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mercoledì, novembre 23, 2005

Il Mercatino del Viandante
ANTIQUARIATO - ARTIGIANATO
ORTE (VT)
il 27 Novembre 2005
e ogni quarta domenica del mese
di fronte all’Uscita dell’Autostrada del Sole
Info: 3393337869 (Mauro)

23 Novembre 2005
Anno XV n° 22

Ognuno fa quello che gli pare
Gabbianelli pensaci tu
di Mauro Galeotti

E’ qualche tempo che i rapporti con il sindaco di Viterbo, Giancarlo Gabbianelli, sono più distesi e ciò mi consente di sottoporgli, serenamente, con la voglia di fare, la situazione ornamentale in cui si trova la nostra bella città.
Mi rivolgo a lui perché prenda a cuore la questione e mi rivolgo al direttore generale del Comune, l’architetto Armando Balducci, che, anche per la formazione tecnica che ha, sentirà con forza, nel proprio animo, il mio lamento.
E inizio col riferirmi ad una premessa di tutto rispetto, quella del Consiglio comunale del 19 Marzo 1999, delibera 96, in merito all’Ornato cittadino: “Disciplina speciale per l’ornato cittadino e tutela dell’ambiente e del paesaggio urbano”.
Infatti leggo, il Regolamento dell’Ornato cittadino “costituisce lo strumento operativo indispensabile per il rigoroso controllo sulla qualità architettonica e ambientale che il Comune di Viterbo intende esercitare sulla intera area del centro storico del capoluogo e delle frazioni”.
E m’hai detto scansati...
“Il fine – continua il Consiglio comunale - è quello di salvaguardare un patrimonio di valore inestimabile che la città possiede”.
E m’hai detto cotica…
Parole sacrosante, ma quanto, poi, in realtà è stato attuato tutto ciò. Assai poco!
Basta fare due passi a Viterbo per vedere facciate di palazzi non tinteggiate da decenni.
Su vie storiche, case con l’intonaco caduto da anni. In piazze importanti, persiane mezze divelte. In vedute particolarmente suggestive, parabole satellitari. Sui tetti, antenne trasmittenti. E poi, per non parlare dei tubi del metano che in ogni dove hanno massacrato i muri delle abitazioni, senza alcuna regola, senza alcun rispetto. E che dire dei fili elettrici, quelli telefonici, quelli delle antenne tivu, quelli per i panni stesi.
Una città dove ognuno fa quello che vuole.
Ma il regolamento comunque c’è, è stato redatto e lì giace, bello e morto!, sul sito del nostro bene amato Comune: http://www.comune.vt.it/blocco-f/f08/docs/modulistica.htm.
Ma do uno sguardo ai vari articoli del regolamento.
“Art. 1 a) Non è consentita l’alterazione delle pavimentazioni del tipo tradizionale in pietra, quali peperino, basaltina e sampietrini di basalto”.
Allora perché in Via del Gesù sono stati tolti i lastroni tradizionali in peperino e al loro posto è stato messo uno strato di asfalto? Perché in più vie dove sono stati tolti i sampietrini al loro posto è stata messa una volgare “pezza” di asfalto?
“Art. 2 a) L’illuminazione pubblica ordinaria dovrà uniformarsi alle apparecchiature in ghisa e ferro, esistenti o documentate fotograficamente, sia per la sostituzione di armature e sostegni, che per la messa in opera di nuove armature a sostegni”.
Anni fa, quando furono installate le orrende palle di vetro per illuminare la città, anche lungo le vie storiche, questo articolo del regolamento non è stato manco visto.
“Art. 4 a) Le fontane e i lavatoi vanno mantenuti in efficienza e tutelati, come parti particolarmente pregiate dell’arredo urbano”.
Così non è per Fontana della Rocca, che perde la poca acqua che ha, da tutte le parti. Non è per Fontana Grande che avrebbe bisogno di un restauro integrale. Così non è per i lavatoi di Via san Gemini che in parte crolla, di Via santa Maria delle Rose, pieno di erbacce e di Via Signorelli.
“Art. 4 c) Le porte urbane esistenti vanno restaurate e conservate con il consolidamento delle parti originarie.
Quelle mancanti potranno essere ricostruite utilizzando i cardini esistenti ed adoperando materiali e tecniche tradizionali sulla base di ricerche storico – fotografiche”.
Così non è per Porta Faul le cui porte furono bruciate nel vicino mattatoio nel dopoguerra e, inoltre, lo scrivo da mesi, la porta ha il tetto sfondato e ci piove. Andrebbero anche tolti quegli orrendi sostegni di rinforzo, in mattoni rossi, murati dopo la guerra, e sostituiti, se necessario, con pietre in peperino.
“Art. 6 c) E’ vietata l’apertura di nicchie per il contenimento di elementi tecnologici necessari ai servizi senza una preventiva disamina con il Settore comunale competente che approverà o adotterà la soluzione meno invasiva.
La chiusura dei vani sarà realizzata esclusivamente in ferro verniciato.
Nel caso di murature antiche in pietra a faccia vista è vietata l’esecuzione di nicchie o forature”.
La città è piena di nicchie in ogni dove, di ogni grandezza, con sportelli anche in plastica, per il telefono, per l’acqua, per la luce, per il gas… Tutti autorizzati? e tutti rispettano l’art. 12 e) che intima “Gli elementi in pietra vanno mantenuti liberi da tende, segnaletica, tubature, cavi e ogni altra apparecchiatura deturpante”.
“Art. 6 d) E’ vietata l’installazione di antenne per telecomunicazioni, o di grandi strutture similari, all’interno del centro storico su isolati o edifici di particolare interesse storico e architettonico”.
Ch’ho da di’. Solo due esempi macroscopici, una antenna è sul Palazzo Grandori, una su una casa prospiciente Piazza Fontan di Piano, di fronte alla trecentesca fontana a fuso, orgoglio del Quartiere di Pianoscarano.
“Art. 9 a) Le canne fumarie dovranno essere dotate di adeguati comignoli in muratura di tipologia architettonica tradizionale”. Invece vedi troppo spesso terminali di canne fumarie con quell’affare a sfera in acciaio inox che gira su se stesso a mo’ di elica.
Negli edifici di epoca medioevale, “articolo 11 c) E’ vietato chiudere o manomettere le buche pontate e ogni altra bucatura originale o comunque antica”. Ad esempio le “buche pontate” della Torre dei Priori in Piazza del Plebiscito sono state tutte chiuse da mattoni rossi forati. Mentre sono stranamente tollerate le innumerevoli finestre e finestrelle che sono state aperte lungo le mura castellane.
“art. 13 a) E’ vietato asportare dall’esterno degli edifici qualsiasi elemento di interesse storico, artistico o documentario, sia esso in pietra, terracotta o altro materiale, ed inserirne di nuovi o antichi di qualsiasi provenienza”.
E’ sparito, ad esempio, uno stemma di san Bernardino che si trovava in Via delle Fabbriche, era cadente, è stato tolto forse dai Vigili del fuoco e non è stato più rimesso in sito. Invece è tollerato lo “stemma” che riproduce una mano che fa le corna posto in Via san Leonardo sopra l’ingresso della pizzeria.
E non solo altri elementi che non hanno nulla a che fare con la città sono in Via san Pietro e nel Quartiere di san Pellegrino.
“art. 13 c) Per le facciate graffite o affrescate o opere d’arte di particolare rilevanza, inserite nelle murature, si applicano i principi del restauro conservativo.
E’ obbligatorio tenere libera la superficie di qualsiasi elemento estraneo che occulti, rompa o deteriori l’intonaco”.
Come la mettiamo con i graffiti di Via Annio, ossia quelli sul Palazzo Nini, in costante degrado e quelli sulla Casa della Pace all’inizio del Corso, angolo Piazza delle Erbe.
Per le pitture esterne in Via san Leonardo è una casa che sul fronte ha pitture riproducenti volti di persone e graffiti ancora non scomparsi completamente e recuperabili, perché non fare subito un intervento conservativo?
E qui per questo numero mi fermo.
Continuo sul prossimo, per non tediare a te che cortesemente mi leggi. Ma di cose da fare per la Commissione per l’Ornato ce ne sono eccome, solo che nessuno di loro si fa sentire, nessuno replica, ed io, ovviamente, continuo.
Ma se dalla Commissione nessuno si sente, attendo un intervento, una scossa, dal sindaco Giancarlo Gabbianelli, perché so che tiene a questa città, almeno quanto me.
Ed attendo azioni propositive anche dal direttore generale del Comune, l’architetto Armando Balducci, che a differenza di quanto ritenevo, non conoscendolo personalmente, ma frequentandolo, parlandoci, discutendoci, è assai migliore di quanto credessi.
Mauro Galeotti



