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mercoledì, ottobre 26, 2005
Il Mercatino del Viandante
ORTE (VT)
il 27 Novembre 2005
e ogni quarta domenica del mese
di fronte all’Uscita dell’Autostrada del Sole
Info: 3393337869 (Mauro)
26 Ottobre 2005
Anno XV n° 20
Ma che strana città!
Sono caduto di stile?
di Mauro Galeotti
Ma che strana città! scrivo della Commissione per l’ornato che secondo me è inesistente, pur esistendo, e che succede?, mi risponde la persona che proprio non ha nessuna colpa, anzi ha cercato, in effetti, a suo modo di vedere, di rendere migliore la facciata dove ha aperto il suo negozio.
Mi aspettavo almeno uno dei signori componenti la commissione che dicesse la sua, invece manco pel cacchio.
Inesistenti!!!
Volatilizzati!!
Insensibili!
...e che nomi sono in ballo! eccoli i componenti la commissione fantasma: presidente: Fosca MAURI TASCIOTTI, dirigente: architetto Emilio CAPOCCIONI; segretario: Mauro BIANCHI ed ancora architetto Ermete ARONNE, architetto Umberto CAMILLI, geometra Deborah CAPOROSSI, architetto Marco GINEBRI, geometra Antonello LUPINO, geometra Albertario MAINELLA, professore Guido MAZZA, ingegnere Danilo MONARCA, ingegnere Giorgio PACINI, geometra Umberto PIERINI e architetto Lucio QUATRINI.
Ma ecco cosa mi scrive il titolare del negozio in Via La Fontaine, che ho citato quale esempio di cattiva immagine che Viterbo dà ai suoi cittadini e, peggio, ai turisti, per la facciata dipinta solo intorno al negozio, mentre il resto è stato lasciato allo stato primitivo.
“Caro Mauro,
da tempo seguo ed apprezzo le tue coraggiose battaglie contro i danni che ignoranza e volgarità troppo spesso arrecano a questa città; dai lampioni istallati a caso ai platani sradicati senza pietà. Come ricorderai, ci siamo incontrati in occasioni in cui il solo esser presenti era testimonianza tangibile di sensibilità ed impegno per Viterbo.
Per questo sono costretto ad esprimerti un personale rammarico nel momento in cui, mio malgrado, mi trovo ad essere bersaglio delle tue critiche (“Un silenzio che fa rumore” ne “La Città” del 12 ottobre 2005).
Io penso che il commercio sia uno degli elementi che fanno la vita di un centro storico. La situazione a Viterbo, come ben sai, è invece drammaticamente diversa: basta una passeggiata per provare lo sconforto di vedere tanti e tali locali, un tempo sedi di fiorenti attività commerciali e artigiane, ridotti all’abbandono ed al degrado. Con quel che ne consegue per la vita civile e sociale della città.
Ebbene, io ho scelto di aprire un negozio in questo deserto, recuperando un locale trascurato da anni e restituendolo a quello che, oggi, n’è l’uso più congeniale: un negozio. Perdona la presunzione, ma sono convinto di aver fatto un ottimo lavoro dal punto di vista architettonico, valorizzando un angolo, certo infinitesimo, del centro storico.
Questo naturalmente grazie all’opera di tecnici, artigiani ed operai, tutti viterbesi, tutti molto bravi; e grazie anche alla paziente collaborazione dei vicini, negozianti ed abitanti, che hanno seguito, incoraggiandomi, i lavori. Da solo non avrei potuto farlo.
Ora tu lamenti che, nel rinnovare la facciata, io abbia provveduto solo alla parte riguardante il mio negozio. È fin troppo evidente che non spetta a me rifare l’intonaco di un palazzetto che non mi appartiene. Forse che un altro, più volenteroso, avrebbe potuto accampare simili pretese? La scelta pertanto è stata: lasciare tutto com’era, con i pezzi di calce cadenti sui passanti, o risanare la parte di mia competenza.
Il colore che con “un pugno” ha colpito il tuo occhio, è quello dell’intonaco grezzo: pronto per essere tinteggiato. Io il problema me lo sono posto e chiedo: tu quale avresti scelto, tra le tante sfumature che formano l’indefinibile gamma di colori di una facciata scalcinata?
