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giovedì, maggio 24, 2007 23 Maggio 2007
Il "Mercatino delle Curiosità"Anno XVII n° 10 si terrà tutte le prime domeniche del mese. ![]() Prossimo appuntamento Domenica 3 Giugno 2007 Il mercatino si terrà sul del Centro commerciale Tuscia, a Viterbo per informazioni e per partecipare cell. 3393337869 Una via cittadina dimenticata, rimasta sulla carta C’è, eppur non si vede Mauro Galeotti Ma che strano una via pubblica è sparita nel nulla, pur esistendo lì, a due passi da Porta san Pietro.Inspiegabilmente Via del Colle, che collegava Via san Pietro con Piazza san Leonardo, oggi Largo don Alceste Grandori, non è aperta al pubblico passaggio. Infatti, sono entrambi chiusi con portoni, gli ingressi, uno dal cortile in uso del Palazzo dell’Abbazia di san Martino al Cimino e l’altro in Via delle Monache. L’imbocco di Via del Colle, in Via san Pietro, venne chiuso nel 1899 quando fu ricostruito in buona parte il Palazzo dell’Abbazia di san Martino. Allora fu ricostruita per intiero la facciata dello storico palazzo nel quale vennero ospitati i bambini trovatelli o orfani. Non so il motivo per cui l’antichissima via sia stata esclusa dall’uso pubblico, ma so bene che da essa si possono ammirare torri e mura della nostra straordinaria cinta muraria, in un loro aspetto sconosciuto a tutti.E dire che il portone che si trova sul cortile del Palazzo dell’Abbazia di san Martino, ha una chiusura che consentirebbe di poter accedere in Via del Colle! Ho provato ad aprirlo, ma ahimé non ci sono riuscito, perché qualcuno dalla parte opposta ha inchiodato una serie di lamiere lungo tutta la base del portone, per impedire di entrare. Mi chiedo come può essere consentito ciò?Chi ha potuto agire indisturbato visto che nessun vigile urbano o chi per lui ha contestato tale azione? A meno che la via sia di un privato? E se lo fosse, mi chiedo ancora, come è possibile che una via pubblica diventi dominio di un privato? E quando è stata venduta al privato, se ciò che suppongo fosse vero? E’ pure ben serrato l’ingresso dall’attuale Via delle Monache n° 21. Un ingresso importante con un portale a bugne, le quali hanno ognuna, scolpito sul fronte, un crescente, la chiave invece ne porta tre in palo inneggianti lo stemma di papa Pio II, della famiglia Piccolomini. Chissà cosa sa più di me l’Assessorato al Patrimonio del nostro Comune? Chissà se lasciando le cose come stanno, qualcuno per usucapione si appropri di ciò che è pubblico? Chi possiede le chiavi degli ingressi chiusi? Vorrei sensibilizzare in merito l’assessore al Patrimonio, Antonio Fracassini, vorrei metterlo in guardia.Lo invito a far fare dei sopralluoghi dai tecnici dell’Ufficio tecnico comunale, per verificare come stanno in effetti le cose e se la strada, come ritengo, è pubblica, non sarebbe male riaprirla ai cittadini. Se così potesse essere, si potrebbe creare un caminamento pedonale per poter usufruire dello splendido dimenticato paesaggio urbano, e del caratteristico, ma purtroppo abbandonato, cortile del Palazzo dell’Abbazia, meta ambita per giovani ed anziani, amanti della natura, della tranquillità e delle memorie viterbesi. Memorie lasciate dai nostri padri, che ci hanno reso responsabili della loro conservazione e della loro tutela. Mauro Galeotti DICO sui DICO Claudio Santella Sui DICO potremmo parlare per ore ed ore; dubitiamo però che riusciremmo a dire qualcosa di nuovo. Qualcuno ha buttato il sasso nello stagno, l’acqua è diventata torbida e v’è la necessità di fare chiarezza.Che cosa vogliamo fare? Vogliamo esaminare certe situazioni e vedere se possono essere parificate tra loro? Facciamolo, ma facciamolo con animo sereno ed in maniera obiettiva, senza lasciarci coinvolgere da cose che con dette situazioni non c’entrano per nulla e senza usare a pretesto la religione, che riteniamo sia stata messa lì, come l’incenso sul fuoco, per fare fumo. I problemi sono altri: l’interesse finale è l’accaparramento di quanti più voti possibili; tanto meglio, poi, secondo costoro, se, per questo, verrà minato l’elettorato cattolico e si favorirà l’inserimento nella società di elementi con religioni, usi e costumi diversi. Con questi elementi si sarà, successivamente, sempre per motivi di voto, larghi di maniche, senza pensare alle conseguenze sociali, che saranno negative per una grandissima percentuale della popolazione italiana. E’ aberrante che questo interesse principale venga nascosto con motivazioni di natura diversa. Nell’accingerci a questo compito diamo pure a Cesare quello che è di Cesare, ma prestiamo bene attenzione a che Cesare non ci chieda di più di quello che gli è dovuto. Cesare deve provvedere a ben governare, all’ordine ed alla pace sociale. Certi istituti, coniati proprio a tal fine, sono già a disposizione di Cesare: ne faccia Cesare l’uso dovuto, senza menare il can per l’aia. Si dimentica, e si vuol far dimenticare, il concetto giuridico di onere: l’onere è un comportamento al quale il soggetto interessato è tenuto per il conseguimento di una situazione a suo vantaggio; un comportamento dal quale non si può prescindere se si vuole raggiungere una determinata situazione. Non sono ammesse scorciatoie. Per avere l’assistenza, la pensione, l’acquisizione dei beni della persona con la quale si convive e quant’altro sono già previsti appositi istituti. Attenzione, però, questi istituti vanno considerati nel contesto sociale e non singolarmente, perché è con altri istituti simili, dello stesso contesto sociale, che debbono essere valutati e comparati. Non si possono creare dei doppioni di comodo. L’unione di fatto non deve assicurare solo dei vantaggi ad alcuni, soprattutto se questi vantaggi sono a danno di altri: durante le varie diatribe, inerenti al tema in oggetto, non abbiamo mai sentito parlare di cessazione del diritto agli alimenti, di cessazione dell’uso della casa coniugale, di cessazione della pensione di reversibilità ed altre cose del genere nei confronti di chi, separatosi dal coniuge, conduca poi, di fatto, vita, more uxorio, con altra persona, continuando a percepire tali emolumenti alla faccia dell’ex coniuge. Ancora: dà fastidio che la questione dei figli, da preliminare ed assorbente quale è, sia stata relegata sistematicamente dopo quelle degli interessi personali dei singoli genitori. Forse che gli interessi, o meglio i diritti dei ragazzi sono stati posposti perché i ragazzi non votano? Preso atto, poi, che si afferma la volontà di regolare determinate situazioni di fatto, ritenute socialmente degne di attenzione, il discorso si potrebbe, o meglio si dovrebbe, allargare anche ad altre situazioni di fatto. Esempio: ci si è mai chiesti come fa una famiglia tipo, con due figli a carico e con un reddito medio di 2.500 (duemilacinquecento) euro al mese a condurre un tenore di vita che necessita, obiettivamente, di entrate pari ad un reddito tre o quattro volte superiore? Anche per questo ci sono già delle norme, che, però, vengono sistematicamente disattese, con vari consensi taciti, sempre a danno del cittadino onesto ed a vantaggio del malvivente. E’ da ritenere che si preferisce far finta di non vedere, perché non si possono rischiare dei voti. Ma non si può nemmeno passare il ponte senza pagare il dazio. Non si può, altresì, per un interesse di bottega, minare la società nei suoi valori tradizionali, valori millenari, che nulla hanno a che vedere con la religione, sia essa cattolica o non cattolica, che, anzi, sono di pertinenza strettamente laica e sociale. Lorsignori, purtroppo, considerano la società uno strumento per il raggiungimento dei loro fini, il resto non conta. Volgiamo, dunque, lo sguardo verso l’alto e non verso il basso, miriamo ad elevarci e non ad abbassarci, tenendo ben presenti e fermi alcuni principi che esistono da sempre in qualsiasi tipo di società, che sempre esisteranno e che debbono essere, soltanto per questo, salvaguardati. Ci sarà pure un motivo se questi principi sono sopravvissuti per millenni, sotto varie forme, naturalmente, ma con lo stesso DNA, in ogni parte del mondo, a prescindere dalla religione imperante. Ci sarà pure un motivo se cert’une situazioni di fatto non hanno mai e in nessun luogo trovato pari cittadinanza con cert’altre, da che mondo è mondo a questa parte. Questi principi sociali, del resto, hanno sempre dato fastidio, danno fastidio e daranno fastidio a chiunque ha voluto, vuole e vorrà fare della società uso e consumo per i propri comodi, gabellando il prossimo: guardiamoci da certi figuri respingendo ed aborrendo il loro repulsivo modo di operare. A nostro sommesso avviso in questa poesia di Trilussa sembra che sia detto tutto. L’UGUAGLIANZA Fissato ne l’idea de l’uguajanza Un Gallo scrisse all’Aquila: - Compagna, siccome te ne stai su la montagna bisogna che abbolimo ‘sta distanza: perché nun è né giusto né civile ch’io stia fra la monezza d’un cortile, ma sarebbe più comodo e più bello de vive ner medesimo livello.