Merda di cane sul monumento al marinaio
di Simone Galeotti

Piazza Vittorio Veneto è dimenticata, non esiste lo spazzino, in quanto quello addetto alla via ha fatto presente che la sua competenza riguarda soltanto Via Veneto.
Il piazzale antistante al Monumento dei Marinai, caduti per la patria, è pieno di escrementi di cani, in quanto viene utilizzato per necessità fisiologiche di tutti i cani della zona.
E' un vero e proprio merdaio, anche perché i padroni degli animali, non raccolgono la cacca dei loro amici a quattro zampe .
Nessun vigile inoltre, è presente per elevare loro le opportune multe.
L’Associazione marinai d'Italia ha protestato, ma invano.
Dal Cev, dal Comune, solo orecchie da mercante.
Si tratta di grave vilipendio ai danni dei marinai morti per la patria.
Viene così violato l'aspetto ambientale a danno della città, dei cittadini e dei forestieri. Inoltre viene a mancare l'igiene pubblica per la presenza degli escrementi, certi tocchi che sembrano lasciati da un cavallo, con pregiudizio per la salute pubblica e delle suole di chi vi passa sopra.
Perdurando lo stato indegno delle merde davanti al Monumento ai caduti della Marina, non solo si viola l'onore ed il rispetto dei marinai caduti per la patria, ma si realizzano anche gli estremi per adottare provvedimenti da parte dell'Associazione marinai e dei cittadini a tutela della salute pubblica.
Simone Galeotti



