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venerdì, marzo 02, 2007 Il "Mercatino delle Curiosità" 28 Febbraio 2007 Anno XVII n° 4 Ritorna a vivere il viale più bello di Viterbo Strada della Quercia Mauro Galeotti L'11 Marzo 2007, alle ore 11, sarà inaugurato il rinnovato Viale Trieste, per noi Viterbesi meglio conosciuto come Strada della Quercia. Sono stati rifatti totalmente tutti i marciapiedi, sia nei cigli in peperino che nella decorazione in travertino. E’ stata rifatta la pavimentazione in peperino, sono stati delimitati gli spazi riservati alle piante, ai cassonetti e sono stati ripristinati i vecchi sedili in peperino, realizzandone di nuovi, ove mancanti. Sono state conservate anche le chiaviche d’un tempo, anche esse in peperino e dove mancavano sono state rifatte a similitudine delle antiche. Sono stati potati diligentemente anche i numerosi alberi che danno ombra al viale. Insomma, questa volta l’Amministrazione comunale di Viterbo ha dimostrato che quando vuole le cose filano come si deve. E pur non essendo, io, tanto avvezzo agli elogi, questa volta debbo riconoscere al sindaco Gabbianelli di aver ben coordinato gli uffici comunali, in maniera tale che il bel risultato è sotto gli occhi di tutti. E mi voglio rovinare... infatti, non va dimenticato, tra i meritevoli di consensi, anche l’assessore ai lavori pubblici, Antonio Fracassini. Non voglio dimenticare di elogiare, però, le decine e decine di anonimi operai che ho visto lavorare in questi mesi appena scorsi: chi tra la polvere del peperino tagliato, chi tra i rami degli alberi potati, chi a cavallo dei mezzi meccanici. Sarà possibile, finalmente, percorrerlo a piedi, fermarsi a metà strada per bere l’acqua della Fontana di Paolo III e dire due preghiere dinanzi al Romitorio del santissimo Crocifisso. Per, poi, raggiungere il Santuario della Madonna della Quercia per redimere i peccati. Sarà possibile, finalmente, correre in tuta, sui rifatti marciapiedi, senza alcun rischio.Passeggiando, sarà possibile ammirare le belle ville che animano tutto il viale, come Villa Medori, Villa Lanzoni, Villa Moltoni, Villa Liberati, Villa Bussi, Villa Tedeschi, Villa Maidalchini. Il vecchio viale fu realizzato da papa Paolo III nel 1537, una memoria, del 16 Settembre 1536 di Giacomo Sacchi, nei Ricordi di casa Sacchi per la venuta di Paolo III, dice: «Supplicai [il papa] ancora si facesse una strada da Viterbo alla Madonna [della Quercia], dritta e bene ordinata […]. Et così Sua Santità il tutto ne concedé». Nel 1606 furono sostituiti gli olmi secchi a cura del Comune e fu ripristinata varie volte come nel 1610 e nel 1612, per renderla più dritta e spianata. Nel 1666 il viale subì lo scavo di una forma per l’installazione di una conduttura d’acqua da parte della famiglia Bussi, che sembra non provvedesse, poi, a richiuderlo, ciò fu oggetto di discussioni. Nel 1722 il viale, divenuto impraticabile, fu mantenuto dal Comune per un impegno di trenta scudi l’anno, poi nel 1747, a spese del Comune, fu di nuovo livellato il piano stradale; l’intervento costò 785 scudi. Sin dalla metà del 1700 vi furono costruiti i cosiddetti casini, o meglio, vere e proprie ville. Sulla Strada della Quercia, nell’800, per la sua favorevole conformazione, dritta e in leggera salita, in occasione delle Festività di santa Rosa, si svolgevano, le corse con i cavalli montati da fantino, ne sono testimoni numerosi manifesti e articoli di giornale. Tra questi leggo sul Corriere di Viterbo del 6 Settembre 1892: «La Corsa di jeri / Le feste di S. Rosa erano fino a ieri procedute bene ed in perfetto ordine. Ieri ebbe luogo la corsa al fantino per la strada della Quercia, corsa che speriamo sia l’ultimo anno che si faccia. Per l’insipienza del deputato addetto alla mossa furono fatti correre in una corsa tre cavalli. La folla che assiepava la strada della Quercia non si aspettava che due cavalli, secondo il solito e quindi fece ala di passaggio dei due primi cavalli, e poi tornò ad occupare il centro della via. Il terzo cavallo, che era rimasto indietro, giunse così improvviso alle spalle del pubblico e diverse persone caddero per l’urto del cavallo. Un disgraziato giovane fu raccolto moribondo […]». Pericoli dimenticati, grazie ad un viale, ormai, così tanto gradevole e confortevole, che è divenuto l’orgoglio della nostra Città! Mauro Galeotti La cultura del niente Claudio Santella Per quanto non siano argomenti di stretta pertinenza del nostro giornalino, che, come giornale locale, deve avere per oggetto fatti che riguardano da vicino la nostra città