- L’Aquila je rispose: - Caro mio, accetto volentieri la proposta: volemo fa amicizia? So’ disposta: ma nun pretenne che m’abbassi io. Se te senti la forza necessaria Spalanca l’ale e viettene per aria: se nun t’abbasta l’anima de fallo io seguito a fa l’Aquila e tu er Gallo.- Fatta eccezione per le singole fattispecie, che naturalmente non è dato conoscere, ogni riferimento a persone e cose, anche se privo di ogni genere di malizia e quant’altro, non è puramente casuale. Claudio Santella Via Annio senza senso... Bruno Matteacci Aver predisposto il senso unico in Via Annio, con accesso da Via Cavour, con precedenza su Via cardinal La Fontaine con uno stop, non mi pare una bella trovata. Oltre il novanta per cento di vetture, provenienti da Via Cavour, preferisce giungere in fondo alla via, percorrere via san Lorenzo e quindi procedere, svoltando a sinistra, per dirigersi in Via cardinal La Fontaine. C’è da tenere conto, poi, dei residenti di Via Chigi, Via san Lorenzo, Piazza del Gesù, Piazza della Morte e Via La Fontaine. Infatti, quest’ultimi e il relativo altro traffico, di turisti, per uscire dalla città, a causa del divieto di accesso su Via Annio, sono costretti a giungere a Porta san Pietro o immettersi nei meandri della zona di Via della Bottalone. Riportare Via Annio in senso unico, verso Via Cavour, come era già, significherebbe creare un senso rotatorio del traffico da Via La Fontaine, Via Annio, Via Cavour, Via San Lorenzo e tutte le direzioni della città consentendo quindi un facile accesso a Viterbo nord; alleggerendo, nel contempo, il traffico su Via San Pietro che ne riceve già molto da Via delle Fabbriche. Altro provvedimento che a me pare inutile e privo di ogni effetto positivo è l’aver creato il divieto di accesso, da Piazza san Faustino su Via Maria SS. Liberatrice quando, dopo appena settanta metri di senso unico, è consentito transitare a doppio senso di circolazione. Misteri dei tecnici comunali! Una raccomandazione, che vorrei sottoporre all’attenzione, è la seguente e mi auguro, nell’interesse della collettività, che venga recepita. Nel punto semaforico, adiacente il sottopasso di Via della Ferrovia e Via Vicenza, gli autobus cittadini, in fase di attraversamento di Viale Raniero Capocci, per immettersi su Via fratelli Rosselli, spesso con il semaforo rosso, creano intralcio alle autovetture che, con il segnale verde, potrebbero proseguire sulla destra, direzione nord, ma a loro volta vedono il passo ostruito a causa della grossa mole del mezzo pubblico. Cosa fare per eliminare tale inconveniente? E’ semplice! Basta guardare al di là di Viale Raniero Capocci ed operare come fu fatto a suo tempo per creare le tre corsie di scorrimento sul lato sinistro di Via fratelli Rosselli. Su Via della Ferrovia, zona sottopasso, è sufficiente restringere di qualche metro la corsia che immette in direzione di Via Vicenza avendo, quindi, la possibilità di creare tre corsie sulla destra: una, in direzione a sinistra, su Viale Diaz, una al centro, riservata ai messi di trasporto cittadino, per entrare in città attraverso Via fratelli Rosselli e una a destra per il deflusso del traffico verso nord. Così facendo si eviterebbero inutili e fastidiosi intasamenti causati dagli autobus che non hanno sufficiente spazio per fermarsi, se non in posizione d’intralcio ad altri mezzi di trasporto. Bruno Matteacci Il container della solidarietà Francesca Bruti Magari un po’ in sordina, all’insaputa della maggioranza della cittadinanza, ma continua il rapporto di solidarietà tra Viterbo e il Madagascar. Infatti, proprio la settimana scorsa è partito il “container della solidarietà”, un camion arrivato a Viterbo dove, dopo essere stato caricato del materiale edile raccolto dai viterbesi, si è diretto verso Napoli, dove raggiungerà via mare fra qualche settimana il porto di Diego Suarez, una località a nord della “Grande Terra”. Questa è un’altra occasione per la nostra città per dimostrare il suo grado di generosità e vicinanza nei confronti di una terra che ha veramente bisogno di aiuti concreti e che vive grazie al lavoro quotidiano di volontari come Padre Stefano Scaringella, frate cappuccino e medico chirurgo viterbese, che da quasi 25 anni opera nel suo ospedale malgascio. Da alcuni anni è attivo questo gemellaggio con Padre Stefano, il quale con il materiale del container ristrutturerà uno stabile a Diego Suarez, destinato a diventare una scuola infermieri per formare personale sanitario in loco. Ricordiamo le iniziative organizzate in passato: la mostra fotografica “Ambanja, la forza della speranza” ospitata nei mesi scorsi a Palazzo dei Priori e nella ex chiesa della Pace che, grazie alla collaborazione del Sodalizio dei Facchini, documentava l’opera di Padre Stefano e la difficile quotidianità di chi vive in uno dei paesi più poveri del mondo. Oltre al Sodalizio, coinvolto anche questa volta nella raccolta del materiale edile, promotori dell’iniziativa sono stati il Comune di Viterbo, la Cassa Edile, la Assoindustriali, la Federlazio, la Caviee, la Robur, la Infisso2, la Vincal, la Primaprint e moltissimi altri, viterbesi e non, che hanno aderito con entusiasmo versando del denaro sul conto corrente aperto da Comune di Viterbo per Padre Stefano. Il materiale caricato nel container comprende infissi, materiale sanitario, idraulico ed elettrico, frigoriferi e generatori, colla, pittura per pareti, ma anche vestiti e giocattoli per i bimbi malgasci. La fine dei lavori di ristrutturazione della scuola infermieri, che si chiamerà “Città di Viterbo”, è prevista per il mese di ottobre prossimo. Francesca Bruti Viterbo come Ponte Milvio Francesca Bruti Avete presente la famosa moda dei lucchetti, nata sopra ad uno dei tanti ponti di Roma che attraversano il Tevere, diventata famosa grazie al secondo libro di Federico Moccia? Beh, fra poco potrebbe diventare concreta anche nella nostra città! Infatti, anche Viterbo avrà i suoi lucchetti dell’amore. In collaborazione con Bricofer, dalle 17 di sabato 19 per le vie del centro storico, il comune di Viterbo e l’associazione culturale “I Dispari” hanno regalato piccoli lucchetti in vista dell’incontro con lo scrittore Federico Moccia, previsto per sabato 26 maggio alle 17, nel giardino di Palazzo dei Priori. «Questa dei lucchetti dell’amore mi sembra una manifestazione spontanea e bella – dice il sindaco di Viterbo Giancarlo Gabbianelli – che oltre a costituire emblematicamente il simbolo dell’unione tra innamorati, rappresenta anche visivamente il collegamento tra la ragione e l’anima che convivono nella stessa persona». Per questa occasione, anche il nostro sindaco ha fatto emergere il suo lato romantico; ma non mancano le polemiche da parte dell’Associazione “I Dispari”: «Chi attacca la moda dei lucchetti non capisce la voglia di sognare che hanno i giovani di ogni epoca e di ogni latitudine. Il nostro vuole essere un appello affinché il mondo adulto non si dimentichi mai della sfera sentimentale ed affettiva quando parla di giovani. I lucchetti sono un simbolo concreto contro ogni tentazione di moralismo che tende sempre a classificare i giovani come superficiali, menefreghisti ed egoisti. Aspettiamo i ragazzi viterbesi sabato pomeriggio: gli daremo un piccolo dono in nome della loro caparbietà nel meravigliarsi ancora di fronte ad un amore che nasce». Dunque, attendiamo di incontrare l’autore di “Tre metri sopra il cielo”, “Ho voglia di te” e “Scusa ma ti chiamo amore”, appuntamento che rientra nelle attività estive dell’Associazione, che promette di offrire nel mese di luglio una serie di incontri culturali nelle più belle piazze del centro storico, con rappresentanti della cultura internazionale, tra cui Toni Capuozzo, Magdi Allam, Barbara Palombelli, Giuseppe Culicchia. Francesca Bruti Hanno riaperto il Museo civico? Nella Melma Signor direttore, in occasione della “Settimana della cultura”, hanno, per così dire, riaperto il Museo Civico. Poiché credevo che il museo fosse stato riaperto per intero, sono venuto a