La legge è uguale per tutti?
di Claudio Santella

I lavori di rifacimento di via Marconi sono stati completati. Sul risultato abbiamo già espresso il nostro pensiero sul numero 19, del 12 ottobre 2005, del nostro periodico, al quale rimandiamo chi avesse la bontà o la dabbenaggine di prenderci sul serio.
Oggi vogliamo, sull’argomento, esternare altre impressioni, o meglio fare delle riflessioni sul modo in cui, amministrativamente, sono state fatte le cose.
Abbiamo saputo, come del resto tutti i Viterbesi ormai sanno, che l’affidamento dei lavori per il rifacimento della rinomata via è stato assegnato in maniera illegittima.
Questa affermazione, attenzione, non è fonte di pettegolezzo, ma è espressione dell’Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici, la quale ha affermato che “La procedura di affidamento diretto dei lavori in favore del C.E.V. non trova alcun riscontro normativo nelle disposizioni vigenti in materia”.
La stessa Autorità, dopo aver rilevato quanto riportato, anziché bacchettare il Comune, “invita” lo stesso “per l’avvenire ad una più scrupolosa osservanza delle disposizioni vigenti in materia”. Come sarebbe a dire “invita”? Come sarebbe sarebbe a dire “per l’avvenire”? E per il presente che fa? Ma, diciamo noi, siamo al ridicolo? Dobbiamo credere, o comunque prendere atto che il Comune può disapplicare, disattendere, eludere o violare la legge, a proprio piacimento, impunemente. Sembra di si. Eppure ci sono delle norme precise; c’è anche una Autorità che sembra poco autorevole, ma che non sembra poco retribuita. O forse è proprio perché è così ben retribuita che preferisce non inimicarsi i controllandi?
Sapete, cari concittadini, con la riforma del titolo V della Costituzione il Comune è diventato l'elemento principe e centrale della Amministrazione Pubblica e farsi nemici i Comuni – il Comune che è senza peccato scagli la prima pietra – può costare il posto; mentre farsi nemici i cittadini, che, tra l’altro, non sanno da chi è costituita l’Autorità in questione, può comportare, al massimo, il dover sopportare qualche protesta o qualche malumore: per evitare ciò basta chiudere la finestra e tanti saluti al Popolo sovrano.
L’Autorità, è giusto dirlo, ma ad colorandum, ha chiesto comunque informazioni al Comune, e ciò lascia supporre che creda che i lavori non siano stati ancora eseguiti. In merito preferiamo non commentare; siamo, però, curiosi di sapere se nella risposta che darà l’Amministrazione verranno accluse anche le foto dell’inaugurazione della nuova via, cui ha partecipato nientemeno che Elettra Marconi, figlia di Guglielmo Marconi, cui la via è intitolata.
Pittoresca, poi, la posizione dell’Assessore ai Lavori Pubblici quando afferma, come risulta dalla pagina locale di un grande quotidiano, che “I lavori sono stati affidati al C.E.V. forti del parere legale di un luminare: Giuseppe Vergottini”. Ci piacerebbe leggere sia il quesito posto all’illustre giurista, sia la risposta data dal medesimo, perché risulta difficile credere che in una legge, emanata espressamente per regolare l’azione della Pubblica Amministrazione in materia di affidamento di lavori simili a quelli che ci interessano, la stessa legge dia poi al destinatario la possibilità di eluderla o addirittura di non rispettarla. Ci chiediamo ancora: ma l’Amministrazione ha poi seguito il parere di Vergottini? E, se lo ha seguito, perché l’Autorità ha mosso rilievi di illegittimità? Qualche dubbio ci sorge. Noi rispettiamo l’Assessore ai Lavori Pubblici del Comune, se non altro perché è espressione democratica del popolo viterbese, e gradiremmo che anche l’Assessore rispettasse se stesso, nei suoi comportamenti e nelle sue esternazioni, perché una affermazioni del genere fa acqua da tutte le parti e, con tutta la benevolenza possibile, non può essere accettata, a meno che l’Assessore, al momento di farla, non si sia trovato in uno stato di incapacità naturale.
Sui modi di agire di una Pubblica amministrazione in via generale abbiamo già avuto modo di manifestare il nostro pensiero nel numero 5, del 9 marzo 2005, de “La Città” a proposito dell’illuminazione di via Sebastiano del Piombo. In quell’occasione esprimemmo un parere a volo d’uccello sui modi che una Pubblica Amministrazione deve seguire nel suo operare e facemmo dei riferimenti che, chi ha la bontà, la voglia e la pazienza di darci credito, può andare a rileggere. Noi vi suggeriamo di farlo.
Il modo di agire tenuto dall’Amministrazione comunale nel caso in specie provocherà certamente un vespaio, che non sarà gratuito: chi ha subito torti non starà zitto, vorrà essere risarcito; e chi pagherà? Il Comune o chi ha consigliato e guidato questa procedura? Staremo a vedere.
Ha ragione, allora il Governo, a restringere i finanziamenti ai Comuni ed agli altri Enti Locali considerando la finanza locale dispendiosa e sprecona.
Un’altra osservazione: provate Voi, semplici cittadini privi di copertura politica o di appoggi vari, a fare, nel vostro piccolo, qualcosa del genere: vedrete che sorbole! Ebbene, cari concittadini, la legge è uguale per tutti?
Claudio Santella