Sui gusti non si discute e le critiche sono, per conto mio, non solo legittime ma doverose ed utili. Avrei tuttavia gradito che, nel censurare il mio lavoro, tu avessi anche espresso un sia pur minimo apprezzamento per il progetto commerciale che, in tempi niente affatto favorevoli, ho voluto realizzare.
Davvero questa città ha bisogno d’improbabili commercianti-benefattori, o non piuttosto di amministrazioni capaci di rendere conveniente l’avvio di iniziative commerciali e artigianali qualificate? Non sarebbe più opportuno promuovere, più che imporre, una decorosa manutenzione degli immobili? Per questo permettimi di considerare la richiesta d’intervento alle autorità competenti, prima ancora di sapere come stanno le cose, una caduta di stile.
Vieni a trovarmi, Mauro, al negozio. Mi darai così l’opportunità, ed il piacere, di illustrarti nel dettaglio il lavoro che ho svolto e lo spirito che l’ha animato.
Con simpatia,
Pierluigi Ortu”.
Caro Pierluigi,
grazie della lettera, ma certo tu eri l’ultimo che pensavo si offendesse dopo il mio scritto. Intanto ti dico che hai realizzato un negozio, al suo interno, di tutto pregio e prestigio. Passando ho lanciato qualche fugace occhiata ed ho apprezzato il suo contenuto, l’armonia e la particolarità nella scelta degli oggetti esposti in vendita. I miei complimenti e ringraziamenti per aver dato vita, come dici tu, ad un angolo, certo infinitesimo, del centro storico. Se tutti facessero come te il centro storico non morirebbe. Ma tornando a quello che scrivi, non ritengo affatto che spetti a te rifare l’intonaco del palazzetto, perché non è di tua proprietà. Ma è pur vero che, certamente, non compete a te quella che tu stesso chiami la parte di mia competenza, riferendoti alla porzione della facciata in cui si trova il tuo negozio.
La facciata deve essere rifatta, intonacata, imbiancata a spese dei proprietari del palazzo, i quali avrebbero dovuto imbiancarla nel suo intero. Non lo hanno fatto, non lo fanno, allora qui dovrebbe intervenire l’Amministrazione comunale per difendere il decoro della città. Dovrebbe imporre l’imbiancatura dell’immobile, non si può concepire in una città che vanta la viterbesità, vanta di essere città termale, vanta di essere città universitaria, vanta di essere città dei papi, non si può concepire che percorrendo una via, le facciate imbiancate stonino per la loro vicinanza con le facciate decrepite.
Inoltre, non ho criticato il colore da te scelto, non è quello che ha colpito il mio occhio con un pugno, metti pure il colore che vuoi, il pugno nell’occhio, a cui mi riferivo, è lo stacco, assai pesante, tra la parte da te ripulita e la parte superiore rimasta sporca.
Se tutti i negozianti adottassero questo modo di intervenire, avremmo una città arlecchino, una città dove ognuno fa quello che gli pare, una città che si ferma a metà della sua altezza. Ma sei mai stato in Val d’Aosta? sei mai stato a Merano? a San Remo? non riuscirai a trovare un palazzo con la facciata sporca, abbandonata, scalcinata.
Il rispetto per la città, per gli altri, per se stessi è anche imbiancando la facciata del proprio palazzo. Lassù al nord, qualcosa avranno pur escogitato perché le facciate delle case siano sempre pulite! i nostri signori della Commissione per l’ornato vadano a scoprirlo!
E tu mi parli di caduta di stile, da parte mia, perché sollecito la Commissione per l’ornato ad esistere, a farsi sentire.
Se una Commissione per l’ornato fosse efficiente, certo non dovrebbe punire te, che hai ripulito parte della facciata, ma dovrebbe imporre ai proprietari di rendere decente il loro palazzetto, imbiancandolo.
Una Commissione per l’ornato farebbe buttare via i portoni e le finestre in anodizzato a san Pellegrino, farebbe togliere le parabole dai palazzetti medievali, farebbe rispettare di più i nostri monumenti. Guarda Fontanasfera al Murialdo.
Guarda la Domus Dei che cade in pezzi. Guarda le dimenticate cadenti mura civiche all’inizio della Valle di Faul, al di sotto di Via sant’Antonio. Guarda Porta Faul col tetto bucato. Guarda la Chiesa di santa Croce a Faul caduta in pezzi! Ed io sarei caduto di stile? a Pierlui’ ma fammi il piacere... come diceva Totò.
