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mercoledì, marzo 10, 2004



Le famiglie nobili viterbesi tra storia e cronaca
è il nuovo libro dello storico Noris Angeli

Si intitola ''Famiglie viterbesi - Storia e cronaca - Genealogie e stemmi'' l'ultimo libro di Noris Angeli. Bella la sovraccoperta a colori che protegge una copertina cartonata in tela nera. Un ''mattone'' di 942 pagine, piene zeppe di notizie che illustrano duecento famiglie viterbesi, tutte ben documentate. Un ''indice dei nomi'' di ventisei pagine facilita la ricerca dei cognomi di quelle famiglie ''la cui esistenza nella nostra città - scrive Noris - ha lasciato indelebile memoria nel divenire inesorabile del tempo''. Noris Angeli, sin dagli anni giovanili, ha dedicato molto tempo alla ricerca di notizie stuzzicato dagli scritti di vari studiosi quali Giuseppe Signorelli, Cesare Pinzi, Mario e Giovanni Signorelli, Attilio Carosi, Corrado Buzzi.
Come, poi, non ricordare il manoscritto di Feliciano Bussi, datato 1737, conservato nella Biblioteca comunale degli Ardenti, ove lo storico ha descritto la vita degli uomini illustri di Viterbo.
Notevolissima è stata la ricerca su testi manoscritti che hanno consentito all'autore di sviscerare e strigare quei legami, troppo spesso intrigati, tra discendenti e parentele.
Tesori preziosi, spolverati giorno dopo giorno da Noris Angeli, sono stati gli archivi privati di numerose famiglie e gli archivi pubblici. Tra questi, l'Archivio di Stato di Viterbo, ricco di preziosi protocolli notarili, pronti a diffondere notizie su notizie, atte a saziare anche il più vorace dei ricercatori.
Certo non meno importante è stata la ricerca tra le carte degli Archivi diocesano e capitolare, ciò ha contribuito notevolmente alla ricostruzione della genealogia delle famiglie e di vari avvenimenti ecclesiastici. L'Archivio storico del Comune di Viterbo, conservato nella Biblioteca comunale degli Ardenti, ha dato allo studio di Noris Angeli, fondamentali informazioni di vita cittadina attraverso la consultazione delle ''Riforme'', ossia i consigli comunali a decorrere dagli inizi del 1400.
Interessanti anche le ''memorie'' manoscritte delle famiglie nobili viterbesi, quali i Cordelli, i Cristofori, i Muti Bussi, i Caprini, i Vanni e Zelli Jacobuzi, che hanno consentito di vivere, momento dopo momento, gioie, dolori, paure di uomini e donne coinvolti nella inesorabile vita quotidiana di una Viterbo in continua evoluzione. E che dire dei numerosi alberi genealogici che Angeli ha voluto inserire nell'immenso suo volume? Una esposizione cronologica infinita, ben ordinata, chiara, ove le discendenze sono minuziose e ben definite, corredate dallo stemma, quando è noto, della famiglia a cui si riferiscono. E' un'opera che ''rivela una sfaccettatura inedita della civiltà viterbese attraverso i secoli - scrive Angeli - e propone la riconquista della memoria dei nostri antecessori con la ferma intenzione di conservarla prima a noi stessi per trasmetterla poi alle generazioni future''.