Al presidente e al direttore del C.E.V.
di Agnese Galeotti

Alcuni giorni fa, a mezzo di questo quindicinale, è stato segnalato al Cev, che in Via Murialdo, all’altezza del numero civico 228, da circa un anno, manca un punto luce.
Allora dicemmo che forse il C.E.V. si era dimenticato di ripristinare quel punto luce, ma oggi, dopo la segnalazione a mezzo stampa, pensiamo che sia rimasto impresso loro che debbano mettere una nuova parabola.
La parabola di che trattasi, è andata distrutta un anno fa, per un incidente stradale. E’ assolutamente necessario ricollocare la parabola con la luce, perché gli abitanti della zona, possano di nuovo usufruire della pubblica illuminazione.
Siamo sicuri che al più presto, la luce tornerà a risplendere. Sempre che Dio e il Cev lo vogliano!
Agnese Galeotti



Illustri medici
di Bruno Matteacci

La commissione per il riconoscimento dello stato di invalidità civile, operante a Viterbo presso la A.S.L, è composta da illustri medici che, logicamente, sono in grado di riconoscere e valutare le condizioni di un portatore di handicap e quindi di valutare lo stato di deambulazione dello stesso.
A seguito di visite, certificazioni, esami e chi più ne ha più ne metta, alla fine viene rilasciata una certificazione atta ad ottenere il riconoscimento dello stato di invalidità civile e quindi il diritto di poter godere di certe concessioni che permettano loro di essere alla pari con l'intera umanità.
Sia ben chiaro, quello che viene loro concesso, non costa nulla; non si toglie nulla a nessuno.
Ma a Viterbo le cose vengono fatte "pesare". Una struttura medica riconosce la percentuale di invalidità di una persona; una seconda struttura concede il "disco di portatore di handicap", ed una sola persona che possa avere scritto, davanti al proprio nome e cognome, rag. o geom. si arroga il diritto di impedire la utilizzazione del beneficio che altri, non rag. e non geom. , ma prof., dott. e dr. hanno concesso.
Questo preambolo, che riconosco valido e necessario, serve per far capire all'Amministrazione comunale, e a qualche funzionario, che l'aver fatto fare contravvenzioni a cittadini, portatori di handicap, fra i quali persone che non possono deambulare e qualcuna che si sposta solo con la carrozzella è, a mio modo di vedere, un eccesso di potere ed un volersene fregare dei problemi degli altri.
Domando al comandante dei Vigili urbani, Alfredo Matteucci, come ho già fatto, dove sono i parcheggi sufficienti per gli invalidi civili, riconosciuti dalla A.S.L. di Viterbo?
E' concepibile che un invalido lasci la propria auto, qualora trovi il posto libero, riservato alla sua categoria, e percorra poi, centinaia di metri per recarsi al lavoro o a fare delle spese?
Mi sembra sciocco rispondere positivamente e mi auguro che, al Comune di Viterbo, nessuno avalli quanto è stato fatto in via Cavour dove sono state elevate varie contravvenzioni che saranno impugnate, così mi è stato detto dagli interessati, davanti al Giudice di Pace.
Bruno Matteacci