Viterbo per vederlo nella sua nuova veste e ho scoperto che così non è stato e non è. Hanno riaperto solo la parte che non era crollata e che non so per quale motivo era stata chiusa, ma per il resto non hanno fatto nulla. Come mai? Ho chiesto in giro e tra le altre cose sono venuto a sapere, ed ho visivamente constatato, che per la parte ancora da rifare siamo ancora a carissimo amico, sembra cioè che non siano state nemmeno bandite le gare d’appalto dei lavori. E’ vero? Scrivo a Lei signor direttore perché, a proposito di ciò, mi sono venuti in mente due articoli pubblicati sul giornalino “La Città”, da Lei diretto, che leggo quasi sempre. Gli articoli sono stati pubblicati nel marzo e nel giugno del 2005 e si intitolano “Coraggio e chiarezza” e “Via del Piombo e buona amministrazione”. Riporto, per non sbagliarmi e per non essere frainteso le parole di detti articoli che mi sono venute in mente e che credo sia opportuno ricordare in questa occasione. Il primo pezzo si riferisce all’articolo “Coraggio e chiarezza”, che parla direttamente del Museo Civico, ed è il seguente: “Una parte delle mura perimetrali del Museo Civico cittadino è crollata; una parte delle mura che costituiva testata d’angolo. La cosa lascia riflettere. Il Museo Civico è reduce da una restaurazione totale effettuata da circa dieci anni. Come può un muro perimetrale, o meglio l’angolo di un muro perimetrale, restaurato completamente dieci anni fa, crollare all’improvviso e senza motivo? Chi ha restaurato il Museo? Come sono stati fatti i lavori? Chi è stato il responsabile di essi? Chi ha effettuato i dovuti controlli? Quanto è costato? Come sono state ripartite le spese? Chi ha collaudato l’opera? Sono state fatte degli interventi successivi? Di che genere? A che titolo? In che modo? I vari prestatori d’opera sono stati regolarmente pagati? Perché? Come? Tutta una serie di domande che sorgono spontanee, Tutte hanno diritto ad una risposta, espressa, chiara, precisa, inequivocabile. Tutta una serie di risposte da confrontare. Domande da intendere senza fraintendere, cui va risposto senza divagare e senza perdersi nel tempo. E visto che si parla tanto, ad ogni piè sospinto e dappertutto, di Magistratura, auguriamoci che essa faccia qui valere la sua nobilitade.” Il secondo pezzo, che riporto di seguito, si riferisce all’altro articolo che parla dell’illuminazione di via Sebastiano del Piombo e che mette in luce le difficoltà che una amministrazione comunale incontra nel fare i lavori. “Il Sindaco deve seguire tutta una serie di adempimenti: prima una gara per il progetto, quindi il bando, pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, termine per dichiarare il proprio intento a partecipare, poi un altro termine per presentare le offerte, nomina della commissione, la commissione valuta le offerte, presceglie quella di Tizio, Caio non è contento, ricorso contro Tizio, sospensiva del Tar , ricorso al Consiglio di Stato contro la sospensiva, sentenza di merito un anno dopo, ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza di merito. Questo soltanto per il progetto. Poi, assegnato il progetto, si parte con la gara d’appalto. Di nuovo: bando, pubblicazione del bando, termine per dare l’intento a partecipare, termine per le offerte, nomina della commissione per valutare le offerte, alla fine viene prescelta una determinata offerta, gli altri impugnano, Tar, sospensiva del Tar, ricorso al Consiglio di Stato contro la sospensiva, sentenza di merito, ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza di merito.” E’ vero quello che avete scritto negli articoli? Perché se è vero credo che prima di riaprire il Museo Civico ne dovrà passare di acqua sotto i ponti. Un’ultima cosa, signor direttore. Qualora decida di dare voce alle mie rimostranze attraverso “La Città”, non pubblichi il mio nome: io lavoro nella pubblica amministrazione e che con lo stipendio ci deve mantenere la famiglia, Lei mi capisce… mi firmo con uno pseudonimo appropriato. La ringrazio, La saluto e Le faccio tanti auguri per il suo giornalino. Nella Melma
Gentile lettrice Nella Melma,è ovvio che le confermo quanto scrivemmo a suo tempo, in più le aggiungo che sembrerebbe che i nuovi lavori siano stati affidati, sia nell’esecuzione che nella direzione, a chi eseguì i precedenti lavori di qualche anno fa. Una Cooperativa per la Pace Armand Secka Con l’accordo avvenuto e siglato nel Burkina Fasso, la Costa d’Avorio ha finalmente ritrovato la pace dopo quasi cinque anni di guerra civile che ha messo in ginocchio un paese che era il fiore all’occhiello dell’Africa occidentale. Una ferita difficilmente rimarginabile che potrà trovare una cura adeguata e efficace solo grazie alla volontà di tutti i suoi attori, impegnati sia nella politica che nel sociale e nell’economia. La responsabilità maggiore per una ripresa e per un vero riscatto della democrazia e dello sviluppo, credo spetti a chi ha subito la diaspora. Risiedo in Italia da molti anni ma covo da molto tempo il progetto di creare una cooperativa agricola gestita a maggioranza da ragazze madri. La cooperativa avrà per scopo principale: a) di valorizzare l’agricoltura locale b) aiutare le numerosissime donne impegnate nella coltivazione di tipo famigliare a commercializzare i loro prodotti in forma cooperativa su un mercato vasto e sicuro per un rendimento più costante. Il mio viaggio in Costa d’Avorio nel luglio prossimo sarà finalmente per me l’occasione di mettere in piede questo progetto. In questa mia avventura, anche se dispongo di un piccolo fondo personale, mi preme chiedere a persone, enti e istituti vari, un aiuto anche simbolico o disposti a collaborare in tale realizzazione. Armand Secka - poste italiane- Viterbo, conto corrente n. 20916029 - ABI 0761 CAB 14500. Per informazioni, tel. 329-0730946 BACCAIONATA SINGOLA PER DAR MODO DI RIFLETTERE ANCHE SU QUANTO E’ SCRITTO TRA LE RIGHE C’E’ RIVERA E RIVERA – Ho fondato motivo di credere che se in Italia la religione dominante fosse stata quella islamica, il signor Rivera, che tanto si è adoperato nell’elogiare il Papa dal suo pulpito canoro, il giorno dopo ci saremmo trovati questo signore infilzato su un palo che fattogli entrare dall’orifizio anale gli usciva dal collo con buona pace sua e delle sue affermazioni, che sono state, invece, accettate e cristianamente sopportate da colui al quale erano state rivolte e, certamente, non per incapacità di reagire. Chissà se glielo hanno detto a costui? Una cosa comunque è certa: il Rivera che ha dato spettacolo non è stato certamente quello che si è esibito da ultimo, dal suo “palco-osceno”, ma il Rivera che ha calcato i campi di calcio di tutto il mondo usando piedi e cervello. Quello si che aveva classe e stile! Baccaione Sallupara Riccardo Manca La costruzione delle “Stalle papali”, meglio conosciute come ex Carcere di Sallupara dalla sua ultima utilizzazione nel XIX e XX secolo, venne attribuita alla volontà di papa Sisto IV per la presenza del suo stemma sull’edificio. L’opera, grazie ad un’altra ipotesi, potrebbe risalire anche al pontificato di Giulio II, il cui stemma appunto è identico a quello dello zio Sisto IV.In definitiva, le “Stalle papali” potrebbero rientrare nell’opera di aggiornamento progettata e diretta dal Bramante per la Rocca di Viterbo, proprio al tempo di Giulio II. Un dato comune si riscontrerebbe nei capitelli delle colonne della stalla, identici, nel numero delle parti e nel disegno, a quelli della loggia di Giulio II nel cortile interno alla Rocca. Nel periodo a cavallo tra il 1471 ed il 1484, dai registri contabili di Sisto IV, non si riscontrano particolari spese per la Rocca del capoluogo, nonché per la costruzione di un nuovo edificio da adibire a stalla. Il 28 Marzo 1482, si acquista un legno di ventidue piedi per realizzare tavole da impiegare per l’uscio della stalla, ma questo poteva essere utilizzato anche per un altro edificio più modesto delle “Stalle papali” a Sallupara. Intorno al 1845, il governatore del Patrimonio aveva le stalle per i cavalli vicino alla sua residenza, presso l’orto di San Francesco e quindi vicino a Piazza della Rocca. Dei lavori per la Rocca di Viterbo, al tempo di Giulio II (1503-1513), anche se è andata perduta la maggior parte dei documenti contabili, non si esclude di poter integrare le lacune attraverso la messa a punto di indagini parallele ed incrociate. Finora due documenti fissano l’intervento del Bramante per la Rocca tra il primo Settembre 1506 ed il