o quantomeno il nostro territorio, non ce la sentiamo di passare sotto silenzio quanto è accaduto e quanto sta accadendo a livello nazionale. Sappiamo benissimo che se uno vuole avere un parere su argomenti di tale rilevanza se lo va a cercare su un altro tipo di giornale e da parte di alte firme del giornalismo, alle quali non ci passa nemmeno per l’anticamera del cervello di avvicinarci, tuttavia un breve commento siamo stuzzicati a farlo, trovando giustificazione nel fatto che tali eventi toccano pur sempre anche noi Viterbesi. Siamo, cari concittadini, alla cultura del niente. E’ la cultura portata avanti dalla attuale classe politica, sia essa di maggioranza, sia essa di opposizione. Una cultura che trova manifestazione attraverso le persone più appariscenti e che è coltivata, ad ogni livello, nel sottogoverno e nei corridoi. E’ una cultura senza avvenire, che propugna una libertà senza limiti, senza contenuti. Una cultura che propaganda lo scetticismo come conquista intellettuale, una cultura che trova facile cittadinanza in chi è ricco di mezzi e povero di verità. E’ la cultura figlia dell’impoverimento spirituale seminato continuamente e coltivato con cura per la conquista del potere. E’ una cultura pericolosa, difficile da contrastare, anche perché, contrastandola, si andrebbe contro troppi interessi materiali di troppe persone. Tutti questi portatori di interessi, intesi sia come quantità, sia come forza, fanno sempre comodo: rappresentano, nel primo caso, una forza che si lascia trasportare, una forza difficile da convincere con il ragionamento, che fa comunque massa; nel secondo caso una forza che serve per guidare la massa stessa, che va mantenuta, comunque nell’ignoranza e nel bisogno. Per porre un argine a questo sfacelo “progrediente” è necessaria una valida e solida formazione delle nuove generazioni. Generazioni che, lo dico con rincrescimento, al momento, quando non sono fuorviate, vedo sempre più abbandonate a sé stesse, perché possano essere più facilmente strumentalizzate. Questa cultura è diventata e sta diventando, purtroppo, il nostro stato d’animo. La accettiamo troppo facilmente come inevitabile. Non è così che bisogna fare: abbiamo le possibilità e la forza di porvi non solo un freno, ma anche di erigervi contro un muro a difesa nostra e dei nostri figli. Occorre però avere il coraggio di farlo, anche se non è facile, perché, per vincere a Waterloo, bisogna prepararsi. Claudio Santella Undici anni dopo! Bruno Matteacci Riecheggia ancora la telefonata fattami verso le ore cinque del 21 febbraio 1996 quando, da appena una settimana, avevo subito un gravissimo lutto. Dall'altra parte del telefono una voce conosciuta, mi chiese se rispondeva a verità che don Armando Marini era deceduto. Fu tutt'uno, il dolore che avevo per la dipartita di mia madre, in un baleno, si raddoppiò. Godendo dell'amicizia della famiglia Marini avevo i numeri di tutti i telefonini dei componenti la stessa. Chiamai subito Giacomina, la sorella di don Armando la quale, con un filo di voce ed una manifesta sofferenza, mi confermò l'accaduto. Mi crollò il mondo addosso! Furono momenti che non si possono dimenticare, come non si potrà dimenticare l'amato don Armando, le sue azioni e le sue opere. Come undici anni fa, il 21 marzo 2007, è stata la giornata delle Ceneri, giornata di un'immensa importanza religiosa; inizia la quaresima, periodo di preparazione alla santa Pasqua, giorno della "risurrezione di nostro signore Gesu Cristo". Nella chiesa dei santi Valentino e Ilario, a Villanova, lo scorso mercoledì eravamo tanti, tantissimi; la chiesa era gremita. La funzione religiosa è stata celebrata dal caro don Bruno Marini, presidente dell'associazione "Don Armando Marini", con lui hanno concelebrato: don Giosy Cento, don Luca Scuderi ed il diacono Antonio Stacco. In questa chiesa; voluta con tanto amore e sacrifici da don Armando, si è avuta la sensazione che tutto fosse come allora; che sull'altare, al centro dello stesso, ci fosse lui, che ci prendeva per mano, facendo una lunga catena d'amore con tutti i presenti. L'anno 2007, nel tempo, sarà ricordato per la ennesima realizzazione, voluta e portata a termine, secondo la volontà di don Armando. L'Associazione "Don Armando Marini", sotto la presidenza di don Bruno; con la fattiva collaborazione di alcuni componenti l'associazione stessa e la benevola cessione, gratuita, effettuata da alcuni signori; è divenuta proprietaria del terreno su sui insiste "l'Itinerario della Fede". Penso che, ancora una volta, una parte di alcuni meriti li