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martedì, ottobre 26, 2004
Il mercatino dell’antiquariato-artigianato piu’ grande dell’Alto lazio “Sotto il campanile” E’ a VITORCHIANO, Domenica 28 Novembre 2004 e ogni “quarta” domenica del mese per informazioni: 3393337869
E’ in vendita la videocassetta col Trasporto della Macchina di S. Rosa del 3 Settembre 2004, durata 58 minuti. E le videocassette dei Trasporti dal 2000 al 2003. Sono in vendita i video delle Mini Macchine del Pilastro, del Centro Storico e di Torre S. Biele del 2004 e precedenti. Info: tel. 3393337869
27 Ottobre 2004 Anno XIV n° 20
Hanno aperto un nuovo supermercato Che fico!!! di Mauro Galeotti
Che fico! giù pel Comune hanno dato una bella licenza di vendita al minuto ad un Supermercato Super Natura che si trova sulla Strada Riello, qui a Viterbo, a due passi dall’Università. Che fico! Sì proprio fico! basta che percorri Via Camillo de Lellis in direzione Strada Riello e ti trovi subito di fronte a un aperto supermercato della catena Super Natura. Sì, una nuova catena di supermercati che esiste solo a Viterbo. Per ora hanno aperto solo tre succursali, e... sì è vero sono poche, per fortuna, ma sono tutte disposte comodamente in Strada Riello. E va be’ sì... sono a poca distanza l’una dall’altra, ma... quanto sono fiche! e poi i prodotti in vendita sono tanti e diversi, un sacco fichi, tre punti vendita da sballo. Wow! Il primo lo trovi così: tu percorri, con la tua auto fica, la Strada che porta alle terme, si quella che si apre avanti a Porta Faul. Ma come non hai capito! è quella dal caratteristico odore di cacca, vicino al Mattatoio vecchio dove è l’allevamento di sorche, o per i meno esperti... di pantegane, vicino a Porta Valle, in Via san Paolo, piena di fango quando piove e dove le panchine sono sempre rotte... Ah hai capito! Da lì arrivi di filato fino alla Casa del Boia, che trovi sul bivio che conduce, a sinistra, alle Terme dei Papi e, a destra, allo svincolo della superstrada per Orte-Vetralla o al Bullicame-Orto botanico. Ma fai attenzione per raggiungere il Supermercato Super Natura appena vedi la Casa del Boia devi voltare a destra. L’insegna non la puoi vedere perché la dovranno montare a giorni, lì proprio sull’angolo. Appena imboccata Strada Riello fai venti metri e sei arrivato! Il supermercato lo trovi sulla sinistra. Lo vedi subito perché il proprietario, coi tempi che corrono, per evitare che qualche male intenzionato gli rubasse la merce esposta, ha pensato bene di mettere una bella recinzione di rete metallica sostenuta da bei passoni, o per i meno esperti... di pali, in tutte e due le vetrine. Quest’ultime sono davvero uniche e caratteristiche. Pensa il proprietario le ha ricavate in due vecchie abbandonate grotte etrusche, chissà forse prima erano delle tombe. Ma bada bene, stai tranquillo, prima di mettere in vendita i suoi prodotti il proprietario ha tolto via tutti i teschi, i femori, le tibie e ha dato una bella passata di disinfettante. E’ un uomo rispettoso dell’ambiente e della natura. Rispetta talmente ciò che trova che in una gabbia toracica, più ben conservata delle altre, ha messo un bel pappagallo rosso, giallo e verde. Lo utilizza come semaforo, una sorta di distributore di biglietti numerati ad uso dei numerosi acquirenti che fanno la fila. Nel supermercato, appena indicato, trovi vecchi copertoni consumati, cessi di ceramica bianca sfondati, valigie rotte, ballette di cemento e di gesso induriti, secchi vuoti già usati, poltrone di auto sgarrate, bottiglie di plastica vuote, pupazzi di peluche sporchi, tavoli in plastica sfondati senza piedi, paraurti di un’auto non ben definita, una mezza targa pubblicitaria con scritto ...SBRIC... PRATIC... SALCI... ovviamente le lettere sono colorate, scatole aperte di conserva e di tonno, piatti di plastica usati, vaschette di polistirolo vuote, cartoni sfondati, buste dell’Ikea piene di sterro, scaldabagni non funzionanti ma dalla moderna linea bozzata da colpi ben appioppati, vetri infrangibili... rotti. Quando sei soddisfatto dei tuoi primi acquisti ti consiglio di riprendere l’auto e proseguire sulla stessa Strada Riello, pochi metri e