Massa Palanzana

di Pantaleo Spagna

Il termine ''Massa'' sta a significare un raduno di terre e poderi compresi sotto un nome comune, con fabbricati più o meno rustici.
La denominazione di Massa Palentiana concerne le terre poste nella contrada detta ancora oggi della Palanzana, ai piedi del monte omonimo. La Massa è stata coltivata e abitata fin da tempo antichissimo, molto prima alla nascita del ''Castrum'' che della città di Viterbo. Il suo nome deriva forse dal più antico possessore di nome ''Palentius'' (come riferisce l'Orioli).
Si può risalire nientemeno all?imperatore Costantino, il cui nipote ex frate Gallo Cesare, nacque i opud tuscos in massa veternensi o vetervensi, che l'Orioli identifica nella nostra terra viterbese comprensiva della zona Palanzana, certo è che la località di che trattasi. È fatta fin dai remoti tempi e menzionata per la prima volta, agli inizi del secolo VI. Poco prima della deposizione di Romolo Augusto per opera di Odoacre, era cessato l'Impero Romano d'Occidente: sulla fine del V secolo, erano calati gli Ostrogoti dalle terre danubiane, guidati dal Re Teodorico, a cui si deve per la prima volta la menzione della ''Massa Palantiana'' come ora si vedrà. Teodorico aveva concesso le terre della Palanzana a due personaggi romani Argolico e Armandiano, a compenso della perdita della ''casa arbitana'', loro tenimenti in territorio di Orvieto, senonché, come scrive Procopio (De bello gotico 1.3) Teodato, figlio di Amalafrida, sorella del Re Teodorico, con i suoi uomini usurpò le terre della Palanzana agli eredi di Argolico e Arnandiano e questi ricorsero a Teodorico affinché costringesse Teodato a restituire le terre indebitamente occupate.
Per quanto estraneo all'argomento, è opportuno ricordare, anche in relazione con i nostri territori, che questo Teodato, morto nel 526 il Re Teodorico, fu nel 534, fu sposato dalla figlia di Teodorico Amalasunta della quale molto rapidamente se ne disfece, esiliandola nell?isola Martana sul Lago di Bolsena e poi fatta uccidere dai suoi sicari, strangolandola nel bagno Teodato pagò caro i suoi misfatti, perché, solo dopo due anni dall'assunzione del trono, fu scacciato, inseguito e ucciso dai soldati di Vitige, il nuovo Re dei Goti, nell'anno 536. La Massa Palantiana continuò a prosperare sotto il dominio dei Longobardi, calati in Italia dalla Pannonia e con l'editto di Rotari, la prima codificazione delle consuetudini barbariche e poi lasciarono nella nostra città i tipici campanili di San Sisto e di Santa Maria in Cella.
Nell'ultimo periodo del regno longobardo, sono numerose le memorie della Massa Palantiana, riscontrabili in tanti documenti conservati dai Regesti dell'Abbadia di Farfa attraverso questi atti, si evidenzia la crescita della ''Massa'' e anche della sua popolazione. Si ha notizia del ''Casale Fagiano'', poi di Santa Maria in Fagiano i cui resti tuttora esistono nel Casino del Vescovado, nel 766, si cita all'interno della Massa una chiesa di San Pietro.
Nel 768 l'Abate Alano cede ad Ansilberga (figlia del Re Desiderio e, quindi sorella della pia Ermengarda abbadessa del monastero di S. Salvatore in Brescia, una ''cella'' in finibus vetterbiensium in luogo detto Fagianus.
Dalla fine della dominazione, al termine del regno dei longobardi con la conquista di Carlo Magno, la Massa Palantiana si era molto sviluppata e popolata ed era passata al rango di ''Vicus''. Il vicus comprendeva due centri abitati: la plebes di Sancti Petri con la chiesa principale di San Pietro ed a mezzo miglio di distanza sorgeva il Casale Fagiano con la chiesa di Santa Maria in Fagiano, l'oratorio e molte case rustiche. Poiché siamo alla fine del regno longobardo (anno 774), quando esisteva ed era floridi il monasterium di Santa Maria della Palanzana, Viterbo non era nulla di più di un ''Castrum'' ristretto sul colle del Duomo.
Le terre furono poi soggette a continue usurpazioni le quali consistevano più dell'impadronirsi delle terre, delle giurisdizioni e lucri, ma le chiese e celle si conservazione e vengono menzionate in vari documenti del secoli XI. Ma intanto Viterbo era uscita dai limiti del Castrum con il dilagarsi dei sui borghi, si era eretta a libero Comune e nel 1095 aveva eletto i suoi Consoli i quali agendo a nome del Comune, rivendicarono a sé chiesa e monastero e beni della Palanzana. L'antica Nassa Palantiana divenne così comunale.
Quando nel 1192 il Papa Celestino III, fece Viterbo sede vescovile, I Consoli viterbesi al fine di dotare convenientemente la mensa vescovile, le cedettero il Castello di Bagnaia e i tenimenti della Palanzana con chiese, cella e monastero. Il tenimento della Palanzana. costituito in ''Bandita'' e ''Riserva'' dal vescovo Giovanni dei Caranzoni intorno al 1450, restava al vescovado fino al 1870 per l'eliminazione della Stato Pontificio, rimane però al Vescovado il complesso edilizio del Casinò di Villeggiatura dei Vescovi , circa un ettaro di terreno olivato e vignato.
La Palanzana fu poi sempre meta e riparo dei viterbesi durante le frequenti calamità, in specie nel 1462 durante la grave pestilenza che condusse alla morte 2000 persone, dove i viterbesi ricorsero alle salubri e limpide acque e ripararono nelle campagne e nelle abitazioni sotto il monte fino al cessare del tremendo contagio.
Oggi, cessata l'appartenenza del Casinò al Vescovado, a seguito di permuta, un radicale restauro è stato compiuto intorno al 1970 soprattutto al piano terreno, negli ambienti dell?antica chiesa, sono stati liberati tramezzi e intonaci, sono così ricomparse le ossature della veneranda chiesa e così sono tornate alla vista i muri perimetrali e le pietre millenarie, l'interno dell'abside, le porte e la sagrestia dell?antica chiesa di Santa Mariae della Palantiana.