dobbiamo dare al nostro caro don Armando che continua a starci vicino. Grazie don Armando! Bruno Matteacci Mia nonna è in cielo! Agnese Galeotti Da poco più di una settimana è morta mia nonna: Gina Fiorentini. Per molti solo una anziana signora che ha raggiunto il capolinea di una strada lunga più di 80 anni. Forse un po’ anche io la vedevo così… una vecchietta su una poltrona da anni accudita in tutto e per tutto dai suoi figli. Impossibilitata in tutte le proprie azioni. Mi rendo conto di quanto prevalga la memoria degli ultimi anni su tutta una vita che una persona ha vissuto. Quella vecchietta è stata giovane, ha avuto la mia età, ha vissuto tante esperienze positive come la famiglia, il dare vita a tre figli, vivere i suoi nipoti. Tante anche negative, come veder scomparire i suoi genitori e uno dopo l’altro molti suoi fratelli. Ho cominciato a concentrarmi su ricordi, lontani anni. Mi sono riaffiorate immagini di un’infanzia passata con lei. Noi non ricordiamo mai abbastanza… Mi sono rivista a casa sua mentre i miei lavoravano. Mi sono rivista lì, in sala da pranzo, con mio fratello a litigarci la poltrona più comoda, mentre la nonna ci portava la colazione: una pizzetta rossa presa al forno sotto casa. Ho rivissuto le innumerevoli partite a briscola noi tre, a scopone scientifico insieme a lei e al nonno Fernando… le carte… quanti attimi… tantissimi passati tra briscola e scopa. Ricordo la vecchia casa di nonna Gina in Via Osoppo e il lungo corridoio dove io, mio fratello Simone e mio cugino Alessio, gioacavamo a “palletta”, (io ero la più piccola e si approfittavano sempre di ciò, facendomi stare a porta), spesso si univa a noi zio Giuseppe, il terzo figlio dei nonni, era già grande, ma forse anche il più piccolo di tutti noi, sempre in prima fila, in tutti i nostri giochi. Mi ricordo Snoopy, il cane dello zio che passando dalla sala da pranzo andava in cucina dalla nonna, interrompendo le nostre partite. Mi ricordo di tutte le volte che pranzavamo da lei e dell’unico piatto che ci cucinava il più delle volte… gli odiatissimi rigatoni con il sugo. Ricordo le discussioni ogni volta che le dicevo che non ci volevo il parmigiano e di quante volte alla fine me lo metteva sul piatto. Ricordo alla fine del pranzo, quando sparecchiavo la tavola, il bicchiere di vino del nonno, che mai e poi mai andava tolto. Ricordo i miei sbuffi e quelli di mio fratello, quando giornalmente ci mandava a fare la spesa all’alimentare sotto casa e di quanto ogni volta che risalivamo a casa, si era dimenticata qualcosa e quindi eravamo costretti a scendere di nuovo a far spesa. Mi ricordo di un balcone enorme e dei fagiolini bianchi che comprava mia nonna, li capavamo insieme, e a me piaceva rubarne uno ed andare sul terrazzo, mi ricordo che strofinandolo sul muro di mattoni rossi ci si poteva scrivere. Ancora ricordo le tante volte che prendevamo il pullman insieme ed andavamo al mercato del sabato, o a trovare il nonno al lavoro… Chissà perché per tanti anni non ho più riportato alla mente quei momenti… forse sarebbe giusto fermarsi ogni tanto ad onorare il passato, invece di farci rubare i pensieri dalla frenesia del presente. I ricordi più intensi e belli però sono quelli delle feste. Il Natale! io ho finito di sentire il Natale dal giorno in cui mio nonno è morto. Ricordo che quando eravamo piccoli, il nonno con la complicità della nonna e dei “grandi” bussava con le nocchie sotto il tavolo per farci credere che Babbo Natale stava arrivando… e noi ci credevamo… Eccome! Ricordo le partite a Sorchetta. Come faceva la mano lui, mai più nessuno, dopo la sua morte, è riuscito ad eguagliarlo. Ogni tanto mia zia Rosalba faceva il mazziere, ma… la magia di quegli occhi da cerbiatto, nascosti dietro occhiali spessi, come fondi di bicchieri, e il fascino di quei baffetti bianchi, sempre ben pettinati, erano andati persi…. Mi ricordo di mia nonna che fumava di nascosto di mio nonno, ricordo che se lui capitava nella stessa stanza lei, che era seduta, nascondeva la sigaretta sotto il tavolo. Beh, lei è sempre stata così. Cocciuta! In tutto. Ricordo che ne ha passate tante. Ha avuto tante malattie e tanti dolori. Ricordo che i dottori le avevano detto che sarebbe rimasta invalida a vita, e che avrebbe passato il resto dei suoi anni su una carrozzella. Ma lei era nonna Gina! Non si è mai arresa a niente, neanche al destino. Quella battaglia la vinse lei… un giorno la trovarono con le mani sulla spalliera del letto, in piedi, e da quel giorno la carrozzina rimase vuota. Aveva una grinta in tutto quello che