Mauro Galeotti
...e con la carrozzina?
di Agnese Galeotti
Qualche giorno fa con la macchina non ho potuto fare a meno di notare l'indisciplina totale da parte dei pedoni che attraversano Porta Romana e ancor peggio Porta della Verità.
Infatti, nonostante in entrambe le porte vi sia il passaggio pedonale moltissime persone entrano direttamente dalla porta, ovvero nel mezzo del percorso delle autovetture.
Però ragionandoci più attentamente ho notato che entrambe le porte sono prive di un passaggio per i portatori di handicap.
Infatti, mentre i pedoni possono decidere se essere indisciplinati e mettere a rischio la loro incolumità non passando per la giusta via, le persone diversamente abili hanno ben poco da decidere.
Costrette a passare direttamente attraverso la porta, rischiano di essere investite dalle auto.
Il tutto aggravato anche dalla difficoltà di scansarsi in breve tempo a causa della carrozzina.
La situazione è veramente pericolosa. Perché non si trova il modo di adeguare i passaggi pedonali anche per o diversamente abili? Possibile che in tutti questi anni nessuno ha pensato anche a loro?
Come si sa a Porta Romana e ancora peggio a Porta della Verità, i passaggi pedonali sono privi di scivolo per le carrozzelle, anzi, ci sono addirittura alcuni scalini. Spero e credo sia giusto che questo problema sia risolto il prima possibile, anche se mi rendo conto che non sia facile attuare lavori sulle mura antiche, sicuramente protette come beni culturali. Ma, con il massimo rispetto per esse e per ogni monumento che racconta la storia della nostra città, sono certa che la protezione per una persona valga più di quella di parte delle mura, molto spesso trascurate dalle varie amministrazioni comunali.
Vorrei far notare un’altra pecca.
Il sottopassaggio che conduce da Piazza Crispi a Porta della Verità è, anche esso, inadeguato ai diversamente abili, infatti, entrambi gli accessi sono ostacolati da scale.
Mi chiedo, un portatore di handicap che da Piazza Crispi volesse arrivare a Porta della Verità, cosa dovrebbe fare? attraversare la strada con la carrozzina?, una strada anche abbastanza trafficata dalle autovetture.
Confido che queste barriere architettoniche vengano abbattute e che si pensi un po' di più anche a chi non ha la fortuna di poter camminare con le proprie gambe.
Agnese Galeotti
Cristofori o Cristofari???
di Bruno Matteacci
Sono piccoli suggerimenti quelli che voglio dare questa volta, dato che per il momento tanti “suggerimenti” sono stati recepiti dall'Amministrazione comunale.
Sono piccoli, ma le cose grandi sono fatte da cose piccole.
Nel quartiere Pilastro le amministrazioni, che si sono succedute nel tempo, hanno inteso onorare un grande personaggio viterbese, intestandogli una via del quartiere che inizia da Viale Bruno Buozzi e termina in Via Luigi Rossi Danielli.
Parlo dello storico Francesco Cristofori, nato a Viterbo il 12 maggio 1859 e deceduto a Viterbo il 10 aprile1939.
Onorare e ricordare un illustre concittadino è un dovere di chi ha la facoltà di farlo, ma santo Iddio, su tre targhe della toponomastica, due sono sbagliate in quanto, le passate amministrazioni, hanno fatto fare due targhe con il cognome errato, scrivendo: Cristofari, invece di Cristofori.Altra targa, della toponomastica cittadina, che va riveduta è quella di Via San Benedetto Menni, proprio vicino all'ingresso della Casa di cura “Villa Rosa”.
In loco sono due targhe: una con la scritta Via Padre Menni, che deve essere tolta, e l'altra con la giusta iscrizione. All'Amministrazione di oggi chiedo di riparare l'errore, di chi l'ha preceduta e, approfitto, per segnalare l'opportunità di mettere, all'uscita della tangenziale, direzione Strada Cassia Nord, una targa direzionale, con la scritta “Cimitero”. Altra segnalazione che voglio fare, in quanto spronato da alcuni cittadini, è relativa al servizio urbano effettuato dalla “Francigena”, che ha soppresso il passaggio del pullman della linea “A” davanti al cimitero. Invito l'Amministrazione comunale e, per essa la “Francigena”, a non esasperare chi già soffre tanto e che sente la necessità di andare sul “sacro terreno” del cimitero dove sono i propri cari. Attendo una benevola presa in considerazione di quanto segnalato.