primo Febbraio 1508. Un atto notarile del 19 Luglio 1510 dimostrerebbe che le Stalle papali, presso le mura urbane e nella contrada di San Faustino o della Rocca furono realizzate al tempo di Giulio II. Non è da escludere che le Stalle papali vennero realizzate tra il 1506 ed il 1510. Nel 1674 cadde un fulmine sul fienile sovrastante alle stesse, provocando un tale incendio da distruggere l’intero tetto; la nuova copertura venne realizzata intorno al 1682. Nel 1882, le Stalle vennero destinate a Bagno penale per duecento forzati con conseguenti modifiche documentate nel 1831 e 1832, dai rilievi dell’ingegnere Vincenzo Federici. Riccardo Manca E’ blu di lusso... Patrizia Labellarte È blu, di lusso, full optional e… piace tanto alla Regione Lazio!Di cosa sto parlando? Beh, dell’auto dei desideri di funzionari, dirigenti, sotto funzionari e politici della Regione. Questo è il risultato dell’inchiesta aperta e apparsa qualche giorno fa sulle pagine del “Messaggero”. Sembrerebbe, infatti, che i nostri politici in quanto a macchine facciano un po’ di capricci: una modestissima berlina? No, grazie! Ci vuole una macchina “seria”, di rappresentanza, per l’esattezza… la più potente, la più veloce e ovviamente la più costosa! Ah, dimenticavo… meglio ancora se con autista e scorta! Le auto più gettonate? L’Alfa 166 e la Lancia Thesis… le altre sono out! E quante se ne vedono nel traffico di Roma, Latina, Rieti, Frosinone e… udite! udite! anche Viterbo. Non sempre, vengono utilizzate correttamente: spesso non hanno esposto il contrassegno della Regione e sono parcheggiate ovunque, in curva, sul marciapiede, sulle strisce, sui posti riservati ai disabili o ai bus… cosa importa se sono di intralcio agli altri e alle altre macchine? Cosa importa se il più delle volte corrono come pazzi, avvalendosi dell’uso ingiustificato della “sirena” solo per far attendere il meno possibile “il capo”? Perché, mi chiedo, di fronte a questi abusi, non viene applicata nessuna sanzione? O forse quelle sono riservate solo a noi “comuni mortali”? E poi… perché girare con lussuose e costose auto blu, quando con una comunissima auto si potrebbe spendere meno e destinare invece più soldi alla città? È possibile che nessuno ci pensi? Troppo comodo! tanto a rimetterci siamo sempre noi cittadini… “e noi paghiamo”! Patrizia Labellarte L’opera del Vignola in mostra a Caprarola Patrizia Labellarte Dal 20 maggio 2007 al 31 maggio, in occasione del 500° anniversario della nascita, si svolgerà a Caprarola, a Palazzo Farnese la mostra: “Jacopo Barozzi da Vignola a Caprarola. Testimonianze di un progetto urbano”. L’iniziativa è organizzata dal Centro studi e ricerche di Caprarola con il patrocinio della Fondazione Carivit e del Comune di Caprarola, Assessorato alla Cultura e Turismo. L’allestimento della mostra è stato curato da Andrea Rossetti, giovane architetto romano di notevole talento, il quale dopo aver effettuato uno studio approfondito, ha ricostruito la struttura urbana del paese di Caprarola mediante l’utilizzo delle moderne tecnologie informatiche, applicate alle antiche cartografie, alle immagini digitalizzate ed agli schemi costruttivi. Tutto questo ha consentito di elaborare disegni ed immagini di un percorso analitico che rivela chiaramente il ruolo che ha avuto il genio dell’artista nell’ambito della realtà caprolatta, e da cui si desumono le linee guida per il recupero dei caratteri essenziali di un patrimonio artistico e sociale. “L’opera esposta - afferma il presidente del Centro studi, Luciano Passini - all’interno della mostra è tuttavia complementare ad un opuscolo esplicativo pubblicato per permettere di comprendere con facilità il percorso della nascita e dell'evoluzione, nel corso dei secoli, di un centro abitato come quello di Caprarola”. L’ingresso alla mostra è gratuito, info 333.5235540. Il 20 Maggio, inoltre, si è svolto nel cortile del Palazzo Farnese, con notevole successo ed alla presenza di un folto pubblico, un concerto-spettacolo della Camerata Polifonica Viterbese con il gruppo di danze medioevali Jesce Sole di Viterbo, diretto dal maestro Piero Caraba, che hanno proposto Musiche e danze al tempo di Leonardo. Patrizia Labellarte RIFORME SCOLASTICHE Leggo sui giornali a tiratura nazionale che in alcune scuole i ragazzi fumano gli spinelli in classe, che in altre alcuni professori consentono di fumare in classe, che in altre vengono consentite altre cose simili, che… Leggo ancora che alcuni presidi sono subito pronti ad addossare la colpa alle famiglie… Ma il ministro Fioroni queste cose le sa? Presumo di sì, visto che le sanno i giornali. E che cosa ha fatto per eliminare queste cose? Non è dato saperlo. Caro ministro, credo che ci sia da fare ben altro che riformare la maturità per avere una scuola. Una scuola né migliore né diversa, ma soltanto una scuola. Baccaione Mezzatesta alla Corrida Agnese Galeotti Il 5 Maggio 2007, alla trasmissione "La Corrida" condotta da Jerry Scotti, ha partecipato un nostro concittadino. Franco Mezzatesta, nato a Viterbo il 30 Novembre del '56. Il nostro amico, ha concorso come "poeta realista", con due poesie: "l'immagine" e "l'autodidatta". Mezzatesta, impiegato alla Asl di Viterbo è sposato e residente a Vetralla.Doverose due righe in ricordo di questa bella esperienza, che ha portato, in qualche modo, un po' della nostra città in televisione. Allo scoccare del "semaforo verde" alcuni uomini del pubblico, hanno fischiato, è vero, ma... quasi tutte le donne applaudivano! Agnese Galeotti postato da: Spvit | 15:28 | giovedì, maggio 10, 2007 9 Maggio 2007
Il "Mercatino delle Curiosità"Anno XVII n° 9 si terrà tutte le prime domeniche del mese. ![]() Prossimo appuntamento rimandato aDomenica 13 Maggio 2007 a causa del disinnesco di una bomba ritrovata a Viterbo. Il mercatino si terrà sul del Centro commerciale Tuscia a Viterbo per informazioni e per partecipare cell. 3393337869 Uno sfregio, anzi due, al Casaletto del Padre eterno La pelle si accappona Mauro Galeotti Si sbaglia di grosso chi avesse pensato che avrei desistito dal ritornare a parlare, o meglio, a scrivere del Casaletto del Padre eterno sulla Strada Capretta. Eh sì, infatti, all’abbandono ignobile a cui è sottoposto il monumento, che era stato eretto quale cappellina votiva a protezione di tutti coloro che passando lungo la strada facevano il loro bel segno della croce dinanzi all’affresco della Madonnina col Bambino, si è aggiunto un altro obbrobrio... anzi due. Qualche deficiente di passaggio ha scritto qualcosa su una facciata del casaletto con una bomboletta spray, poi qualcun altro, per coprire la scritta ha dato un po’ di pennellate di vernice bianca. Ne è venuta fuori una cosa pietosa, che se aggiunta al degrado intollerabile del monumento, la pelle si accappona. Addirittura dove era l’ingresso, sull’architrave in cui è inciso I.N.[croce] R.I. con al centro una croce biforcata, le lettere ovviamente che stanno per Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, una bella mano di vernice ha imbrattato ed evidenziato vergognosamente il cronico abbandono. Il Padre eterno, realizzato sulla facciata in graffito a pittura monocroma, raro esempio a Viterbo, sta perdendo la pazienza. All’interno del casaletto, la cui porta è inesistente, è rimasta l’immondizia, per la verità pure aumentata, che già avevo avuto modo di descrivere. E dire che sotto alla gronda del tetto è ancora ben visibile un fregio, costituito da pennacchi e bandelle, che si alternano con decorazioni di gigli dei Farnese e rose degli Orsini, probabile committenza di quelle famiglie da far risalire tra il 1510 e il 1520. Un caro amico mi ha promesso che per carità cristiana, visto che nessuno ha risposto al mio precedente appello per il recupero del monumento, realizzerà in ferro, a sue spese, la porta. Possibile che le autorità comunali, le autorità religiose siano sorde? Possibile mai che non temano neppure le ire del Padre eterno? Mauro Galeotti Fioroni e la Resistenza Claudio Santella Il giorno 25 aprile, Giuseppe Fioroni, il nostro ministro, ha voluto commemorare la Resistenza a Viterbo. Quale ministro della Pubblica Istruzione bene ha fatto a commemorarla in una scuola e bene ha fatto a far cadere la sua scelta sul liceo classico che porta il nome di Mariano Buratti. Professore di storia e filosofia, Mariano Buratti, lo ricordiamo brevemente per i più giovani, è stato un martire della Resistenza, insignito, per il suo comportamento, di medaglia d’oro alla memoria. Fucilato