Santa Barbara
di Bruno Matteacci

Con un certo piacere avevo preso atto di quanto aveva deciso l'Amministrazione comunale, per bocca dell'assessore Maurizio Tofani, circa la manifesta volontà di impedire l'istallazione di un'antenna telefonica in località Santa Barbara.
Ciò significava tutelare la salute pubblica, contro gli interessi dei meno nei confronti dei più e, per questa reazione, plaudevo l'operato del sindaco Gabbianelli e dei suoi collaboratori. Parlo al passato perché l'antenna è stata, comunque, costruita in brevissimo tempo. A tale proposito voglio rappresentare le preoccupazioni dei cittadini del Quartiere Santa Barbara e quelle di altri cittadini, che hanno visto e continuano a vedere le istallazioni di antenne al di sopra di palazzi condominiali in varie parti della città fra le quali, ne cito solo alcune: Piazza della Rocca, Via Monte Bianco, Via Leonardo Murialdo, Piazza Luigi Concetti, Porta del Carmine.
E' bene stare all'erta allo scopo di evitare, nuovamente, quello che ci è capitato di sopportare, pochi anni addietro, allorquando una nota società telefonica promise mari e monti con la messa a dimora di cavi a fibra ottica. In quella occasione Viterbo fu resa come un cantiere; con vie interrotte, buche a non finire, angoli di strade e di aree condominiali occupate da strutture che oggi sono per la maggior parte rotte, rendendo uno spettacolo poco edificante per i condomini e per la città.
La peggior cosa è stata che tutto quel disagio, a cui è stata sottoposta la cittadinanza, non ha sortito alcun benefico effetto a favore della città e dei suoi abitanti, come era stato lasciato intendere e, ancor più, come era stato, successivamente, promesso allorquando la posa in opera, delle canalizzazioni, del futuro impianto è iniziata nelle abitazioni private, recando disagi a non finire. Ora, tutto quel lavoro è rimasto inefficace, se non quello di aver fatto spendere decine di miliardi alla società responsabile della "promessa fasulla" che, senza dubbio, avrà fatto carico sempre a "pantalone" che, in questo caso, siamo noi utenti di impianti telefonici.
Signori amministratori comunali, allerta quindi, le "ferite" del passato, ci fanno ancora male.
Bruno Matteacci



postato da: Spvit | 13:03 |

Via Sebastiano del Piombo, proprio sfortunata
di Agnese Galeotti

Evidentemente, la targa toponomastica di Via Sebastiano del Piombo, nel Quartiere Pilastro, è nata sotto una cattiva stella.
All’inizio, dopo che le opere di urbanizzazione erano state ultimate e gli abitanti avevano preso possesso dei fabbricati costruiti nella zona, gli stessi, per indicare la nuova via, misero una targa di cartone per segnalare la loro via, segnalata con una foto su questo quindicinale a suo tempo. Successivamente, dopo che l’Amministrazione aveva provveduto a collocare sul posto, la normale targa di metallo, gli operai misero la targa medesima in maniera che era diventata la “banderuola” del quartiere. Infatti, la stessa ad ogni colpo di vento, cambiava di posizione e non si capiva più dove era l’ubicazione della via, ora a destra, ora a sinistra, ora su, ora giù. Dopo ulteriori lamentele e segnalazioni, la targa di che trattasi, era stata fissata in modo stabile e non più costretta a mutare direzione a ogni colpo di vento. Dalla foto allegata, si può ammirare, come i soliti operai del solito ufficio, abbiano, anche questa volta, collocato la targa in modo sbagliato. Ossia una parte non si vede. Speriamo che in un prossimo futuro, la targa di Via Sebastiano del Piombo, possa ricevere una degna sistemazione, minimo che sia leggibile e possa svolgere la sua funzione.
Agnese Galeotti



Qualche consiglio
di Bruno Matteacci

A Porta Faul sono stati messi dei segnali stradali atti a snellire il traffico, ma qualche funzionario del Comune di Viterbo, ha messo un segnale, sulla sinistra della porta, prima di uscire, indicante che il traffico è consentito in uscita e a sinistra.
Burlone!, a quel punto è consentito solo uscire dalla porta di Faul e girare a destra, come indicato dal cartello posto sulla destra. Il cartello, con l'indicazione che contesto, deve essere spostato di circa venti metri verso Viterbo in quanto lo stesso indica la possibilità di andare diritto o girare su via Sant'Antonio. Torno, per la ennesima volta, a segnalare la errata indicazione che viene data con il segnale stradale, sito in via Pianoscarano, con il quale si vieta la immissione del traffico su via Salicicchia, che è a senso unico.
Se poi fosse necessario rifaccio notare che, a distanza di cinque metri, sono due segnali della toponomastica stradale indicanti; uno via Lupatelli (con una sola "T") e l'altro con la scritta Lupattelli (con due "T"). E' buono quello con due T.
Come pure sarebbe il caso di "economizzare", togliendo la targa della toponomastica indicante via "Benedetto Menni" facendo attenzione però di non togliere quella sulla quale è scritto: via "San B. Menni".
Molti "travi" sono stati tolti e di questo ringrazio, ma togliamo pure le "pagliuzze", allora tutto sarà più "chiaro".
Bruno Matteacci