faceva. Poche persone l’hanno! Una donna dolce quanto dura. Non risparmiava i suoi pensieri a nessuno. Se doveva dire qualcosa di poco piacevole in faccia, beh… non ci pensava due volte! Ma mai risparmiava le attenzioni per i suoi cari, dal nipote più piccolo al marito ormai anziano. Era incredibile, certe volte, come capisse situazioni delle quali magari non era stata messa al corrente. O come, nonostante gli ultimi tempi, fosse dolorante e finita, fosse presente con la testa e la razionalità di una persona giovane. Mia madre ed i miei zii hanno dedicato molti anni della loro vita ai loro genitori. Io sono convinta che mia madre, con il suo modo di essere, abbia tenuto in vita mia nonna per un tempo più lungo di quello che il destino le aveva programmato. Grazie alla dolcezza disarmante e ineguagliabile con cui le si rivolgeva. Mia nonna parlava più poco oramai, ma mia madre non l’ha mai trattata come una malata, cercava sempre di coinvolgerla nella vita. Le bastava ricevere anche una semplice sillaba, tutto andava bene. Le chiedeva sempre chi fosse la regina della casa e mia nonna affaticata ed affannata rispondeva “io”. Quando mi trovavo davanti a tali situazioni non riuscivo a non vedere una donna che stava morendo… mentre sono convinta che mia madre ci vedesse sua mamma che viveva un giorno di più… Mia zia Rosalba… quanti giorni, anche lei, ha passato in quella casa, … quante partite a carte con zio Giulio e i nonni… piano piano si sono ritrovati a giocarle da soli. Che tristezza! Ricordo le volte che mia zia andava vicino alla nonna e che lei le faceva la linguaccia per dispetto o di quando zio Giuseppe faceva brillare gli occhi a sua madre ogni volta che lo vedeva tornare dal lavoro. Mio cugino Alessio mi ha raccontato che un giorno, mia nonna, che già non parlava più, guardandolo ha lasciato scendere dai suoi occhi una lacrima, chissà cosa gli voleva dire? ma se la conosco almeno un po’, in quella lacrima c’era la consapevolezza che da lì a poco sarebbe morta e le dispiaceva di non riuscire a dirgli quanto bene gli volesse. Che peccato che si debba morire per forza… siamo costretti a lasciar andare via le persone che amiamo. Ricordo che da piccola, pensando alla morte, credevo potesse bastare tenere stretta quella persona così forte da non poter permettere a nessuno di prendersela e di portarsela via. Purtroppo c’è qualcosa di più forte del tuo abbraccio, che riesce a strappare via le persone che ami e per le quali fino a quel giorno hai convissuto. E’ triste, ma è così! Forse è più rassicurante pensare che le persone che muoiono vanno ad unirsi, in cielo, ai propri cari, e che riusciranno ancora ad amarti. Ciao nonna… e ricordati che anche se non ho pianto… sarai per me sempre la mia Guglielma. Agnese Galeotti Verde pubblico... se ci sei batti un colpo! Patrizia Labellarte Ho letto pochi giorni fa, su un quotidiano locale, un articolo riguardante la presenza del verde pubblico nella nostra città.Secondo i dati ufficiali del Comune, la città dei papi è l’Eldorado in quanto aree a verde, con una superficie totale di poco meno di 500 mila metri quadrati. Eldorado? Ma…siamo sicuri che stanno parlando proprio di Viterbo? Personalmente, tutti questi grandi spazi verdi non li vedo proprio. Sì, abbiamo le aiuole, le rotonde, qualche area spartitraffico con qualche filino di erba, ma… per il resto non mi sembra che la nostra città abbia dei giardinetti per passeggiare, far giocare i bambini e rilassarsi. Unica eccezione: Prato Giardino. E poi e poi, direi io!... e visto che rappresenta l’unico vero angolo di natura fuori le mura non potrebbe essere tenuto un pochino meglio? E lo so… grandi pretese! Beh, a pensarci bene, qualche altro giardinetto sparso qua e là, lo abbiamo. Ad esempio, quelli di Porta Romana! Non li avete presenti? Ma come?! Quei magnifici 2500 metri quadrati di verde al lato del caotico Viale Diaz, dove, per capirci, si può respirare a pieni polmoni aria purissima e incontaminata! Al centro? Di certo, non si possono tralasciare i giardinetti del Sacrario, con le loro tre panchine e non più, mai libere, peraltro! E per finire il pezzo forte: il prato di Valle Faul… privo di panchine per sedersi, privo di fiori che lo ravvivino un po’, in compenso, però, è bello grande e spazioso… non si può mica aver tutto! E le aree a verde con giochi? Meglio non parlarne! La città, da questo punto di vista è lacunosa. Di parchi attrezzati per i più piccini ce ne sono pochi e il più delle volte in uno stato di abbandono. Vorrei fosse data maggiore attenzione e cura a queste oasi di