a sinistra trovi la prima succursale del Supermercato Super Natura. Qui il proprietario ha fatto in tempo, prima dell’inaugurazione, ad installare l’insegna con la caratteristica e originale, e perché no, misteriosa scritta: RISPETTATE LA NATURA - MAIALI. Mi dicono che Maiali dovrebbe essere il cognome del proprietario! Qui puoi trovare ancora pneumatici col cerchione, porte in legno divelte, coperchi posteriori di televisori rotti, sedie sfasciate, borse in simil pelle sfondate, sportellone posteriore di auto non identificata quindi adatta per ogni vettura, buste di plastica vuote e anche piene di cose inutili di cento colori, carcasse di stufe adoperate quanto basta, ancora balle di cemento indurito, preservativi usati per garantirne la resistenza, lavatrice color bianco con tubo incorporato penzolante, chiaramente usati una sola volta, con unito indivisibile fazzolettino che previene l’incasinamento delle mutande. La cosa bella di questa succursale è la panoramica che si può godere, infatti in primo piano sono tutti i succolenti e caratteristici prodotti della Tuscia e sullo sfondo è Viterbo con il Cimino e la Palanzana. Appena fatti i tuoi primi soddisfacenti ed originali acquisti prosegui sulla stessa strada per raggiungere la successiva succursale che offre meno prodotti ma tutti davvero strepitosi. Puoi trovare ed acquistare in convenienza 3 x 2 manufatti edili spezzati, mattonelle da gabinetto tritate per la composizione di un entusiasmante ed unico mosaico, secchi vuoti di ottima lamiera arrugginita, sacchi di plastica bruciacchiata, pezzi di peperino sbozzato per iniziare il muro di cinta della tua moderna villetta. Dimenticavo! sia nella sede centrale, la prima che ti ho illustrato, che nelle due succursali successive, è di estrema importanza che tu non ti soffermi sul primo scaffale perché scavando trovi sotto quello che meno ti aspetti. Proprio meno. Mauro Galeotti
Pazzesco... in Via Monte Cervino! di Agnese Galeotti
Chi ha il coraggio di percorrere Via Monte Cervino sia a salire che a scendere è davvero un alpinista. Mi riferisco ai marciapiedi che sono lungo la via. Infatti, il pericolo impera ogni pochi passi. Pericolosi sono i chiusini sparsi lungo i predetti marciapiedi che molto spesso sono più alti del livello ove si passa a piedi. Pericolose le radici degli alberi che poverine non potendo più penetrare in profondità si allargano in superficie e sollevano il manto bituminoso, creando crepe che posso definire veri e propri crepacci alpini. Ad ogni albero che si trova lungo la via corrisponde un sollevamento del fondo stradale che lo circonda. Un anziano, un bambino, ma anche una persona giovane basta che si distraggano un attimo per cadere lunghi lunghi in terra, un giovane o un bambino con molta probabilità si rialzano con qualche danno non tanto grave, ma un anziano? avrà la stessa reazione? Non parlo poi di quello che dovrebbe rappresentare la rampa di salita ad ogni inizio e fine marciapiede. Sono delle vere e proprie salite che uno normale a piedi si può pure provare ad arrancare, ma ve lo figurate un non abile sulla carrozzina, per affrontare quelle salite e quelle discese deve attaccarsi alla fune per tirare o per frenare. Vergogna! A tal proposito fa ridere, e nello stesso tempo piangere, una situazione incresciosa. Se un non abile si mette a percorrere con la carrozzina il marciapiede che sta a salire la via stessa, dopo il parcheggio della Coop e dei Vigili Urbani (a proposito possibile che nessuno di quest’ultimi se ne sia accorto?), giunto alla fine invece di trovare una discesa che gli consente di scendere dal marciapiede, trova un bel muro di cinta. Bello alto con a sinistra il marciapiede con il classico scalino, invalicabile per chi si trova in quello stato di disagio. Complimenti a quel cervellone che ha realizzato la rampa di accesso al marciapiede per poi imbattersi in un muro! E per finire la chicca. In un tratto del marciapiede lo spazio tra un palo della luce ed un albero è talmente stretto che una carrozzina proprio non ci passa, ma in compenso è la rampa di salita. Agnese Galeotti P.S. Stappate, lungo Via Monte Cervino, qualche chiavica... è otturata.