a Roma, a Forte Bravetta, il 31 dicembre 1943, Mariano Buratti ha difeso, fino al sacrificio della sua vita, gli ideali di libertà suoi e del suo Popolo, li ha difesi nel rispetto del suo prossimo, li ha difesi senza abbandonarsi a gesti d’effetto o ad esibizionismi che avrebbero portato ad inutili versamenti di sangue innocente. Tutto ciò senza che nessuno glielo avesse imposto o chiesto e con la piena e preventiva consapevolezza dei rischi reali cui andava incontro. Un eroe vero, da non confondere con quelli di ultima generazione. Breve ed incisivo il discorso del ministro: parole appropriate alla circostanza, rivolte soprattutto ai giovani ai quali ha ricordato, citando un pensiero di sant’Ignazio, che ciascuno di noi viene giudicato non per quello che dice o per quello che fa, ma per quello che è. Un discorso rivolto al futuro, ma ad un futuro che non deve dimenticare quanto di positivo c’è stato, e c’è, nel passato. Presenti alla cerimonia, che, nonostante la giornata festiva, ha visto la partecipazione anche di numerosi studenti, il Presidente della Provincia Mazzoli, l’assessore comunale Moltoni, in rappresentanza del Sindaco, che era all’estero, il prefetto Giacchetti, il generale Di Luzio per le FF.AA. istanti a Viterbo, nonché numerose associazioni, rappresentate dai rispettivi massimi esponenti e da una miriade di vessilli, in ricordo di quanti, in maniere diverse, hanno dato il loro contributo e versato il loro sangue per la libertà del nostro Popolo. Peccato che nel congedarsi il nostro caro concittadino, e ministro, non abbia dato seguito alle ponderate e misurate espressioni pronunciate nel suo intervento, perché se ne è andato senza nemmeno un cenno di saluto che, attraverso il Dirigente scolastico, professoressa Maria Teresa Umbertini, il liceo “Mariano Buratti” e quanti si sono adoperati per riceverlo degnamente, pur avendo avuto notizia del suo arrivo soltanto il giorno prima, avrebbero meritato. E’ da ritenere che sant’Ignazio un saluto lo avrebbe fatto. I ragazzi presenti, che avevano inteso quelle parole rivolte in modo particolare verso di loro, hanno notato e valutato. Cerimonia sentita o di routine? verrebbe dunque da pensare. Forse il Sindaco, altra esperienza consumata, conoscendo la risposta a questo interrogativo, ha preferito mandare un suo rappresentante. Claudio Santella Fate rispettare i segnali!!! Bruno Matteacci Cosa, vale nell'ambito della circolazione, metter dei divieti o imporre degli obblighi se poi non sono rispettati e tanto più non vengono fatti rispettare? Che vale esasperare il cittadino vietando, per lungo tempo, una sosta o una fermata, per poi concedere quanto, fino a poche ore prima, era vietato? Mi riferisco a quanto proibito e poi autorizzato in via Cavour, dove fino a poche ore prima era vietata la sosta; con eccesso di contravvenzioni, sia a macchine di portatori di handicap che a persone che si recavano in farmacia. Ora, dopo aver esasperato per anni i commercianti della zona e dopo che noi, varie volte, abbiamo sollecitato l’istituzione del parcheggio sul lato sinistro, a scendere di via Cavour, tutto è stato risolto con soddisfazione dei commercianti e dei cittadini tutti. C'è voluto del tempo, meglio tardi che mai. Possiamo, con soddisfazione, dire che certi problemi li vediamo appena si manifestano e ci arroghiamo l'onere di poterli segnalare a chi di dovere, nell'interesse della collettività. A tale proposito ci sia consentito di spaziare, ancora, sull'argomento traffico e segnaletica non rispettata e non controllata. Piazza Africa è utilizzata per il parcheggio di auto di coloro che si apprestano a fare acquisti nei negozi ivi esistenti e opportunamente, il Comune di Viterbo, con apposita segnaletica verticale, ha predisposto il parcheggio limitato nel tempo. Tutto bene se la limitazione stabilita fosse rispettata o fatta rispettare dai vigili urbani; purtroppo ciò non avviene, chi arriva per primo parcheggia la propria auto, fino a tarda sera a discapito dei cittadini, che si recano per effettuare i propri acquisti e, non trovando spazi per parcheggiare, desistono, a danno dei commercianti. Tanto per rimanere in argomento e nella zona, si segnala all'Amministrazione comunale lo stato caotico di via Enrico Fermi, dove ha sede la Cittadella della salute. C'è chi, parcheggia la propria auto, senza una logica, arrivando pure ad ostruire il traffico proveniente da strada Pietrare e da viale maresciallo Romiti. Basta poco per evitare tale disagio: prima cosa necessitano delle frecce direzionali per consentire un normale scorrere del traffico in entrata e in uscita creando dei sensi unici, poi necessita tracciare, a terra, appositi spazi di parcheggio riservandone un numero maggiore, degli attuali, ai portatori di handicap, soprattutto considerando che gli utenti della struttura sanitaria sono, per la maggioranza, anziani e inabili. Bruno Matteacci 1907 - 2007. 100 anni dal Testamento spirituale della Serva di Dio Suor Maria Benedetta Frey Gianluca Scrimieri Quest’anno ricorrono 100 anni dalla stesura del testamento della Serva di Dio suor Maria Benedetta Frey (Roma 6.3.1836 - Viterbo 10.5.1913), monaca cistercense al monastero della Visitazione o delle duchesse, che ha vissuto per 52 anni nel letto, testimoniando una piena fede in Dio uno e trino ed una fortezza eroica. E’ d’esempio per l’oggi, in cui si tenta di sfuggire dal dolore e di affrontarlo in tutte le maniere, dove prevale pensiero debole e tanta fragilità umana e psicologica. Suor Maria Benedetta insegna come si può essere protagonisti e attivi nella sofferenza e nel dolore, di accettarla e integrarla per una crescita umana, psicologica e spirituale della persona, se unita alla fede in Cristo avrà un senso e un valore alto. La Frey viene pregata per i malati gravi, per le coppie che hanno difficoltà a procreare e per la riconciliazione delle persone. Preghiamo e chiediamo, per l’intercessione della Serva di Dio, un miracolo affinché la Chiesa la proclami presto ‘beata’. Per informazioni scrivere: Monastero della Visitazione Via S. Pietro, 30 - 01100 Viterbo. Tel. 0761/34.01.37- 338.46.18.858. www.benedettafrey.too.it E’ possibile leggere la vita e le lettere dal libro “Lo specchietto per vedere il cielo”, Piemme 2005. Viterbo 27/07/ 1907 Fratelli e Sorelle in Gesù Cristo, vi rivolgo l’ultima parola dal letto dell’agonia e quando voi la leggerete, la povera crocifissa non sarà più in questa terra. E’ una parola di addio, anzi di arrivederci. Voi sapete se vi ho amato e se ho pregato per voi, specialmente voi che siete venuti attorno al mio letto per ricevere una parola di conforto nelle tante angustie che hanno amareggiato la vostra esistenza quaggiù. Ed io inviandovi al mio caro Bambinello, seppi da Lui trovar quella parola che valse ad asciugare tante lacrime, a rimarginar tante ferite o per lo meno a farvi chinar il capo rassegnato ai voleri di Dio. Ed ora che io non sono più di questo mondo vi lascio la cara e venerata effige del mio adorato Bambino. Seguitate a pregarlo, ed io benché invisibile, mi porrò al vostro fianco e lo pregheremo insieme. Seguitate ad aiutare le mie dilette consorelle religiose e state certi, ogni volta che voi stenderete loro la vostra mano generosa, o direte loro la parola che vi saprà suggerire la vostra carità darete tanta consolazione alla povera Maria Benedetta e farete esultare le sue ossa umiliate. Nella lunga missione che mi ha affidata il Signore sempre mirabile nelle sue disposizioni, ho cercato di far bene a tutti. Che se talvolta per la miseria dell’umana condizione non avessi fedelmente corrisposto, se talvolta la parola uscita dal mio labbro avesse a taluno recato dispiacere, avesse dato scandalo, se talvolta la mia condotta non fosse stata così esemplare, come pura deve essere quella di una Sposa dell’Agnello senza macchia, colle lacrime agli occhi ve ne domando perdono e protesto che se ciò mi è accaduto, non è stato di volontà e tanto meno di proposito. Lo pretesto ai miei Superiori ed alle mie Superiore, agli uguali, agl’inferiori. Dichiaro pure di non aver motivo di nutrir contrarietà con alcuno: ho amato sempre tutti e sempre vi amerò. Voi però contraccambiatemi, non con parole di vano rimpianto, ma con la preghiera. Oh! come sento il bisogno della preghiera del vostro suffragio. Non badate al dolce Purgatorio che ho sofferto in terra, è stato tanto breve, tanto alleggerito dalle vostre visite, tanto allietato dal vedervi partire consolati dalla sponda del mio