Bruno Matteacci
Festival del teatro
di Francesca Bruti
Anche quest’anno si rinnova a Viterbo l’amore per l’arte del teatro. Domenica 23 Ottobre ha avuto inizio il Festival Nazionale di Teatro Amatoriale, nato nel 1996, grazie all’impegno congiunto del Comitato Provinciale FITA (Federazione Italiana Teatro Amatori) di Viterbo, del Comune e della Provincia di Viterbo. Per festeggiare la 10ª edizione del Premio Città di Viterbo, la presidenza della manifestazione non ha emanato come ogni anno il bando di concorso per far partecipare al festival le compagnie teatrali, ma ha scelto di invitare le compagnie vincitrici di altri concorsi e rassegne a livello nazionale. Quindi, Viterbo farà da cornice ad un ottimo cartellone teatrale, in cui le migliori compagnie nazionali di teatro amatoriale porteranno in scena opere di grandi autori italiani e stranieri. A far da padrona di casa sarà la Compagnia Teatrale F.A.V.L. di Viterbo, nata nel 1985 con lo scopo di promuovere la cultura del teatro, in particolare tra i giovani. Le compagnie si esibiranno ogni domenica pomeriggio alle 17.30 al Teatro San Leonardo di Viterbo; fino alla Serata di Gala conclusiva del 18 Dicembre, in cui si esibirà la Compagnia F.A.V.L. e sarà consegnato il Premio al gruppo vincitore. Questa manifestazione è l’occasione per far avvicinare grandi e piccoli al bel mondo del teatro, una delle arti più antiche della cultura italiana.
Ecco il cartellone degli spettacoli:
_ 23 Ottobre - La Barcaccia di Verona con “Sior Todero Brontolon” di Carlo Goldoni
_ 30 ottobre - Amici del teatro di Enna con “Questi fantasmi” di Eduardo De Filippo
_ 6 Novembre - Il canovaccio di Pisa con “Black Comedy” di Peter Shaffer
_ 13 Novembre - Accademia teatrale di Sicilia di Raffadali (AG) con “Vestire gli ignudi” di Luigi Pirandello
_ 20 Novembre - Filarmonico drammatica di Macerata con “Lo zoo di vetro” di Tennesse Williams
_ 4 Dicembre - La compagnia vincitrice del Premio Fitalia si esibirà con lo spettacolo Premio Fitalia 2005
_ 18 Dicembre - Compagnia teatrale F.A.V.L. di Viterbo con “Quaranta… ma non li dimostra” di T. e P. De Filippo
Francesca Bruti
SOTTOASSEDIO
di Antonello Ricci
Italia 1921-22. Una delle pagine più tragiche nella storia del nostro Paese. Anni di guerra civile vera e propria. Potremmo essere ovunque. Siamo a Viterbo. Dal coro appassionato del popolo viterbese, uomini e donne anonimi e senza volto, mani di pietra e un cuore da leone, si fanno avanti alcuni personaggi. Un ragazzino diventato uomo in uno scontro di piazza. Un giovane che si congeda dalla vita quasi senza rendersene conto, tradito dagli amici, arrogante e coraggioso fino all’ultimo. Un vecchio condannato per un omicidio mai commesso: come il marinaio di Coleridge, egli è rimasto prigioniero dei propri ricordi, ogni sera va dal prete e gli racconta di quella “ingiustizia subita ai tempi del fascio”. Due madri impietrite dal dolore. Ciascuna un figlio ammazzato. La prima, straniera e aristocratica, è annichilita dall’orrore per una violenza tutta “locale”, totalmente incomprensibile ai suoi occhi. L’altra invece, testarda popolana vitorbese, nei giorni del dilagante conformismo in camicia nera saprà dare il commovente esempio d’una Resistenza declinata al femminile. Infine, una lapide-simbolo che, divenuta meta di pellegrinaggi politicamente imbarazzanti, sarà rimossa per volere dei gerarchi locali. Difesa da alcune donne viterbesi con le unghie e un disperato orgoglio di classe, tornerà al suo posto nei giorni della Liberazione…