Daje giù col foglietto rosa! di Simone Galeotti
So che il sindaco è contrario a che le automobili siano parcheggiate in Piazza del Comune. E questo può essere anche comprensibile. So pure che tiene sotto bambagia la stessa piazza e la concede solo per particolari manifestazioni come la venuta di Gianfranco Fini, le riprese cinematografiche di Capitani & C., le manifestazioni organizzate dall’Associazione ABC e così via.
La cosa strana è che tollera la fiumana di motorini che vengono parcheggiati davanti al Bar Centrale. Motorini che non danno un bell’aspetto alla piazza, per il tipico parcheggio selvaggio, e che disturbano il passaggio dei pedoni che transitano da Via Ascenzi a Via Roma e viceversa. Non ho nulla contro i motorini e i loro proprietari, è ovvio, ma così come stanno messi potrebbero di punto in bianco essere tutti contravvenzionati, perché non sono parcheggiati negli spazi loro riservati, come avviene in Piazza della Repubblica. Bisognerebbe realizzare più parcheggi per i motocicli e incoraggiare chi li conduce poiché ciò va a favore dell’ambiente. Non vorrei che succeda quello che sta accadendo a Belcolle, dove i Vigili Urbani, sembra chiamati dai militi dell’Istituto di vigilanza lì di servizio, sono costretti a fare il blitz e multare le auto parcheggiate fuori gli spazi consentiti. Oddio! la contravvenzione è giusta e nessuno può negarlo, ma quanto è giusto abituare gli automobilisti a una regola non scritta ma consueta, ossia quella di lasciare in sosta l’auto anche fuori le strisce dei parcheggi per mesi e poi d’un tratto piombare come il falco e contravvenzionare? Oltre tutto chi parcheggia fuori l’ospedale non è accompagnato da pinne, maschera e occhiali, va per difficoltà di salute, mi pare ovvio. E per finire, visto che parlo di divieti come si può concepire che ogni sabato a Viterbo, in Piazza martiri d’Ungheria, col mercato settimanale che occupa l’unico grande parcheggio disponibile in città, chi si appresta a parcheggiare intorno a quell’area venga preso di mira dai Vigili e multato per divieto di sosta anche se l’auto posteggiata non crea grandi disagi alla circolazione? Poi assisti a tolleranze strane per certe auto che parcheggiano nella stessa piazza davanti alla Colonna di ser Monaldo? Questa per chi non lo sa si trova nel giardinetto che divide Via Magliatori dalla Fontana del Paracadutista. Bisognerebbe essere più equilibrati, se una sosta non è consentita deve valere sempre e per tutti, ed in fine... ma è vero che i Vigili urbani sono incitati da qualcuno a multare a destra e a manca per raggiungere un obiettivo prefissato da qualcun altro? Chi ci sa dare notizie certe in merito? Quando faceva il vigile urbano mio nonno Vinicio, negli anni ‘60 - ‘70, una regola era quella di instaurare un rapporto di cortesia con l’automobilista e non di repressione. Il vigile era più tranquillo, era il biglietto da visita della città. Ma, forse, erano proprio altri tempi. Simone Galeotti
Ti friggo e ti mangio di Pantaleo Spagna
Ai nostri tempi, in qualsiasi supermercato che uno di noi vada, può notare prodotti ittici surgelati o congelati, oppure prodotti ittici provenienti da vivai, marini o di acque dolci. I prodotti dei vivai, certo non hanno il valore dei prodotti del mare aperto, ma hanno il pregio di essere più accessibili nel prezzo. Nell’antichità qualsiasi attività espletata attraverso la navigazione, subiva un pausa forzata durante il periodo invernale. Le condizioni meteorologiche condizionavano anche le battute di pesca, tanto che nel corso dei secoli, veniva consolidata la pratica di confezionare conserve alimentari a partire dal prodotto ittico fresco, le quali, sotto l’Impero romano imperiale, raggiungono un organizzazione a livello industriale. L’allevamento ittico, al contrario, non si configurava come attività di carattere economico commerciale. A partire dal secondo millennio a.C. il valore simbolico dei pesci rinchiusi in vasche, era conosciuto solo nell’ambito di cerimonie religiose, nel quale era importante la pratica dell’allevamento ittico. Soltanto nel V sec. a.C., la pescicoltura ha assunto anche un significato prettamente economico, che giustifica la definitiva