lettuccio! Pregate tanto, pregate tutti anche voi nel che venirmi a visitare, facevate mostra forse di non avere il conforto della nostra Santa Fede, e che poi vi allontanavate a capo chino, lanciando un occhiatina significativa al vezzoso Bambinello del mio altare! Oh si! ridestate nel vostro cuore la fiaccola della fede! Tornate a Gesù e permettetemi di chiedere una Comunione di suffragio: se sapeste come è rigorosa la divina Giustizia! Se sapeste quanto mi gioverebbe una vostra comunione! Ed ora gradite l’ultimo mio saluto, l’ultimo ringraziamento e vi aspetto tutti in Paradiso. Gianluca Scrimieri Concorso musicale senza Viterbesi Francesca Bruti Si è conclusa con successo strepitoso l’ottava edizione del Concorso Nazionale “Giovani Musicisti”, tenutasi il 4 e il 5 maggio a Viterbo, presso il Ridotto del Teatro dell’Unione. Il buon esito della manifestazione è stato possibile grazie alla proficua collaborazione tra il Lions Club, il Leo Club e la Fondazione Eximia Forma di Viterbo, che insieme agli organizzatori del concorso hanno dimostrato soddisfazione per l’elevata partecipazione dei giovani concorrenti, provenienti dalle scuole di diverse parti d’Italia (province di Roma, Terni, Ferrara, Chieti, L’Aquila, Latina, Firenze, Reggio Calabria, Teramo) e la nutrita presenza del pubblico alla premiazione finale, svoltasi nella sera del 6 maggio. Il numero di musicisti ha raggiunto quest’anno la quota di 75 partecipanti, tra i 6 e i 34 anni, che si sono esibiti in base alle fasce d’età e alle tre sezioni musicali di pianoforte, duo archi con pianoforte ed archi. La prima edizione del concorso risale al 1999 e inizialmente nasce come solo concorso pianistico, grazie all’iniziativa e all’impegno costante della professoressa Antonella Bernardi, sostenuta all’epoca dal prof.re dell’Università di Agraria di Viterbo Anselmo Naldo; più che mai coinvolta nella gestione ed organizzazione della manifestazione, la prof.ssa Bernardi è oggi coadiuvata anche dalle professoresse Anna Pelosi, Ermenelgida Pisani e dalla sig.ra Graziella Briscia, e soprattutto dal M° Liliana Bernardi, alla quale due anni fa è stata affidata la Direzione artistica del concorso. Durante le esibizioni, avvenute nei due giorni anche presso la Chiesa di Piazza del Gesù, la Commissione di alta qualità è stata presieduta dal M° Carla Giudici, Presidente per la sezione pianoforte, e dal M° Pasquale Pellegrino, Presidente per le sezioni archi e duo archi con pianoforte. Oltre ai premi per l’esecuzione dei primi assoluti delle varie categorie, sono stati assegnati due Premi Speciali: il primo come premio della critica, consegnato dal pittore Carmine Mastronicola, che ha tenuto una sua esposizione; il secondo premio, assegnato al concorrente che ha eseguito la miglior esibizione di un brano romantico, è stato istituito in onore dell’artista Arrigo Pelliccia. La rassegna musicale è sempre stata aperta ai giovani musicisti residenti in Italia ed ha acquistato negli anni molta valenza e visibilità a livello nazionale, fino ad arrivare a questa ottava edizione con il più alto numero di partecipanti. Peccato che fra tutte le scuole nazionali rappresentate dagli artisti in gara, che hanno così dimostrato orgoglio per aver partecipato e fiducia verso la professionalità con cui è stato organizzato il concorso, ciò che la direzione artistica lamenta è l’assoluta assenza di partecipanti provenienti dalle realtà musicali di Viterbo e della maggior parte dei paesi della provincia. E non è un caso avvenuto solo per questa edizione. Com’è possibile che dopo otto anni, non ci sia mai stato interesse da parte delle scuole nostrane di partecipare ad un concorso riconosciuto in tutta Italia e tenuto nella propria città? Uniche eccezioni, sono stati un giovane artista viterbese, che fin dalla prima edizione partecipa al concorso, e alcuni alunni delle scuole di Blera, Caprarola, Marta, Tuscanica e Tarquinia. Il concorso ha lo scopo di promuovere la cultura musicale incoraggiando allo studio della musica, ma diventa un obiettivo difficile da realizzare se poi sono gli stessi protagonisti della musica a mostrare indifferenza. Atteggiamento rilevante non solo dall’assenza di partecipazione, ma anche dalla mancanza di interesse da parte delle istituzioni locali. E’ vero che la manifestazione avviene con il Patrocinio del Ministero della Pubblica Istruzione, della Provincia e del Comune di Viterbo, e che il nostro Sindaco è riuscito a ritagliare un po’ del suo tempo per fare un intervento al concorso, nel quale si è impegnato pubblicamente a concedere per l’anno prossimo il teatro dell’Unione, e non il Ridotto (beh, dopo otto anni…), ma nel concreto questa partecipazione non si nota. Basti dire che l’intera organizzazione e l’ingente accoglienza degli artisti e delle famiglie provenienti da tutta Italia sono avvenute senza l’aiuto da parte delle scuole viterbesi e senza alcun finanziamento, se non quello delle borse di studio messe a disposizione dal Lions Club. Organizzazione resa ancora più difficile in occasione dell’evento “bomba day”, avvenuta proprio il 6 maggio, terzo giorno previsto per il concerto di beneficenza e per questo annullato. Sicuramente, per la questione del disinnesco era necessario scegliere proprio quella domenica, ma da parte del Comune sarebbe bastato informarsi sulle altre manifestazioni in programma ed avvisare per tempo gli organizzatori del concorso, perché potessero trovare soluzioni logistiche per il suo svolgimento; ma così non è stato. Francesca Bruti Vittoria Colonna a Viterbo Pantaleo Spagna Vittoria Colonna, nasce a Marino nel 1490 dal grande condottiero Fabrizio Colonna. La famiglia non è ben vista dai Borgia e il padre di Vittoria cerca protezione presso il re di Napoli Ferdinando di Aragona e in questa amicizia con il re di Napoli, venne deciso politicamente come era in uso in quei tempi, che la giovane Vittoria venisse data in sposa ad un parente del re, il marchese di Pescara; Ferrante d’Avalos, brillante uomo d’armi, amante del lusso e del fasto. La giovane Vittoria, bionda, longilinea, con il d’Avalos formano una bellissima coppia e lo sfarzoso matrimonio venne celebrato nel 1509 nell’isola di Ischia, e fu ricordato a lungo. In quel periodo l’Italia, campo di battaglia fra spagnoli e francesi, sta per essere definitivamente smembrata. Il capitano Ferrante, che ha legato le sue sorti a Carlo V di Spagna, ad un certo punto si vide offrire la corona di Napoli e si alleerà con i francesi. Ma la moglie Vittoria lo dissuade con queste nobili parole “non con la grandezza dei regni e degli stati e bei titoli, ma con illustra fede e chiara virtù si acquista l’onore….”. Ferrante ascolta la moglie e rinuncia così al suo futuro che sarebbe stato il premio per il suo voltafaccia politico e continua il suo servizio con Carlo V. Nel seguire i suoi sogni di gloria sui campi di battaglia, la sua più grande vittoria, nel 1525 fu nella battaglia di Pavia e purtroppo fu quella che gli sarà fatale, per le ferite riportate. La moglie appena lo sa ferito parte in gran fretta da Roma per Milano per curare le ferite del suo sposo, ma a Viterbo la raggiunse la notizia che il Marchese di Pescara era deceduto. La nobildonna che adorava il marito, rimase folgorata, sconvolta dal dolore non poté subito riprendere il viaggio e chiese aiuto alle suore del Monastero di Santa Caterina in attesa di dare l’ultimo saluto alla salma del consorte che veniva trasportata a Napoli. Rimase molto tempo nel convento tra la vita e la morte. Appena ristabilita, vorrebbe prendere il velo, ma ne fu impedita dal Papa che giudica questa vocazione “nata dal dolore, più che da matura riflessione”. Si ritira comunque dal mondo e vive di convento in convento fra Roma, Ischia ed Orvieto, senza trovare pace in nessun luogo. Il solo conforto, sono le liriche in cui lamenta la vanità delle cose terrene, piange il marito morto e anela al mondo ultraterreno in cui potrà finalmente ritrovarlo. Cerca a suo modo la morte rifiutando cibo e il sonno, sfinendosi con cilici, penitenze e mortificazioni, finché non l’ammoniscono che questo esasperato misticismo è una forma di offesa a Dio. Ma un altro grande dolore le è riservato: il tracollo della sua famiglia, troppo potente e invisa dal papa. Nel 1539, il pretesto per distruggerla definitivamente è trovato: Paolo III pose una gravosa imposta sul sale che Ascanio Colonna, fratello di Vittoria, si rifiuta di pagare . Scoppia la “guerra del sale”: il papa manda contro