verde che, se pur poche, fortunatamente ancora resistono all’invasione sempre più invadente del cemento. Patrizia Labellarte Viterbo passa l’esame di Legambiente… Patrizia Labellarte Sotto sette dall’inizio dell’anno i giorni “Irrespirabili” registrati nella nostra città. A rivelarlo è “Pm 10 ti tengo d’occhio”, ovvero la campagna di Legambiente che quotidianamente monitora i livelli inquinanti sospesi nell’atmosfera, tra cui il Pm 10 è uno dei più pericolosi. Rispetto alle quindici città italiane che registrano valori preoccupanti in tema di qualità dell’aria, Viterbo va certo meglio, ma comunque la situazione va tenuta d’occhio. Umberto Cinalli, di Legambiente di Viterbo, chiede di prendere sul serio il problema, dotando la città di maggiori strumenti di rilevamento. Infatti, a Viterbo, è presente una sola centralina di monitoraggio posta a piazzale Gramsci. Ma non basta, sostiene Cinalli e aggiunge “ne servirebbero delle altre, di cui almeno una nel centro storico. Accompagnata magari da mezzi itineranti che verifichino la situazione in punti strategici della città e in particolari momenti della giornata”. In ogni caso, nonostante i dati positivi della nostra città rispetto alle altre, per Cinalli non c’è da stare allegri. “Confrontati con lo stesso periodo dell’anno scorso – conclude- i dati rilevati mostrano comunque un peggioramento”. Patrizia Labellarte Il pranzo del Purgatorio Francesca Bruti La storia locale narra dell’esistenza fin dal XII secolo della Fratellanza del Purgatorio, un'antica associazione religiosa fondata nel paese di Gradoli, che aveva il compito di offrire suffragi in memoria dei defunti; usanza della confraternita, documentata dalla fine del '700, era l’organizzazione annuale di un pranzo collettivo nel Mercoledì delle Ceneri, detto appunto del Purgatorio. Secondo il rituale, tutto iniziava il giorno del giovedì grasso, quando i membri della confraternita davano inizio alla Festa degli Incappucciati e sfilavano vestiti di nero con un lungo cappuccio per le vie del paese, andando di casa in casa per chiedere offerte in natura, come i prodotti agricoli. Nel pomeriggio, ciò che si era raccolto veniva messo all'asta, ed il ricavato sarebbe servito a finanziare il pranzo allestito per duemila persone, con una serie di vivande magre, rimaste le stesse per secoli: brodo di tinca, baccalà, frittura di pesce del lago di Bolsena, fagioli cannellini locali. Era consueto che ogni commensale si portasse da casa pane e posate e versasse un'offerta per le messe dei defunti.Questa del Pranzo del Purgatorio è una festa rituale che si tramanda ancora oggi e rappresenta una delle caratteristiche manifestazioni folcloristiche locali, che accompagnano la fine del Carnevale e l'inizio della Quaresima; il passaggio degli Incappucciati nelle strade di Gradoli vuole ricordare a tutti che il Carnevale sta finendo e sta per iniziare il periodo di digiuno e penitenza. Al pranzo, in origine penitenziale ed oggi un festoso banchetto, vi prendono parte ogni anno un migliaio di persone ed anche quest’anno a Gradoli, il 21 febbraio scorso, si è dato inizio alla Quaresima, apparecchiando presso il capannone della Cantina sociale. I cibi magri sono cucinati dai membri della Confraternita, tutti uomini; le donne non fanno parte della Fratellanza, ma hanno iniziato a partecipare alla mensa dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Francesca Bruti Caro Peppino... non sono d’accordo Claudio Santella Signor Ministro, così non va. Mi riferisco all’esame di maturità. Pur considerando le diverse motivazioni che ogni Ministro, adduce per giustificare le proprie decisioni ed i propri provvedimenti, pur approvando la linea che stai portando avanti e pur condividendo i concetti che la sostengono, non posso condividere né approvare né sostenere, o quant’altro, i mutamenti repentini che riguardano l’esame di Stato che gli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori sono chiamati a sostenere tra quattro mesi circa: il così detto esame di maturità. Questi ragazzi hanno avuto una preparazione finalizzata per sostenere un determinato tipo di esame, il loro iter formativo, nell’arco degli anni scolastici, ormai alle loro spalle, è stato concepito ed attuato per affrontare al meglio un esame finale che presentava determinate caratteristiche: le caratteristiche palesate all’inizio dei rispettivi corsi. Cambiare la prova di esame sul rettilineo finale, in vista del traguardo, non mi sembra giusto: lo ritengo un tiro mancino. Questi ragazzi sono paragonabili a tanti escursionisti che