Cento anni fa moriva Pietro Vanni
di Patrizia Labellarte

Quest’anno Viterbo celebra il centenario della morte di Pietro Vanni.
Per chi non lo sapesse, Pietro Vanni è senza dubbio il più noto pittore viterbese dell’Ottocento.
Figlio di Giuseppe, industriale toscano e di Anna Cavilli Mangani, nobile viterbese, nasce a Viterbo, in un palazzo cinquecentesco in Via Valle Piatta, il 17 febbraio 1845.
Dopo aver trascorso l’infanzia in un collegio di Siena, si avvicina all’arte pittorica, divenendo allievo di Alessandro Franchi e collaboratore di Cesare Maccari.
In seguito alla perdita per malattia della ragazza sedicenne, nel 1871, della madre nel 1872 e del padre nel 1875, si dedicò alla pittura con tutta l’anima, realizzando il suo primo quadro del 1872 la Sacra Famiglia, dedicato ai suoi genitori.
Lasciò la sua abitazione di Via Valle Piatta, adibita successivamente a studio per trasferirsi nel Palazzo Calabresi, sulla via omonima, dopo il matrimonio con la vedova di Calabresi, dalla quale ebbe un figlio, Renato.
Il 27 febbraio 1896 fu nominato Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia e il 14 gennaio 1904 da papa Pio X, Cavaliere Commendatore della classe civile dell’Ordine di san Gregorio Magno.
L’Odalisca, la Decollazione di san Giovanni Battista e la Peste di Siena sono i quadri di rilievo dell’artista, tanto da premiarlo con la medaglia d’oro all’Esposizione di Belle Arti di Rovigo del 1877 e successivamente anche di Roma.
Il 14 Gennaio 1904 Vanni donò il quadro “ I funerali di Raffaello” a papa Pio X, conseguendo, inoltre nel 1902, la medaglia d’oro, all’Esposizione Artistica Italiana di Pietroburgo.
Tra le opere all’interno di Palazzo Calabresi, nel 1925, Tommaso Fiore colloca: un trittico su legno con al centro la Madonna col Bambino tra angeli musicanti del 1896; un Angelo con le Rose; numerosi Studi di donna e Studi di nudo e inoltre svariate acqueforti raffiguranti i boschi del Cimino e varie terrecotte.
Tra le opere all’estero è il Sacro Cuore del 1904, collocato in una Chiesa della Nuova Zelanda.
Dal 1890 al 1895 Vanni dipinse completamente al suo interno la Chiesa di san Lazzaro.
Eseguì delle pitture su intonaco, alcune sculture in terracotta raffiguranti volti di persone viterbesi e per l’amore innato verso gli animali, anche la riproduzione, sempre in terracotta, della testa del suo cane.
Ed è proprio qui, che per onorare l’illustre cittadino, il Municipio di Viterbo pose il monumento funebre, disegnato a Roma da Corinna Modigliani e da Giuseppe Berardi, suoi cari amici.
Filippo Antonio Cifariello realizzò a spese della Società degli artisti di Roma, il busto raffigurante l’artista.
A Pietro Vanni, morto di polmonite a Roma, in via del Vantaggio 22, il 29 gennaio 1905, va un immenso grazie per aver donato alla nostra città la sua preziosa e inestimabile arte.
Patrizia Labellarte



Sant’Andrea
di Francesca Bruti

Si avvicina il 30 Novembre, giorno in cui si ricorda l’apostolo pescatore, Sant’Andrea, e i bambini viterbesi potranno gustare i tradizionali pesci di cioccolato. Con l’occasione, ricordiamo un po’ la storia della Chiesa di Sant’Andrea, nel quartiere di Pianoscarano. La chiesa di Sant’Andrea è molto antica, venne distrutta da un bombardamento e in quella occasione si salvò soltanto la cripta (chiesa sotterranea). Dopo anni di lavori e restauri, la Chiesa venne ricostruita e oggi presenta una sola navata, con l’altare maggiore sollevato di dieci gradini rispetto al resto della costruzione. La cripta è rimasta sotterrata fino all’inizio del 1900. Gli anziani raccontano che, nel giorno di S. Andrea, Don Pietro Schiena, che fu parroco della Chiesa, metteva nella vasca dell’acqua santa i pesci di cioccolato per tutti i sacrestani, che ne portavano uno anche al Vescovo.
Quella del pesce di cioccolata è un’usanza tipica di Viterbo, e ancora oggi i bambini attendono la mattina del 30 Novembre per vedere se il Santo nella notte ha portato loro il cioccolato a forma di pesce. Ma diciamo la verità… anche a noi un po’ più grandi fa piacere ricevere questo dolce dono.
Francesca Bruti



Inaugurazione della “Porta della Luce”

Sabato 26 Novembre, alle ore 10, tutta la cittadinanza è invitata ad assistere alla benedizione che Mons. Lorenzo Chiarinelli rivolgerà alla nuova porta di bronzo della Cattedrale di Viterbo, in piazza San Lorenzo. La “Porta della Luce” è opera dell’artista viterbese Roberto Ioppolo, noto pittore e già autore di altre sculture ed opere a tema religioso, come la Porta Santa per la Chiesa di Santa Caterina in Betlemme. Oltre al nostro Vescovo, all’inaugurazione saranno presenti le autorità civili e militari.
Francesca Bruti