Ascanio l’esercito guidato dal figlio Pier Luigi e sguinzaglia nel suo territorio i temibili guastatori viterbesi. Ascanio è sconfitto, spogliato di tutto e esiliato. Invano Vittoria chiede clemenza: Il Vicario di Cristo scrive, non deve cercare la vendetta, ma il perdono per essere degno di rappresentare il suo Signore. Forse Paolo III potrebbe anche darle ascolto, ma ci sono le ambizioni di Pier Luigi da salvaguardare. Avvilita, Vittoria, cerca di nuovo rifugio a Viterbo, là dove ebbe il primo grande dolore della sua vita. La città le piace, anzi, scrive: “in questo santo loco mi trovo sana e l’aree mi è proficuo, quanto meno del mondo più mi piace”. Si stabilisce di nuovo nel convento di Santa Caterina oggi scomparso, nei pressi dell’attuale Piazza Dante. (Il convento, edificato solo cinque anni prima che Vittoria Colonna vi soggiornasse, doveva presentarsi con un aspetto assai modesto, se scriveva: “ da Santa Caterina, non già in quella bellissima di Ferrara ma di questa mediocre di Viterbo “) tuttavia Vittoria amava moltissimo questo monastero se alla sua morte lasciò un legato di 300 scudi alle monache. Un altro motivo l’ha condotta a Viterbo, dove si fermerà per molti anni, la presenza di un amico sincero, il “Cardinal d’Inghilterra”: Reginal Poole, il nipote di Enrico VIII, venuto a studiare teologia a Padova e qui sorpreso dalla scandalo del divorzio del re. Enrico VII, pretende addirittura che lui, dottissimo teologo, gli trovi un cavillo per poter sposare Anna Bolena con l’approvazione del Papa! Al suo rifiuto, la vendetta è terribile: Poole si trova da un giorno all’altro proscritto in terra straniera, i suoi beni confiscati, la sua famiglia sterminata e con una taglia di 5000 scudi sulla testa. In quei momenti disperati, Vittoria lo aveva soccorso e beneficato raccomandato per un beneficio ecclesiastico che gli permettesse di vivere in Italia. Il papa Paolo III, per sottrarlo a qualche pericolo sulla vita del cardinale Poole, lo mandò a Viterbo come legato del Patrimonio di San Pietro in Tuscia. Dopo le memorabili vicende del XIII secolo, Viterbo aveva assunto una posizione di secondo piano nella storia della Chiesa, ma a partire dal 1541, la nostra città divenne “il punto d’incontro dell’aristocrazia intellettuale italiana. Accanto al Poole, si trovarono Flaminio Beccatelli, Priuli, Rullo e Soranzo, Sodoletto e Morone andarono a visitarlo, Bembo e Contarini si scambiarono lettere con i loro amici viterbesi”. Vittoria Colonna ritrovò alcuni personaggi conosciuti nel circolo letterario del Valdès a Napoli. Il circolo di Viterbo si presentava come un centro spirituale molto vivo. Si differenziava da quello del Valdès di Napoli, perché ivi la pietà religiosa doveva nascere da atti di devozione personale, mentre a Viterbo la vita spirituale, per desiderio del Poole, era regolata da un programma comunitario ben definito, basato su letture e mediazione di sacre scritture. Venivano anche letti e studiati i libri di Lutero e questo perché l’opera del monaco tedesco risultava utile per ogni buon cristiano che volesse conoscere l’interpretazione di molti passi della Sacra Scrittura. Varie vicissitudini del circolo viterbese, indispettirono le autorità della Chiesa, cominciarono seri problemi e guai per i componenti del centro, compresa Vittoria Colonna. Si cominciò a parlare di inquisizione. Sono anni cupi per Vittoria e per la Chiesa: i pirati mussulmani devastano le coste della Tuscia, le persecuzioni e il sospetto dilagano, il Vaticano invece di tendere la mano ai Protestanti e cercare una riconciliazione si irrigidisce a Trento sulle sue posizioni. Anche il fedele Poole se ne va: morto il nemico di sempre, Enrico VIII, è salita al trono Maria la Cattolica gli si prospetta un ritorno autorevole in patria come legato apostolico. Appena in tempo, perché si apre contro di lui un processo per eresia. Dopo la partenza del Poole, il circolo di Viterbo si sciolse. E il papa Paolo IV Carafa, pieno d’ira contro “quelli di Viterbo” poneva tutti sotto accusa Nel 1537, anche il settantenne Michelangelo Buonarroti, entra in rapporti con Vittoria Colonna poetessa fervida e sensibilissima. Dall’incontro, ne nasce una devota amicizia che si tradurrà in un intenso scambio di lettere e rime, che sono tra le pagine più belle della letteratura italiana. Nel 1546, la marchesa si trovava a Roma ammalata gravemente e nel 1547, muore , il suo sogno è finito. Così tristemente si conclude la storia terrena di Vittoria Colonna, finita in sospetto di eresia per aver troppo amato la sua fede, proprio lei che aveva scritto: “Tempo mai non cangiò l’antica ferde; vivo su questo scoglio orrido e solo e quasi dolente angelo….”. Due volte delusa, prima negli affetti terreni, poi in quelli spirituali, resta nella testimonianza delle sue liriche la sua anima appassionata e forte nelle sventure. Pantaleo Spagna La nostra proposta elettorale Claudio Santella Si torna a parlare, con una certa insistenza e nelle forme più varie, della necessità di emanare una nuova legge elettorale. Stando così le cose e considerati i personaggi in scena non si vedono soluzioni degne di nota e rimedi meno che mai pronti. A nostro sommesso avviso non sarebbe male prendere in seria considerazione l’introduzione dell’istituto dell’ostracismo. L’ostracismo era un istituto in uso nell’antica Grecia democratica attraverso il quale venivano allontanati dalla città, per espressa volontà popolare, i cittadini macchiatisi di una qualche ignominia che meritava di essere punita con l’esilio. Per esercitare questo istituto i cittadini si riunivano appositamente nell’agorà, che altro non era che la piazza principale della città, e scrivevano il nome del loro concittadino, che volevano punire con l’esilio, su un frammento di coccio o ostracon, da qui il nome di ostracismo. Sarebbe il caso che, in Italia, questo istituto venisse ripristinato, previa drastica, sostanziosa ed imprescindibile riduzione dei parlamentari. Periodicamente, diciamo a metà di ogni legislatura, ad ogni livello s’intende, si tengono delle consultazioni popolari, e attraverso queste consultazioni si contrassegna su apposita scheda, il nome o i nomi di coloro che, a giudizio popolare, non hanno adempiuto il loro mandato o lo hanno adempiuto meno degli altri. Questi signori tornano a casa e non sono immediatamente ricandidabili nè in alcun modo rieleggibili, e sono interdetti dai pubblici uffici per un tempo direttamente proporzionale alla qualità della carica ricoperta e dalla quale sono stati estromessi. Contestualmente si provvede alla loro sostituzione. Un po’ come il Senato americano, al cui rinnovo non si procede in una unica soluzione. Un’altra imprescindibile condizione di accesso: chi si candida deve avere una fedina penale “illibata”; del resto, per ricoprire un pubblico ufficio è richiesta tale condizione: a maggior ragione deve essere richiesta per chi rappresenta il Popolo, a meno che non si voglia far credere che il Popolo merita di essere rappresentato da mascalzoni e quant’altro. Il modo su come realizzare la cosa è da approfondire, naturalmente, ma, una volta messo in atto, molti parassiti vanno a casa e chi è eletto è costretto non solo a darsi da fare per gli altri, ma a darsi da fare di più e meglio dei suoi colleghi. Ultima ciliegina per lorsignori: le retribuzioni dei vari eletti, a qualsiasi livello, debbono essere stabilite dal popolo, in occasione delle rispettive elezioni, mediante voto su apposita scheda. Queste retribuzioni, comunque esse siano denominate, non possono essere variate con leggi né in alcun altro modo, né possono essere affiancate da altre prebende di qualsiasi genere. Per variarle bisognerà aspettare la prossima tornata elettorale, e non è detto che non possano variare “in peius”. Sarà la volontà popolare a stabilirlo. Il concetto, che riprendiamo dal Verga, maestro del verismo, è questo: chi comanda deve rendere conto. Ed attraverso l’esempio, aggiungiamo noi. Va da sé che i portaborse a spese dello Stato vanno relegati nel capitolo delle utopie senza possibilità di fuoriuscita. A questa risoluzione va affiancata l’altra pertinente la revoca di tutti i benefici, di qualunque tipo, che nulla hanno a che vedere con il mandato elettorale (vedi mutui agevolati dei parlamentari e quant’altro). Altro che maturazione del diritto a pensione dopo il raggiungimento della metà della durata legittima della legislatura, anch’esso da rivedere, naturalmente. Aria pulita! Claudio Santella Graffignano