attrezzatisi per esplorare un fiume, pur provvisto di rapide e di difficoltà varie, si trovano all’improvviso, alla fine del percorso, a dover superare una cascata senza avere l’attrezzatura necessaria. E ci si trovano inaspettatamente, contrariamente a quelli che li hanno preceduti ed a quelli che li seguiranno: i primi perché la cascata non l’ hanno affrontata, i secondi perché si possono attrezzare per superarla. V’è disparità di prova a parità di condizione. Nulla da dire se l’esame, modificato come è stato modificato, avesse riguardato gli studenti che iniziano ora il loro corso di studi, ma così non va. Procedi pure nelle tue riforme, anzi sii ancora più stretto di maniche e meno tollerante, soprattutto con gli insegnati, i dirigenti e tutto il personale scolastico, drizza pure la schiena, rafforzandone la spina dorsale e la muscolatura, a qualche mariuolo indisciplinato, alunno o professore che sia, riporta credibilità fra le mura scolastiche, allontana i vari millantatori di credito, dà cittadinanza stabile alla meritocrazia in ogni tipo, ordine e grado di scuola, perfeziona le norme dell’ordinamento scolastico prevedendo per ogni inadempienza una adeguata sanzione, ma per quanto attiene all’esame finale ti invito formalmente a rinviarne l’attuazione almeno fra tre anni, o comunque fra due. I ragazzi che dovranno affrontarlo allora avranno avuto tutto il tempo e la possibilità di prepararsi adeguatamente: quelli che dovranno affrontarlo oggi questa possibilità non l’ hanno avuta né, oramai, la possono avere. Prova a metterti al loro posto. Sei ancora in tempo per provvedere. Grazie per avermi letto sino alla fine e per quello che farai, se lo avrai fatto. Claudio Santella Chiesa di san Lazzaro Bruno Matteacci Un grido, diretto all'Amministrazione comunale di Viterbo, potrebbe essere quello del compianto Rosario Scipio, noto cittadino viterbese, sia sotto il profilo politico amministrativo che sotto l'aspetto di scrittore e di poeta, che ha tanto amato la nostra Viterbo. Grazie all'opera letteraria di Scipio: "Pietro Vanni - Pittore Viterbese 1845 -1905", edito, nel novembre 1981, per i caratteri Agnesotti, è stato possibile avere una idea chiara di come erano le formelle, rubate nell'altare della chiesa di San Lazzaro, fatte dal Vanni, consentendo il rifacimento delle stesse, da parte dell’artista viterbese Assunta de Frassine. Il lavoro di ripristino dell'altare e di quant'altro sottratto da sacrileghi ladri è stato effettuato in maniera perfetta. La cosa che intendo evidenziare è la necessità di far fare, a chi di dovere, un sopralluogo onde accertare lo stato della pittura "Trionfo della croce", che è in parte caduta. Alla parziale distruzione delle pitture, dovuta alle infiltrazioni d'acqua, va aggiunto l'ulteriore furto effettuato, di recente, sulla parete laterale destra, al di sopra della sacrestia dove erano, come li descrive Rosario Scipio: "angelici spiriti sparsi dappertutto, nella volta, sulle pareti laterali". Cosa hanno rubato? L'aureola di un Angelo e, penso, altre siano in pericolo, considerato lo stato di abbandono del sacro luogo. Gli Angeli e i Cherubini hanno un'aureola in rilievo; così la descrive Scipio: "L'oro vivo dell'aureola di Lui, Cristo Crocefisso, e quello leggero delle aureole degli Angeli si fondono mirabilmente col grigio leggermente tendente al viola del fondo e con l'altro un po' più chiaro delle vesti angeliche, e contrastano in basso con le onde rosse del fondo, ultimo saluto dell'infuocato tramonto alle case di Gerusalemme". Ora, al posto dell'aureola dorata, si vede la fredda, grigia calce con le varie scalfitture fatte per rimuovere parte della prestigiosa immagine, opera di Pietro Vanni. Bruno Matteacci DICO e non DICO Claudio Santella DICO è la sigla di DIritti dei COnviventi. E i Doveri dove sono? Non ci sono doveri per costoro? Perché, vedete, cari concittadini, a prescindere dalla religione, bisogna tener presente una cosa che è essenziale per ogni forma di convivenza: Ve la dico in due parole. L’uomo si riunisce in società perché sa che così facendo ottiene facilmente delle cose che da solo non potrebbe mai avere; in buona sostanzia si riunisce in società perché dalla società trae dei vantaggi. E’ facilmente comprensibile che, unitosi in società, l’uomo deve conseguentemente darsi delle regole, che, siano esse laiche o religiose, deve, poi, rispettare. E queste regole, in fondo si riducono a due o tre: pagare i tributi stabiliti richiesti dalla stessa convivenza, chiamatele pure tasse se vi fa piacere, vivere e lavorare onestamente