Vitorchiano
di Riccardo Manca

L’origine del paese è certamente etrusca, come fanno supporre le numerose tombe a fossa ed a grotta rinvenute nei dintorni. Lo stesso nome deriva da Vicus Orchianus, sarebbe perciò colonia dell’attuale Norchia, città etrusca dell’agro tarquiniese. In epoca romana fu centro di una certa importanza; ad attestarlo è una fitta rete di viabilità secondaria che a tratti emerge ben conservata dalla campagna. Durante le prime campagne di infiltrazione militare in Etruria condotte dal console romano Fabio Rulliano (fine del IV secolo a.C.), Vitorchiano fu strappato agli Etruschi.
I Romani vi insediarono un castrum fortificato. Dopo la caduta dell’Impero Romano iniziò il lungo periodo delle invasioni barbariche che terminò con la conquista longobarda del territorio.
Nel 757 Vitorchiano è menzionato tra i centri urbani che Desiderio, ultimo re dei Longobardi, ricostruì e fortificò nella parte più meridionale della Tuscia Longobardorum, per garantire ai suoi abitanti una dimora più sicura. Alcuni anni più tardi, quando tutta la Tuscia fu donata al Papato da Carlo Magno, Vitorchiano ritornò sotto il dominio di Roma. La politica espansionistica della vicina Viterbo, iniziata nell’XI secolo, interessò anche Vitorchiano che per un lungo periodo gravitò nella sua orbita. Nel 1172 milizie Vitorchianesi, insieme con quelle di Viterbo, attaccarono e distrussero la città di Ferento. Subito dopo, però, tra i due centri iniziarono le dispute sulla ripartizione delle spoglie della città, che culminarono nel 1199 quando Vitorchiano si dichiarò libera da ogni legame con Viterbo scatenandone le ire. Il borgo fu allora cinto d’assedio dalle milizie Viterbesi. I Vitorchianesi resistettero ed invocarono l’aiuto di Roma.
Il Senato romano inviò un contingente di soldati. Dopo circa un anno di guerra, nel 1201, Vitorchiano fu liberato dall’assedio e divenne feudo di Roma. I contrasti tra Roma e Viterbo, per ottenere l°¶egemonia su alcuni castelli del patrimonio di San Pietro in Tuscia, continuarono per tutta la metà del duecento. In questo periodo Vitorchiano fu duramente provata dalla guerra con Viterbo. A questo punto, Roma, in considerazione dell'importanza strategica di Vitorchiano come elemento di controllo della potenza viterbese e per ottenere il denaro necessario per la ricostruzione della cinta muraria di Vitorchiano, nel 1217, cedette il feudo in pegno al suo tesoriere Giovanni Annibaldi. Le ostilità, tuttavia, continuarono e nel 1232 i Viterbesi tornarono ad assalire Vitorchiano. Questa volta si impadronirono del paese e lo devastarono.
Riccardo Manca



Mario Celestini
di Pantaleo Spagna

Dal quindicinale “Come eravamo”, 20 del 10 /10 /05, ho potuto ammirare una foto degli anni ‘80, dove erano ricordati alcuni componenti del coro vocale “Ceccarini“ prestigiosa associazione culturale viterbese. La prima persona della foto in alto a sinistra è il cavalier Mario Celestini.
Celestini è stato un mio collega di lavoro e per tanti anni, lavorando fianco a fianco, ci scambiavamo consigli, pareri, confidenze, emozioni. Ci aiutavamo nello svolgimento del nostro lavoro. Ricordo la sua passione per il canto e in particolare per le opere liriche. Era solito, nel suo ufficio cantare romanze con la sua voce baritonale e ci divertiva tutti, quando faceva i vocalizzi. Intorno agli anni ‘80, Celestini cominciò a dirmi che cercava e contattava alcuni amici per poter formare una associazione canora, dove poteva esternare la sua passione per il canto. Raccontava quando, dopo aver sentito un gruppo di amatori del canto come lui, cercava una sede dove potersi riunire, che poi trovò in via Romanelli. Raccontava quante volte andava a trovare la professoressa Nava, per convincerla ad insegnare loro le modalità e le tecniche del canto e che poi diventò la direttrice del coro di che trattasi. Infine, tutti noi colleghi di lavoro, godemmo del suo debutto sulla scena pubblica. Ricordo che un giorno lo vidi all’Auditorium di via Cavour in un concerto del coro, tutto compito in abito nero, con i capelli tirati e lucidissimi, con lo spartito in mano, emozionantissimo, ma che fece la sua bella figura e ricevette tanti applausi.
Quella foto mi ha ricordato tutto questo.
Oggi, una cosa mi è dispiaciuta, tempo fa, nella Chiesa del Sacro Cuore, si esibiva il “Coro Ceccarini” in un concerto organizzato dal Centro Polivalente Pilastro, domandai ad un componente del coro se ricordava Celestini, ebbene, ebbi la risposta che non sapevano chi fosse. Possibile che a distanza di pochi anni, in seno a quella associazione culturale, non sapessero chi era Mario Celestini? Eppure era stato uno dei soci fondatori del sodalizio!
Vorrei chiedere ai dirigenti di oggi della “Ceccarini”, se sia possibile, fare una manifestazione a ricordo di quei soci fondatori. Magari con un concerto nella Chiesa del Sacro Cuore e non dimentichiamo che Celestini è stato per anni facchino della Macchina di Santa Rosa e uno dei fondatori del Gruppo Avis nell’ambito dei vigili urbani di Viterbo.
Pantaleo Spagna