affermazione delle peschiere marittime nei processi produttivi svolti negli impianti della lavorazione del pesce. Per quanto riguarda l’allevamento ittico, si ha una prima notizia in un bassorilievo rinvenuto a Tebe d’Egitto, nella camera del tempio sotterraneo della regina Hatshepsu (1700 a.C.) raffigurante il quartiere dedicato ai pesci e agli uccelli di un giardino di acclimatizzazione, costituisce il più antico documento iconografico che attesti il collegamento tra vivai e cerimoniale religioso. Nella sfera religiosa, il consumo del pesce era esclusivamente riservato ai detentori del potere sacerdotale. In ambiente italico, le esperienze di pescicoltura in acque dolci, risalgono almeno al III sec. a.C., prevedendo sia la creazione di piscine (piscinae), sia lo sfruttamento degli ambienti naturali. La definizione di piscina ricorre, infatti, già da Plauto. L’espressione stagnum, designando in generale acqua e mari aut flumine exudans et quiescens indica l’ambiente naturale, in acqua dolce o salmastra, in cui è possibile tenere in cattività le specie ittiche. Gallio spiega il termine piscinae come lacus aut stagna piscibus vivus coercendis causa. In riferimento di impianti in acque interne, Columella menziona in particolare i laghi Velinus, Sabatinus e Volsiniensis. In ambiente italico l’affermarsi dell’allevamento ittico è dovuto dall’emegenza di una nuova categoria di ricchi e già a partire dal II sec. a.C., trova felice espressione nella realizzazione di infrastrutture a carattere marittimo, quali gli impianti per l’allevamento ittico. Una serie di accorgimenti erano necessari per quell’impianto: L’attenta valutazione della morfologia del fondale, le peschiere venivano realizzate tramite l’adattamento al banco roccioso mediante l’opera di scavo e intaglio e l’esecuzione di opere in muratura. Barriere naturali o artificiali, ostacolavano la violenza dei flutti, poi necessitavano canali di alimentazione per un rapporto di ricambio ottimale del flusso idrico. I proprietari di questi vivai, allevavano i pesci più pregiati per poter offrire ai loro ospiti, sontuosi banchetti. Dal punto di vista alimentare, hanno rappresentato per i popoli mediterranei, una delle principali fonti di sostentamento. Il pesce veniva sottoposto a processi di lavorazione che ne consentivano la conservazione e il trasporto sotto forma di conserve. La gastronomia romana contemplava un grande uso del garum, opportunamente diluito con olio, aceto o vino. Il garum si otteneva attraverso un processo di macerazione, si procedeva disponendo in un pentolone pesciolini interi e viscere di pesci con abbondante sale e con l’aggiunta eventuale di erbe aromatiche; il contenuto veniva spesso rimescolato, era poi lasciato riposare al sole per almeno due o tre mesi. Il liquido (liquamen) prodotto dalla macerazione, filtrato, costituiva il garum. Secondo la ricetta di Gargilio Marziale, la preparazione del garum veniva così approntata: in un recipiente piuttosto capiente (35 litri), venivano alternate a partire dal basso, uno strato di erbe aromatiche essiccate (aneto, coriandolo, fenoglio, sedano, santo, menta reggia ecc.) e uno strato di pesce piuttosto grasso (salmone, anguille, sardine, alose), ricoprendo il tutto con due dita di sale. Il composto veniva lasciato riposare per una settimana, quindi mescolato per una ventina di giorni. Nel bacino del Mediterraneo, le fattorie che gestivano i processi di lavorazione, erano dislocate anche in Sicilia, dove Gerone di Siracusa era in grado, nel III secolo a.C., di inviare in Egitto, in Magna Grecia, in Elliade e sulle coste settentrionali dell’Africa, ben diecimila giare di conserva di pesce. Da ricerche archeologiche, nel litorale tirreno, sono state individuate una serie di vivai; Isola del Giglio, Santa Liberata, Cosa, Pian di Spille (poligono militare), Punta del Pecoraio, Grottacce, Saracca, Banca, Torre Astura, Grotta di Tiberio, Formia, Ponza, Ventotene. Nella provincia di Viterbo, l’unico esempio di vivaio ittico, è ubicato a Pian di Spille. In questo sito archeologico, si possono riscontrare in mare, a una distanza di circa 15 metri dall’attuale linea di riva, resti informi di conglomerato