senza dare fastidio agli altri e dare a ciascuno il suo. Il resto è conversazione. Ognuno nella società deve rispettare le regole che la governano e deve farlo davanti a tutti, non vi sono mezze misure. Se la società ha stabilito che per raggiungere un determinato status occorre seguire un determinato percorso, quel percorso deve essere seguito. Non sono ammessi sotterfugi. Le scorciatoie vanno scoraggiate e se non basta eliminate, perché ogni tipo di scorciatoia procura dei vantaggi ad alcuni a danno di altri. Una vola raggiunto un determinato status si debbono adempiere i doveri che quello status comporta e se ne possono godere i diritti. Non si può e non si deve aggirare l’iter stabilito per il raggiungimento di qualunque cosa, non si può e non si deve eludere nulla. Tutto ha un prezzo: bisogna pagarlo, perché se non lo paga chi ne beneficia sarà qualcun altro che non ne beneficia a pagarlo. E questo non può essere ammesso. Un vecchio adagio popolare dice: “Laddove c’è qualcuno che percepisce un reddito che non produce, c’è qualcun altro che produce un reddito che non percepisce”. Non si può avere la botte piena, la moglie ubriaca e l’uva sulla vigna. Chi sta nella società deve sapere che ha verso la stessa società impegni molteplici e di diversa natura. Gli piaccia o non gli piaccia e non tirate fuori la religione, perché la religione non c’entra per nulla. Viene usata come diversivo. Personalmente, poi, ritengo i Dico perfettamente inutili, perché quei diritti che essi vogliono garantire sono già previsti da altre norme: per il resto non si può pensare di poter passare il ponte senza pagare il dazio, promettendo, in alternativa, voti di scambio. Claudio Santella Spesa... per dare tanto al cittadino Bruno Matteacci Dobbiamo riconoscere che a Viterbo abbiamo una "valvola di sfogo" per il parcheggio delle auto: la Valle di Faul, tra polvere, fango e insicurezza sulla incolumità delle auto. Non sarebbe male se i nostri amministratori tenessero nella dovuta considerazione questa segnalazione che sarebbe, senza tema di smentita, molto gradita alla popolazione viterbese. Molti utenti dei parcheggi, che intendono utilizzare quello della Valle di Faul, si trovano costretti a dovere percorrere a piedi, con difficoltà varie, il tragitto che consente loro di giungere a Piazza dei Caduti, quando potrebbero arrivarci comodamente, con l'auto, percorrendo il tratto che collega la valle con Piazza Martiri d'Ungheria. Per la messa in atto di detto suggerimento, non servirebbero né lavori né, tanto meno, spese, basterebbe: un poco di vernice, bianca, per delimitare la carreggiata in due corsie; togliere il segnale di senso unico e sostituirlo con il triangolo indicante il doppio senso di circolazione e la messa in opera di un segnale, indicante l'obbligo di andare a "passo d'uomo"; in fin dei conti si tratta di un percorso di un centinaio di metri. L'unica modesta spesa, che si potrebbe incontrare, è quella per far asfaltare il marciapiedi, esistente sulla destra, scendendo, onde consentire al pedone un percorso più sicuro dell'attuale. Si tenga conto delle serie difficoltà che trova la cittadinanza nel dover percorrere quel tratto di strada con le carrozzine, quando invece sarebbe possibile consentire l'accesso al parcheggio, custodito, di Piazza Martiri d'Ungheria. Questa auspicata operazione avrebbe un doppio risultato positivo: il primo a favore del cittadino che potrebbe trovarsi, in un batter d'occhio, dentro la città con la certezza che la propria auto sarà, adeguatamente, custodita; il secondo risultato lo troverebbe, senza dubbio, l'Amministrazione comunale con la riscossione del parcheggio che, lasciatemelo dire, per un'ora costa un euro, e non è poco. La cosa che interessa maggiormente deve essere, però, quella di non creare difficoltà al cittadino che già è tanto bersagliato da multe, divieti, obblighi, doveri, senza avere adeguate contropartite. Bruno Matteacci Ha parlato il rettore magnifico Claudio Santella Epifani ha detto che il sindacato non accetta lezioni da nessuno. Ebbene Epifani, così dicendo, dimostra di avere subito bisogno di una lezione. Ha bisogno di una lezione soprattutto per due motivi: un motivo è che egli identifica il Sindacato con la CGIL, un altro motivo è perché non riflette. Sul primo motivo è presto detto: per quanto la CGIL sia, a lume di naso, il sindacato che annovera il maggior numero degli iscritti, per quanto si possa prendere atto che è, a volte, il sindacato più rumoroso e più appariscente, tuttavia la stessa non può essere identificata con il