Riccardo Manca Il territorio del Comune di Graffignano fu abitato dall’uomo sin dall’epoca etrusco – romana. Nei primi tempi del Medioevo, nelle zone intorno al Tevere, sorsero numerosi castelli, i quali avevano funzione di avamposto militare e difendevano la Valle Tiberina da eventuali attacchi nemici. Con il trascorrere del tempo, intorno a quei castelli, crebbero le residenze dei popolani. A Graffignano, infatti, viene chiamato “Di dentro”, il gruppo di case arroccate intorno all’antico castello. Dalle mura castellane, un ponte portava alla “Piazzarella” sulla quale si affacciava la chiesa parrocchiale, la canonica ed il palazzetto comunale. La grande torre–fortezza del castello difendeva il borgo da eventuali attacchi che potevano verificarsi dalla parte pianeggiante. Dalla parte opposta, invece, la difesa veniva garantita dalle “Ripe”, ovvero profonde spaccature del terreno ricoperte da una folta vegetazione. Il nome Graffignano figura in un documento datato 1274 e potrebbe derivare dalla parola longobarda Krapfo, un’arma di ferro a forma di uncino che nel Medioevo serviva da difesa per respingere gli attacchi alle fortezze. Un’altra ipotesi è che Graffignano deriverebbe dal tedesco Gràaf, antico Gravo = Conte = Terra del Conte. La più attendibile, però, è l’ipotesi che tale termine possa derivare dal latino Carfinianum, ossia Terra del Carfinio. Carfinio doveva essere il proprietario del terreno sul quale sorse la cittadina. I primi signori furono i conti longobardi Da Persano, che nel territorio fecero costruire un ospedale per lebbrosi. Intorno al 1431, papa Eugenio IV conferì a Cecco Baglioni il titolo di conte di Graffignano. Nel Cinquecento, il conte Giovanni Paolo Baglioni portò a Graffignano i frati francescani che fondarono un convento annesso alla Chiesa di santa Maria Apparuta, attuale Chiesa parrocchiale. Nella prima metà del secolo XVII, il feudo passò alla nobile Domitilla Cesi, vedova di Adriano Baglioni. Alla contessa Cesi si deve la trascrizione degli Statuti comunali che regolavano la vita sociale del paese. Nel 1711 fu nobiluomo del feudo Carlo Borromeo Arese. I Borromeo, in seguito, vendettero Graffignano al principe Scipione Publicola Santacroce. In tempi recenti, nel 1920, si giunse alla cessione del feudo all’Università Agraria di Graffignano. Con l’avvento del Fascismo vennero eretti il monumento ai caduti, l’edificio scolastico elementare, la fontana e posta sul palazzo comunale, ora distrutta, una torretta munita di orologio. Riccardo Manca Il Sammer Village va spostato Patrizia Labellarte L’estate si avvicina, (anche se il tempo di questi ultimi giorni sembrerebbe affermare tutto il contrario) e la questione Summer Village torna alla ribalta. Per la gestione economica e per la scelta del luogo che ospita l’evento: il parco pubblico di Prato Giardino. La manifestazione estiva giunta alla sua quarta edizione sta per chiudere i battenti? Il rischio c’è. Sembrerebbe, infatti, che, cittadini e associazioni culturali siano tutti d’accordo e dicano basta: il Summer Village disturba ed è incompatibile con l’ambiente, perciò non dovrà tenersi dentro il parco cittadino. E poi: troppo rumore, disturbo della quiete notturna, intralcio al traffico in tutta la zona circostante, degrado delle aiuole, delle piante, dei fiori, dei monumenti e mancanza di servizi igienici adeguati. E non è finita! Alle lamentele di comitati e associazioni preposte a salvaguardare il centro urbano e il verde pubblico si aggiungono una serie di interrogativi sulla gestione economica affidata, negli scorsi anni, a Palazzo dei Priori. Comunque, parliamoci chiaro…Viterbo, a livello di divertimento non offre molto ed in particolar modo la situazione, in estate, precipita. I locali all’aperto si contano sulle dita e poi sono sempre i soliti! L’unico diversivo è il Summer Village che, attraverso il suo calendario ricco di spettacoli, serate a tema, stand gastronomici e non, anima le calde e monotone serate viterbesi, diventando per i giovani, ma anche per le famiglie, un punto di ritrovo, di svago e di divertimento all’aperto. Prato Giardino non va bene e sono d’accordo, ma che venga, allora, individuata un’altra area dove poter spostare la manifestazione. Valle Faul, il Riello… ce ne saranno di luoghi spaziosi? Ma eliminarla del tutto no, non è giusto! Patrizia Labellarte Le nuove prospettive nelle malattie respiratorie Patrizia Labellarte Dal 10 al 12 maggio, a Palazzo dei Priori, medici esperti provenienti da tutta Italia saranno i principali relatori del convegno organizzato dal Servizio di Fisiopatologia respiratoria ed Allergologia Territoriale di Civita Castellana: “Le nuove prospettive nelle Malattie Respiratorie”. L’evento organizzato dall’Asl, con il patrocinio del Comune di Viterbo, sarà coordinato dalla presidente del Convegno nazionale e interregionale della Tuscia, dottoressa Patrizia Scavalli, responsabile dell’Unità operativa di Pneumologia presso il nosocomio civitonico Andosilla. Ad eccezione di questa edizione e dell’ultima svoltasi nel 2005, tutte le altre si sono tenute direttamente sul territorio civitonico, particolarmente colpito da malattie respiratorie, dovute alla presenza di numerose fabbriche di ceramica al cui interno si respira ancora la polvere di silice. Il I Convegno nazionale e IV interregionale della Tuscia è destinato a medici specialisti, ai medici di famiglia, al personale sanitario infermieristico e ai tecnici di fisiopatologia respiratoria. La gestione del malato respiratorio, i nuovi allergeni, le ostruzioni bronchiali nell’età pediatrica, la terapia chirurgica del polmone e la sindrome delle apnee ostruttive del sonno, sono alcuni degli argomenti che verranno affrontati. Nella giornata di venerdì 11 maggio, Palazzo dei Priori sarà anche la sede del corso per infermieri e fisioterapisti. Tra le tematiche: la gestione del paziente asmatico, l’allergia ai farmaci e lo shock anafilattico. Patrizia Labellarte L’INTER E GLI SCUDETTI Sento dire, anche da parte di esperti, che finalmente l’Inter ha vinto lo scudetto sul campo. Faziosi ed in mala fede sono questi addetti ai lavori. L’Inter ha vinto sul campo tutti i suoi scudetti, compreso quello della stagione calcistica 2005/06, perché quello scudetto le è stato attribuito in quanto squadra che aveva conquistato più punti sul campo in modo corretto. Soltanto i punti conquistati correttamente vanno conteggiati, sia che siano stati conquistati sul campo o a tavolino, perché in questo caso significa che è stata fatta giustizia. E poi non mi sembra che l’Inter abbia beneficiato di punti a tavolino. Sono state le altre squadre a cercare di conquistare punti in modo fraudolento, sul campo e fuori campo. La smettano codesti millantatori di dare scandalo e di cercare di screditare chi si è comportato correttamente. Forse che un comportamento corretto avrebbe dato la vittoria a chi corretto non è stato? Certamente no, altrimenti oltre che disonesti anche stupidi sono stati costoro. Una nota finale: non sono interista e ritengo che anche lo scudetto della stagione 2004/05 debba essere assegnato a quella squadra che, comportatasi correttamente, sia risultata prima. DIO CE CONDUCA … ‘ndo se magnuca, dice un adagio popolare. Che ci volete fare tutto il mondo è paese. Prendete ad esempio Funari: ha detto peste e corna della RAI-TV, attraverso varie radiotelevisioni minori, perché era stato estromesso dalla stessa, e, poi, ha subito fatto marcia indietro non appena gli si è presentata la possibilità di ritornare ad occupare il cinescopio di Rai 1 . Per che cosa poi? Per dar fiato alle sue opinioni in una forma oltremodo volgare ed inaccettabile? Bene hanno fatto i telespettatori a non dargli ascolto. MILAN – MANCHESTER e MANCHESTER - ROMA– Il Milan si è qualificato. Tutto sommato il Manchester si è rivelato per quello che era e che è. Solo la Roma si è fatta ingarbugliare, ed in buona parte prima ancora di scendere in campo. Quella partita, finita 7 a 1 per gli inglesi, mi pare possa essere riletta tra le righe di due poesie di Trilussa. Eccole: STATURA - Er vecchio Nano de la pantomima, / pe’ comparì più grande e più importante, / se fece pijà in braccio dar Gigante: ma diventò più piccolo de prima. RIPARI – Un vecchio Merlo se vantava spesso / de dormì fra le zampe d’un Leone, / senza di’ ch’er Leone era de gesso. // Quante persone, co’ lo stesso trucco, / hanno scroccato la reputazione / riparate da un simbolo de stucco! Baccaione postato da: Spvit | 16:58 | |