Nato da scrupolose ricerche d’archivio, Sottoassedio porta in scena e indaga sentimenti e risentimenti, affetti ed effetti, odi e rancori di parte accesi e moltiplicati dalla violenza dello squadrismo fascista nella insanguinata stagione che precedette la marcia su Roma e l’avvento del regime. Il testo, di Antonello Ricci, si basa sulla meticolosa ricostruzione e su una interpretazione storiograficamente rigorosa dei cosiddetti “fatti di Viterbo”. A partire dal vaglio sincero e spassionato di tutte le fonti disponibili (dagli atti processuali alle carte di polizia, dagli articoli di giornale alle foto d’epoca, dai memoriali scritti alle testimonianze orali) e attraverso la messinscena della sua folla di personaggi “inventati dal vero” Sottoassedio rievoca nel linguaggio del dramma (fatto di parola detta - a volte, perché no?, parola dialettale - ma anche di gesti e silenzi, di rulli di tamburo e versi improvvisati, di canzonette e cori) alcuni gravi episodi di violenza politica accaduti a Viterbo tra la primavera 1921 e l’estate 1922. Nella convinzione che rivivere teatralmente certe vicende o, se si preferisce, certi incubi, come in ogni psicodramma che si rispetti, sia il primo passo necessario per una buona terapia. Ma qui il discorso si farebbe lungo…
Stampalternativa, Associazioni culturali “Achille Poleggi”, “Frisigello” e Arci Nuova Associazione presentano:
Gruppo teatrale “Volgiti, che fai”
Sottoassedio di Antonello Ricci ex-chiesa di Sant’Orsola, via San Pietro 2, Viterbo, sabato 5 novembre, ore 21, domenica 6, ore 18, ingresso a sottoscrizione, sabato 5 la messinscena sarà preceduta dalla presentazione del libretto di sala: Sottoassedio, Viterbo '21-'22, a cura di Silvio Antonini, Stampalternativa, Viterbo 2005 (foto d’epoca Archivio Mauro Galeotti) - interventi di Alfio Cortonesi (Università della Tuscia) e Alberto Prunetti (autore di Potassa. Storie di sovversivi, migranti, erranti, sottratti alla polvere degli archivi, Stampalternativa, Roma 2003) domenica 6 la messinscena sarà invece preceduta da “C'era una volta un'altra Viterbo”, lezione-racconto di Antonello Ricci
(durata della performance teatrale 45’ – durata totale dell’evento 1h e 45’)
VITERBO ’21-’22 – I FATTI
2 maggio 1921. Campagna elettorale per le politiche. A Viterbo, un lacero e scarmigliato Bottai prende parola da un balcone in piazza delle Erbe. O almeno tenta. Perché dabbasso un popolo di mezzadri e cavatori, anarchici e socialisti, repubblicani e comunisti lo fischia, impedendogli di parlare. Lo raggiunge lo scalpellino Duilio Mainella, repubblicano e ardito del popolo, che lo affronta in contraddittorio. Il comizio, in altre parole, appena cominciato è già finito. I pur numerosi fascisti, intervenuti da Roma e dall’Umbria, si arrendono all’evidenza: abbandoneranno la città. Ma non prima di aver dato vita a violenti scontri a piazza della Rocca. Ci scappa il morto. Il giovane Antonio Prosperoni il quale, inerme e incolpevole, rincasava dal lavoro. Viterbo, in lutto, resiste inespugnata. Ma è solo questione di tempo. L’assedio è cominciato.
Il 10 luglio, per l’inaugurazione del gagliardetto del fascio locale, le vie della città sono presidiate da gruppi di fascisti orvietani armati fino ai denti. Ovunque intimidazioni, soprusi, malmenamenti, ferimenti. La popolazione, terrorizzata, si barrica in casa. Qualcuno decide di reagire. Tafferugli isolati. La forza pubblica non brilla per iniziativa. Dalla sua casa nei pressi di via Cairoli, il contadino Tommaso Pesci ode colpi d’arma da fuoco, uno dei figlioletti manca all’appello, decide di affacciarsi per strada. È freddato sull’uscio da un colpo di revolver. Due giorni dopo, è il 12, funerali solenni, con la città in sciopero e in stato d’assedio: esercito alle porte, manipoli di arditi del popolo a guardia delle mura medievali, qualche centinaio di fascisti accampati nell’immediato suburbio. È di passaggio per Viterbo un’Alfa Torpedo su cui viaggia, di ritorno da una gita e diretta a Roma, la signora Lucille Beckett coi suoi 3 figli. Tragico equivoco o macabra provocazione?