completamente sommersi e devastati dall’azione del mare. Dall’esame di alcune foto degli anni ‘60, era stato possibile riconoscere in questo punto, strutture relative ad una villa romana e a una peschiera in mare, entrambe già allora duramente danneggiate dalle esercitazioni militari di artiglieria. Il vivaio a vasca rettangolare, aveva una superficie di mq 19,5 la vasca rettangolare e mq 281,75 il recinto a P greco. L’impianto idrico è costituito da due elementi sommersi, appartenenti a un medesimo complesso. Il primo è realizzato mediante un doppio filare di muri continui (spessore m. 0,50), separati da un’intercapedine (larghezza m. 1 circa, ne risulta un singolare schema a P greco) aperto sul versante di Libeccio, con i due lati lunghi paralleli, ortogonali alla costa ed estremamente protesi verso il mare. Il secondo è rappresentato da una vasca di forma rettangolare, ubicata tra l’elemento precedentemente descritto e la terra ferma. C’è l’eventualità di un collegamento delle strutture di Pian di Spille con i coclearia di Fulvius Lippinus menzionate da Plinio, e quindi riporterebbe all’ambito cronologico di massima fioritura della pratica di allevamento ittico presso i Romani, il vivaio suddetto. Pantaleo Spagna
REPERIAT QUIDAM QUOMODO REDEAT
Ricevo e volentieri pubblico:
Gentile Direttore, La prego, qualora decida di pubblicare quanto Le scrivo, di conservarne il titolo in latino. Il perché è presto detto: ognuno di noi, per solito, quando vede una cosa che lo incuriosisce ci va a ficcare il naso dentro, e siccome le parole che mi permetto di inviarLe riportano concetti meritevoli di considerazione, naturalmente non miei, ma di una persona molto autorevole, desidererei che venissero lette, se non altro per curiosità, da quante più persone possibili. La ringrazio. Veniamo ora al dunque. Qualche tempo fa, una delle nostre reti televisive, non ricordo bene quale, mandò in onda una trasmissione in cui l’arcivescovo di Hong Kong disse qualcosa che mi colpì molto, sia per la forma che per il contenuto. Al momento mi sfugge quale fosse l’argomento della trasmissione, ricordo, però, che i concetti espressi avevano valore universale. Sosteneva l’arcivescovo che ognuno di noi, allorquando si trovi ad assistere ad un avvenimento, o si trovi coinvolto in esso, o comunque venga a conoscenza di un fatto che sia socialmente pregiudizievole o anche che sia dannoso per qualcuno, deve adoperarsi affinché il fatto non si verifichi o quantomeno affinché siano limitate al massimo le conseguenze negative di quel fatto o di quell’avvenimento. Altrimenti, proseguiva l’alto prelato, non ci si può, poi, lamentare quando, colpiti a nostra volta da una disgrazia, o vittime di un sopruso, dobbiamo forzatamente prendere atto del completo disinteresse del nostro prossimo, che, pur trovandosi nella possibilità di fare qualcosa in nostro favore, si guarda bene dall’intervenire. Il tutto espresso con parole di uso comune e con la facilità di espressione propria dell’uomo colto, che mette la propria cultura al servizio del prossimo, senza farla pesare e senza alcun secondo fine. Sapeva, quell’uomo di pace, che il chiudere gli occhi davanti a situazioni pregiudizievoli e dannose, il rifugiarsi dietro il muro di egoismo e di interesse, porta, con sé, a delle conseguenze che, in futuro andranno a riflettersi negativamente sull’insieme sociale, soprattutto sulle categorie più deboli, in tutte le loro sfaccettature. Ed allora che cosa possiamo fare?! Per ora possiamo assimilare, dentro di noi, i concetti espressi dall’arcivescovo di Hong Kong e, per quanto possibile, metterli in pratica; per il futuro, invece, possiamo dare ai nostri ragazzi, attraverso la famiglia e la scuola, e soprattutto con l’esempio, una educazione ed una formazione ricca di principi moralmente ineccepibili ed universalmente validi. Non v’è dubbio, come affermava un altro illustre nostro antenato, in una sua magistrale opera molto conosciuta, ma poco assimilata, che se, anziché pensare a star bene, pensassimo a far bene, finiremmo con lo star meglio. La ringrazio nuovamente. Claudio Santella Traduzione del titolo: Ciascuno cerchi di far emergere il meglio di se stesso.