Sindacato, nemmeno dal suo segretario generale: la cosa è troppo evidente per costituire oggetto i discussione. Sul secondo motivo si può dire qualcosa di più, e ciò si badi bene, a prescindere dalle cause e dagli eventi che hanno dato origine a certe affermazioni. Personalmente non mi meraviglia che Epifani se ne esca con espressioni di tale fattura; non è nuovo il pensiero ispiratore della dottrina abbracciata da Epifani, dottrina che fa sorgere una autostima eccessiva, la quale a sua volta porta a ritenersi migliori di quello che in realtà si è, diventando, così, madre di errori su errori. Si dia uno sguardo intorno Epifani e si accorgerà che di lezioni ne deve prendere molte, sia in teoria che in pratica. Epifani non può negare la realtà, si chieda, piuttosto, perché proprio nella CGIL tale realtà si è verificata. Non faccia sembrare le sue affermazioni una specie di excusatio non petita. Che poi le lezioni non le accetti è un altro paio di maniche, ma non ne può certo dare, né lui né la CGIL, di cui Epifani si sente tanto il Rettore Magnifico. Che voglia rilasciarle solo lui certe lauree? Claudio Santella Chiesa di san Mariano Riccardo Manca In Via Chigi sorge il Palazzo di Palino Tignosini, attualmente Rossi Danielli, difeso da una torre alla quale si è unito Palazzo Chigi.Lo stemma della Famiglia Tignosini era : “tagliato, di rosso e d’azzurro alla sbarra d’argento sulla partizione; nel 1° alla falce al naturale; nel 2° al giglio d’oro”. Questo simbolo venne inserito, ai primi del Seicento, in quello della famiglia Franceschini caratterizzato da una “Torre merlata alla Ghibellina, finestrata, affiancata da due rose”. Anticamente, nel giardino del Palazzo Tignosini sorgeva la Chiesa di San Mariano, già esistente intorno al 1060, presso la “Piaggia del Filello”, o “Filillo”, o “Fiello”. Questa andava ad estendersi dal crocevia di Via Chigi con Via Sant’Antonio, fino ad arrivare al torrente Urcionio. Le ultime notizie della chiesa si hanno intorno al 1251, nello Statuto di Viterbo. Notizie che la davano già in cattivo stato. Andò completamente in rovina nel 1470, le macerie rimasero fino al XIX secolo come scriveva lo storico Giuseppe Signorelli. Notizia che confermò anche Cesare Pinzi quando ricordava che le mura della chiesa, nel 1893, «andiedero sepolte sotto il riempimento dell’intercapedine, che esisteva già tra il muro della casa [Rossi Danielli] e la strada [dell’ospedale]». Sul libro “Dante e Viterbo” l’autore, Francesco Cristofori, scrive: «La chiesa di S. Mariano fu eretta forse innanzi al Sec. XI e pare spettasse ai Farfensi, nel MCCLI come dal passo precitato della statuto era già distrutta; era posta dirimpetto al muro attuale [1888] del giardino del Sig. Vincenzo Rossi Danielli, se non erro, ma certo ivi presso ». Riccardo Manca VITARTE 2007 Francesca Bruti Viterbo farà da cornice anche quest’anno all’esposizione della mostra mercato di arte moderna e contemporanea più importante dell'Italia Centrale, con la presentazione della IV edizione di “Vitarte”, l'appuntamento annuale con l'arte figurativa. La manifestazione si svolgerà dal 9 all'11 marzo prossimo, presso i padiglioni di Tuscia Expo, dove si potranno ammirare le opere delle più prestigiose gallerie d'arte, provenienti da tutte le regioni. Gli autori delle opere presentate negli stand sono tra i più importanti artisti del Novecento italiano ed internazionale, ma anche artisti non ancora affermati che fanno dell'innovazione e della ricerca il proprio lavoro artistico. Vitarte è organizzata da Tuscia Expo con il patrocinio di Regione Lazio, Provincia, Comune e Camera di Commercio di Viterbo, e rappresenta anche un significativo momento culturale grazie ai molteplici eventi che accompagnano i giorni della mostra: rassegne monotematiche, presentazioni di opere letterarie e incontri con artisti di primo piano a livello nazionale, in grado di coinvolgere un numero sempre maggiore di visitatori. Per l’edizione 2007, sono state introdotte nel programma due novità assolute: “In-visibil-arte” (l'arte degli omissis), che prevede l’esposizione di 40 opere “senza nome”, realizzate da artisti più o meno affermati e selezionate dal professor Giorgio Di Genova, in cui il protagonista non sarà l'artista con il suo nome bensì l'opera d'arte in sé; e alcuni video “installati” da cinque artisti cinesi, che presenteranno le loro “visioni urbane”, raccontando con video-installazioni le proprie città. Per ulteriori informazioni consultare il sito www.vitarte.it; e-mail: info@vitarte.it. Francesca Bruti postato da: Spvit | 09:11 | |