L’auto è investita da una gragnola di colpi d’arma da fuoco. Perde la vita il secondogenito della signora Beckett, il quindicenne Jaromir Czernin. Anche stavolta i fascisti non ce l’hanno fatta. Ma l’assedio si stringe.
Passa un anno, uno soltanto. Tutto è cambiato però, quando la sera del nove luglio 1922 tre sicari fascisti uccidono a coltellate sulla pubblica via il venticinquenne Antonio Tavani, ardito del popolo. Tutto è cambiato. Perché ai funerali, pur imponenti per adesione di popolo, saranno di fatto assenti le istituzioni. Perché la città sarà presidiata per giorni da squadre fasciste. Perché l’opinione pubblica negherà il carattere politico dell’omicidio preferendo ascriverlo invece alla categoria dei reati comuni. Ma soprattutto perché i sicari conoscevano bene l’assassinato essendo stati tutti, fino a poche settimane prima, anarchici e arditi del popolo essi stessi. A dimostrazione che il vero assedio si stava consumando altrove. Nella nascosta camera della coscienza. E in tanti avevano già capitolato. Alla violenza dello squadrismo. Al conformismo.
Azioni prodiane
di Claudio Santella
Il professore Romano Prodi, per cercare di raggranellare voti in vista delle prossime elezioni politiche, ha detto la sua sui matrimoni di fatto. Successivamente, vista la reazione, ha cercato di chiarire quanto aveva detto, per non perdere i voti di altro elettorato.
Caro professore, lei si è espresso benissimo, in buon italiano, senza dare adito ad equivoci, il suo intervento era mirato: voleva il consenso elettorale da parte di quei cittadini che, immersisi in una situazione di fatto ibrida, aspettano, come la manna dal cielo, che qualcuno riconosca loro quei diritti che lo Stato riconosce a chiunque sia disposto a seguire le regole che lo Stato stesso si è dato. Non solo è stato chiaro, ma ha lasciato loro intendere, tra le righe, molto di più di quanto tra le righe era scritto.
Lo Stato, però, per riconoscere qualsiasi diritto, impone un onere corrispettivo, perché, caro professore, così come è vero che l’uomo si riunisce in società per avere dei vantaggi, è altrettanto vero che, per averli, deve pagare il biglietto d’ingresso, biglietto che consiste nel vivere onestamente con gli altri, secondo le regole che la società si è data. Ricorda professore? Iuris praecepta sun haec: honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere. Lo ha detto Ulpiano, che viene studiato nelle università, Ulpiano che ha avuto gratificato il suo sapere giuridico da Giustiniano, che di diritto se ne intendeva. Inutile sottolineare che è lo ius che caratterizza la società; queste cose Lei le sa benissimo.
Non si possono godere i benefici del vivere insieme agli altri senza rispettare le regole. Diversamente si vanno a minare le stesse regole che lo Stato si è dato, si vanno a minare le stesse istituzioni su cui lo Stato stesso si poggia. Regole diverse per situazioni diverse, altrimenti, giova ripeterlo, si ledono i diritti degli stessi altri, di coloro che non hanno paura di assumersi degli obblighi, che non hanno paura di assumersi degli oneri sociali per conquistare delle situazioni giuridiche, che non pensano solo a se stessi ed ai propri interessi. L’istituto sociale della famiglia risponde a determinati requisiti ed all’adempimento di alcuni oneri. Una famiglia dà dei diritti, ma impone anche degli obblighi. Una situazione diversa non è una famiglia, non impone gli stessi oneri, non dà e non può dare gli stessi diritti. Vivere in società con spirito egoistico non solo non è lecito, ma è un controsenso. Di azioni proditorie ne abbiamo già avute abbastanza! Per favore facciamola finita. Dia, lei che è professore, l’esempio. Non pensi solo a racimolare voti sacrificando, per essi, principi che esistono dalla notte dei tempi in qualsiasi raggruppamento sociale. Lei che è professore di economia calcoli meglio la sua epsilon, vedrà che di voti, probabilmente, ne prenderà di più.
