera grazie a Mons Mariani. Pietro riceve l’abito ecclesiastico e la tonsura dal vescovo di Viterbo Luigi Serafini in vescovado il 2/10/1874. Frequenta la scuola in seminario ma vive in famiglia. Entra in seminario con un posto a mezza retta il 29/1/1876. Gli anni trascorsi in seminario fanno di lui un seminarista modello, virtuoso, allegro, dedito alla poesia anche in latino, sano equilibrio di giudizio, grande spirito di altruismo e spiccata versatilità d’ingegno. La domenica impartisce istruzioni catechistiche ai ragazzi nelle parrocchie della città. Da studente di teologia nel 1880 diventa terziario francescano nella chiesa dei Cappuccini. Dopo sette anni trascorsi in seminario il diacono Pietro il 22/12/1883 viene ordinato sacerdote dal vescovo Paolucci, il giorno seguente celebra la Prima Messa sopra le venerate spoglie dei santi martiri Valentino prete e Ilario diacono, primi evangelizzatori della chiesa viterbese.

Un giorno dirà alle monache di S. Rosa che se non ci fossero stati i santi Valentino e Ilario, non ci sarebbe stata S.Rosa. Servizio prestato nelle chiese, seminario, insegnamento, organizzazioni giovanili, opere assistenziali, predicazione, attività di studio e di ricerche impegneranno assiduamente a Viterbo per più di vent’anni quest’anima generosa e mai si riscontra nei suoi scritti una espressione di sfiducia o di stanchezza. Il 28/6/1887 muore il padre. Alla scuola di sua madre, grande anima, don Pietro apprende l’amore per la croce di Cristo e la paziente accettazione delle croci che costituiscono una delle note più caratteristiche della sua spiritualità.

Nell’anno 1883-84 insegna Latino, Italiano e Greco nel ginnasio del seminario e del convitto. Conosce a memoria la Divina Commedia. Dopo alcuni anni insegnerà: Liturgia, Eloquenza e Patrologia. Il 25/4/1906 gli affidano l’incarico di insegnare Sacra Scrittura. Nel 1893 il rettore del seminario don Pierotti chiede a don Pietro di diventare direttore spirituale. Nel 1896 don Pietro sostituisce il rettore del convitto dietro invito del vescovo Eugenio Clari. Nell’ottobre del 1898 rinuncia come rettore. Tutti i giovani esprimono il loro rammarico e apprezzano per essere guida saggia e paterna. Grande zelo e amorevolezza di padre rivolge alla gioventù viterbese, come educatore e amico dei giovani: il don Bosco di Viterbo. E’ padre spirituale di don Alceste Grandori. Nascerà una profonda amicizia spirituale tra i due tramite rapporti epistolari. Don Pietro è anche un apostolo della carità, fonda la “Charitas” come pubblica assistenza ai malati mettendola sotto la protezione di S.Giacinta Marescotti. Per le sua dote di prudenza e per il suo saggio consiglio è incaricato a volte di fare da paciere. Come giovane predicatore è efficace nel ministero della parola e riesce a commuovere e a illuminare le intelligenze. Il segreto della sua predicazione è riposto nella sua interiorità.

La sua parola è accessibile a tutti per la semplicità e la spontaneità, dal richiamo di scrittori sacri e dagli esempi della vita quotidiana. Il riconoscimento della sua opera di evangelizzazione giunge da papa Leone XIII che il 24/11/1891 lo dichiara Missionario Apostolico. Lo si vedrà girare per le città d’Italia predicando Cristo Crocifisso. Nel 1905 per volere del papa Pio X è ascritto tra i canonici della Cattedrale di Viterbo e il 16/7/1906 è nominato cappellano del carcere. All’improvviso il 13/9/1906 viene nominato vescovo da papa Pio X, consacrato vescovo al Collegio Capranica a Roma il 23/12/1906 dal cardinal Respighi. L’ingresso nella diocesi di Cassano Jonio avviene il 19/3/1907.

La sua premura si estende ai sacerdoti, al seminario e ai fedeli. Dà nuove direttive al seminario, riforme al clero con l’introduzione alla pratica degli esercizi spirituali. Ama i sacerdoti mostrando la sua amorevole paternità di pastore. Per il 25°di sacerdozio ha premura di inviare le offerte dei regali ai ragazzi vittime del terremoto di Messina del 28/12/1908, in questa occasione rivede don Luigi Orione con il quale nasce una stretta collaborazione per aiutare gli orfani. Dal Papa è chiamato a Roma per lavorare come segretario nella Congregazione dei Riti dal 1910 al 1915 per la preparazione delle cause di beatificazione e di canonizzazione e assume l’incarico di Vicario del cardinale Respighi. Continua a coltivare la sua interiorità e ad esercitare la carità: visita malati, bambini, vecchi, istituti religiosi, viene chiamato per conferenze e per la sua parola apprezzata da tutti. Il 5/5/1911 muore la madre Maria.

Pio X nomina La Fontaine Patriarca di Venezia il 5/3/1915. Arriva a Venezia il 25 giugno in modo privatissimo. Il papa Benedetto XV lo eleva alla porpora cardinalizia il 10/11/1916. Si reca il 6 Dicembre a Roma per la cerimonia a cui viene imposta la mozzetta e la berretta cardinalizia. Grande e umile pastore, nonostante la guerra, rimane in città ad aiutare, riesce a salvare Venezia dalle bombe aeree.Tornata la pace, tornano i profughi fra tante povertà e lutti. Non si stanza di chiedere al papa aiuti finanziari. Una volta i Veneziani gli donano un grosso mantellone per ripararsi dal grande freddo, con una mano lo accetta e con l’altra lo spedisce alle suore di San Gioacchino perché ne ritagliassero tante mantelline per i fanciulli orfani e poveri. E quella volta che voleva dare un paio di scarpe ad un povero, il maggiordomo Oreste gli dice che non ce n’erano, il cardinale risponde: “Non dire bugie! In camera mia ce n’è un paio”. “Ma quelle sono sue”, risponde Oreste. “Dagli quelle, a me bastano quelle che porto ai piedi”. Nel conclave del febbraio 1922 poco ci mancava che diventasse papa.

Ha avuto relazioni con virtuosi sacerdoti ora dichiarati santi come san Giovanni Calabria di Verona, San Luigi Orione, il beato Andrea Longhin, il servo di Dio padre Giocondo Lorgna. Sale al Cielo il 9 luglio 1935 a Villa Fietta, la residenza estiva del seminario alle pendici del Grappa. L’11 luglio viene portato a Venezia in un corteo devoto e solenne tra la folla di popolo sino alla basilica di San Marco, dove ora riposa in attesa che la Chiesa lo proclami beato e poi santo. A lui è stata dedicata una via di Viterbo.

Gianluca Scrimieri

postato da: Spvit | 17:44 |