Piazza della Rocca abbandonata di Simone Galeotti
Proprio bella Piazza della Rocca! l’aiuola che divide in due la strada che passa davanti alla Rocca Albornoz è priva di fiori e l’impianto di irrigazione è divelto. E in più ancora una volta è stata abbattuta come fosse un cinghiale, la palla in travertino posta alla fine dello spartitraffico in questione verso San Faustino. Ancora una volta una palla, delle tante dislocate in città, è stata rotta. Ma quanto ci costano ‘ste palle visto che oltre che essere anti estetiche danno pure fastidio alla circolazione così spesso da essere colpite e gettate in terra? Non meglio stanno i vasi in peperino dislocati in tutta la piazza, privi di fiori da mesi. E che dire della Fontana del Vignola di notte al buio più completo e di giorno privata del classico e artistico gocciolio dei vari cannelli, infatti i più sono ostruiti o mal funzionanti. Un’altra fontana ignorata dal Comune di Viterbo, dopo quelle del Gesù e Fontana Grande. Simone Galeotti
Lo zuccherificio viterbese Riccardo Manca
Nei pressi della Chiesa di San Pietro del Castagno, oltre Via Armando Diaz, era lo Zuccherificio viterbese. Ovvero il primo edificio nella Città dei Papi completamente costruito in cemento. Il primo flash di una fotografia sbiadita. Benvenuti nella Viterbo imprenditoriale che non c’è più. La costruzione dello Zuccherificio viterbese prese il largo nel 1921. Sul Bollettino Diocesano pubblicato nel mese di Dicembre di quell’anno si apprende: In Viterbo si è costituita una società anonima ‘Zuccherificio Viterbese’ e già fuori Porta Romana, di rimpetto alla Stazione ferroviaria si sta costruendo il grandioso edificio per la fabbrica dello zucchero. Il capitale sociale sarà aumentato da 4 a 6 milioni di lire. Trattandosi di industria cittadina, vivamente raccomandiamo ai parroci di favorirla. Le azioni si possono sottoscrivere presso la Banca del Cimino e presso gli altri Istituti di Credito esistenti in Viterbo. Lo Zuccherificio viterbese entrò in attività, anche se non brillantemente, dopo quattro anni. Anno di grazia 1925. La sua esistenza, fu abbastanza breve, venne chiuso agli inizi degli anni Trenta. In quel periodo i macchinari vennero asportati altrove e l’edificio venne abbandonato a se stesso. Lo zuccherificio cessò l’attività, perché in contrasto con i piani del monopolio dello zucchero. Fu il primo tentativo, non riuscito, di industrializzazione della Tuscia, nel Ventennio. I resti dello stabilimento, ciminiera compresa, vennero demoliti verso la fine degli anni Cinquanta. C’è una curiosità, in merito, degna di nota. Una banca cittadina fallì per aver investito troppi capitali nella costruzione dello Zuccherificio viterbese. Da una testimonianza diretta, apprendo che nei pressi di Via Armando Diaz, intorno agli anni Trenta, vi era la baracca della Sora Eugenia. Quest’ultima era designata a vendere bottiglie di gassosa. Le bottiglie erano quelle con la pallina. Riccardo Manca
Il noto fornaio Mario Proietti a Uno mattina
Il noto fornaio viterbese Mario Proietti, rappresentante della Federazione italiana panificatori, è stato intervistato nella trasmissione “Pane d’autore”, di Uno mattina, da Guido Crapanzano che lo ha definito “Maestro della morbidezza del pane”. Proietti ha magistralmente illustrato le tecniche per la realizzazione della Pizza strascinata. Crapanzano è il Rettore dell’Istituto internazionale della Scienza della comunicazione di Milano. I più vivi complimenti dalla nostra redazione a chi, come Mario Proietti, fa conoscere la nostra amata terra etrusca, ricca di prodotti naturali e genuini.
postato da: Spvit | 18:14
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