Claudio Santella
Roccalvecce
di Riccardo Manca
Roccalvecce sorge sulla strada che anticamente collegava Celleno con Graffignano. I suoi feudatari più importanti, membri delle famiglie Gatti e Baglioni ebbero a lungo il dominio di questo feudo e dei territori circostanti. Le prime notizie risalgono al 1199, anno in cui si narra che Rinaldo del Veccio, nobile condottiero, fu ucciso nel corso della famosa battaglia tra viterbesi e romani, al piano della Sala. E’ certo che Roccalvecce fu, nel Medioevo, un centro importante ed ambito. Conquistato da Ottone IV, nella lotta contro Innocenzo III, venne ben presto recuperato dai Viterbesi.
Occupato dai nemici nel 1254, veniva riscattato da Corrado ed Ugolino d’Uffreduccio Monaldeschi che erano condomini affittuari della Rocca. Nel 1303, Roccalvecce venne coinvolta nella lotta che devastava il Patrimonio di S. Pietro in Tuscia. Intorno al 1452 Roccalvecce passò nelle mani della famiglia Gatti che già ne possedeva i due terzi e che, per volere di Nicolò V, otteneva anche la parte restante del borgo dall’ospedale S. Spirito in Sassia di Roma. Il castello restò di proprietà di questa famiglia fino alla fine del 1400 quando, Giovanni Gatti, asserragliato a Celleno, si rifiutava di cedere le sue proprietà.
Quando venne ucciso, Alessandro VI espropriò tutti i beni della sua famiglia, ma grazie all’intervento del Cardinal Giovanni Colonna parte delle proprietà rimasero nelle mani della sua vedova, Ippolita Baglioni. Tra queste era inserito anche Roccalvecce ed il suo feudo. Nel 1579, in seguito ai successivi trasferimenti dotali ed ereditari ed a questioni interne alla famiglia dei suoi feudatari, Roccalvecce passò ai Baglioni. A metà del secolo XVII i Baglioni vendevano il castello ai Costaguti per 61500 scudi. Nello stesso anno il popolo del Comune giurava fedeltà al nuovo proprietario del castello.
Da quel momento, Roccalvecce rimase sotto la giurisdizione dei Costaguti, che si occuparono del restauro del suo castello e di alcuni lavori di sistemazione ed ampliamento del borgo. Il 13 Aprile 1946, alcune persone di Civitella d’Agliano e di San Michele in Teverina (a bordo di un mezzo pubblico) cadevano giù per un precipizio, uscendo prodigiosamente illesi. Il miracolo fu subito attribuito alla Madonna del Nespolo. Un uomo, con tanto spirito di altruismo, recuperò il mezzo mediante il suo carro trainato da un paio di buoi.
Sono fiero di scrivere che quell’uomo, Renato Valentini, era mio nonno materno.
Riccardo Manca
Gli anni passano
di Bruno Matteacci
Visto che gli anni passano e mai ho sentito dire due parole o veduto una corona o un mazzo di fiori, depositati all'angolo di Porta della Verità, dove è una lapide con la scritta: Il 24 ottobre 1867 / dai nemici della libertà / qui caddero uccisi / Luigi De Franchis maggiore garibaldino / Gioacchino Alluminati trombettiere / padre Manetto Niccolini / dell'Ordine dei Servirti.
Sono convinto che nessuna goccia di sangue è stata versata, inutilmente, da chi ci ha preceduto e che tutto dobbiamo a chi non è più tra noi, in particolare se teniamo conto che le radici della libertà hanno origini molto lontane.
Quindi, ricorrendo il centotrentottesimo anniversario dalla morte dei tre difensori della libertà, vada un deferente pensiero ha coloro che hanno sacrificato, lottato e perduto la propria vita per il più grande ideale: la libertà, che troppo spesso si dimentica la sua bontà.
E' sempre valido il detto che la libertà è come l'aria, la si apprezza quando non c'è più. Grazie Luigi, grazie Gioacchino, grazie padre Manetto da parte de La Città .
Bruno Matteacci
postato da: Spvit | 14:18
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