Pantaleo Spagna




Arditi del popolo
Arditi del Popolo a Viterbo - videodocumentario

Sabato 13 Marzo ore 21,30 - Domenica 14 Marzo ore 17, ex-Chiesa di S. Orsola,
via S. Pietro 2, Viterbo
L'Associazione culturale Frisigello presenta la proiezione del documentario:
''L'esempio di ciò che bisogna fare'', con Antonello Ricci fra gli Arditi del Popolo nella Viterbo del 1921 di Silvio Antonini, Giuliano Cammareri e Francesco Cerra - Interviene Antonello Ricci, al termine degustazione di tozzetti, ciambellette e vino, ingresso a sottoscrizione: euro 3
Info:www.santorsolati.it 368.3750512 (Francesco) santorsola2@libero.it 328.0747952 (Silvio)

Primavera del 1921, l'Italia è attraversata dalle scorribande della violenza fascista, omicidi proditori, distruzione di camere del lavoro, di Case del popolo, di sedi di giornali e quanto altro rappresenti i lavoratori e le forze progressiste.
L'obiettivo è quello di espugnare fortini, cercare di piegare le città e quelle amministrazioni comunali che si oppongono al fascismo. In questi mesi, alle semplici spedizioni punitive - come annota Gramsci - le camicie nere, utilizzando i camion, sostituiscono delle vere e proprie rappresaglie militari col solo scopo di uccidere magari dei semplici cittadini con la sola colpa d'appartenere a quella comunità cittadina indomita.
È allo scadere della campagna elettorale per le politiche del Maggio '21 che i fascisti guidati da Bottai tentano d'irrompere nel centro cittadino tramite Porta Fiorentina. Non vi riescono per la presenza, scrive la sottoprefettura, di migliaia di persone armate in Piazza della Rocca ma, consumano comunque la ''vendetta'', sparando sulla folla, riducendo in fin di vita Comunardo Pizzichelli (che nome!) e uccidendo Attilio Prosperoni, un ragazzo che ritornava dal cimitero dove lavorava.
Appena due mesi dopo lo scenario si ripeterà con i fascisti che vogliono espugnare la città sempre facendo ingresso dalla stessa porta. Irrompono, feriscono con una coltellata Arnaldo Latilla e uccidono in via della Morretta (traversa di via Cairoli) Tommaso Pesci, un contadino che pur aderendo alla cooperativa bianca Toniolo, era estraneo ai fatti e ritornava a casa dall'osteria, ma sono costretti a batter ritirata. Questa ''banalità del male'' che storici in malafede vorrebbero estranea al fascismo italiano, provoca la reazione dei cittadini, i quali costituiscono appunto il Comitato di Difesa Cittadina con l'appoggio della giunta popolare, del 60° Fanteria e l'adesione dei Partiti socialista, popolare e repubblicano delle camere di lavoro e commercio, degli Arditi del Popolo (i reduci che si oppongono all'arditismo nero), dei mutilati di guerra, delle cooperative e, anche se non firmatari, degli anarchici. Durante il funerale di Pesci, si temono irruzioni. L'esercito viene messo sulle porte e gli antifascisti sui merli delle mura. In questo momento avviene, per sbaglio, l'omicidio del piccolo Jaromir Czernin.
Tale resistenza accosterà Viterbo a Sarzana (SP), perché le sole due città che nel trambusto di quei mesi impediranno ai seguaci di Mussolini l'ingresso nelle mura cittadine, assieme a Parma o meglio, al quartiere popolare dell'Oltretorrente, che un anno dopo con Guido Picelli respingerà la milizia di Balbo grazie a un vero e proprio scontro frontale. Il ''finale simbolico'' di queste vicende si verificherà in via Cairoli, la sera del 9 Luglio del 1922, in un contesto nazionale e locale radicalmente mutato, con il tragico omicidio ''per mano faziosa'' dell'ardito del popolo Antonio Tavani. Questo filmato, un'intervista ad Antonello Ricci effettuata a Pianoscarano sul finire del Settembre '03, si avvale sia di ricerche archivistiche che bibliografiche, con decine e decine di immagini semisconosciute del periodo, utili a ricostruire la storia oggettiva così come la microstoria di questi straordinari personaggi: scalpellini, agricoltori, marmisti di fede repubblicana, popolare, socialista, comunista e anarchica, sui quali il ventennio calerà un velo d'oblio. Quando l'architettura e l'urbanistica trasformeranno la città sventrando parte del centro storico.
Così queste figure hanno fatto la fine del fiumiciattolo Urcionio, qualcosa di presente, che c'era ed è stato determinante ma che, sepolto, ora non si vede più, non se ne percepisce la presenza, non in molti sanno che esiste o non sanno dire quando è stato coperto. Sta ''sotto'', eppure c'è.
(scheda a cura di Silvio Antonini)


























































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