Di che pasta siamo fatti?
di Claudio Santella

Domenica 6 novembre corrente un cittadino, che si recava al ristorante con la moglie per festeggiare il compleanno della medesima, è stato ucciso per aver danneggiato in maniera lievissima una macchina durante una manovra di parcheggio. Il delitto, per di più, non è stato commesso subito, ma dopo circa un paio d’ore, quando il malcapitato, uscito dal ristorante, si apprestava a fare rientro a casa, probabilmente non ricordando neppure più l’accaduto. Quattro balordi lo hanno assalito e dopo averlo pestato con spranghe e bastoni gli hanno sparato uccidendolo. Sulla stampa è stato riportato che gli assassini hanno sparato all’impazzata ed è stato un miracolo che non ci siano scappate altre vittime. A questo siamo giunti.
Vogliamo vedere ora come reagirà la nostra giustizia. E per giustizia non intendiamo quella che viene più o meno ammannita nelle varie aule dei nostri tribunali, ma un concetto più ampio, nel quale è coinvolto lo Stato tutto, nelle sue diverse accezioni. Come si comporteranno i diversi organi inquirenti? Come si comporterà il legislatore? Si limiterà a guardare l’evoluzione degli eventi o interverrà come quando i fatti delittuosi lo hanno colpito direttamente attraverso le persone più in vista? Difenderà i privilegi o i diritti? Come si comporterà la magistratura? Avrà rispetto per se stessa o continuerà ad offendersi con comportamenti eterodossi reclamando, poi, quel rispetto che essa stessa non si porta? Quale sarà l’atteggiamento dei vari faganes dietnis di voti davanti a siffatto avvenimento? Perché, badate, l’avvenimento non è di poca importanza; non può essere sottaciuto perché la vittima è un cittadino qualunque e non un personaggio di spicco: quattro balordi, per un niente, ritornano dopo ore ed uccidono, con una azione premeditata, un cittadino che per il fatto stesso che andava festeggiare il compleanno della moglie non poteva avere un atteggiamento ostile e meno che mai violento. Una spedizione punitiva, da esaltati, se non da paranoici.
Non vogliamo un comportamento ad hoc dalle varie istituzioni, vogliamo serietà nel loro comportamento, coerenza con i principi dello Stato, dignità nell’agire. E questo comportamento lo vogliamo tutti i giorni, non solo in occasioni eccezionali come questa, perché possa essere da deterrente ad azioni criminose e da freno a persone criminali.
Gli avvocati non siano da meno. E’ il senso civico che va difeso, la libertà del vivere in società, la dignità umana in ogni sua forma di espressione. Non fraintendeteci, gli autori di questo atto delittuoso vanno difesi, ma difesi da errori di applicazioni normative, da soprusi, dal raptus giustizialista. Ma vanno difesi anche i cittadini normali. Lasciare impuniti certi comportamenti significa equiparare a questi delinquenti chi azioni del genere non compie. Da una parte c’è lo Stato, dall’altra il Non Stato; da una parte c’è il bene, dall’altra il male. Non c’è posto per accomodamenti, per transazioni, per discussioni sterili. Attenzione, ogni atto, ogni gesto sarà interpretato per colpire o per difendere lo Stato, per ferirlo profondamente nel suo senso di autorità o per esaltarlo. Non mancheranno coloro che, sedendosi a scranna ed inforcando gli occhiali dell’utile, con i sofismi più assurdi sputeranno sentenze per trarne utilità di qualunque genere. Ed allora ogni gesto non venga emanato da entità aride, ma da spiriti non privi di sentimenti e di sensibilità; da spiriti che sanno distinguere il bene dal male; da spiriti ponderati nell’essere e nell’agire: viri et non homines, andres kai ouk antropoi. Vediamo di che pasta siamo fatti.
Claudio Santella



Gli utenti del Cotral si sono rotti i coglioni
di Giuseppe Bracchi

Ricevo e volentieri pubblico.
“Scusi, per acquistare un biglietto?”, chiedono, quasi con timore, alzando il ditino, in punta di piedi, gli ignari e malcapitati viandanti che, dopo aver fatto il loro ingresso nell’accogliente reception del Terminal Riello, desidererebbero usufruire, pagandone il relativo prezzo, di un mezzo di trasporto pubblico per giungere alle proprie case o alla meta prestabilita. E, invece, alla stregua dei dannati, che con l’ingresso alla dantesca città dolente perdono ogni speranza, odono una voce che così li rincuora: “La bbejetteria de pomeriggio adè chiosa!”.
E’ lo chauffeur dall’altra parte del vetro che, con stile lapidario come un santino di Halloween e savoir faire da premio simpatia, è incaricato di liquidare su due piedi i poveri cristi. E debbo dire che questo è un compito che viene assolto con vera professionalità, con modi molto simili ad un pachiderma che si aggira in un negozio di cristalli. Anzi, qualche volta lo stesso chauffeur di turno si immedesima così bene nella parte, da rispondere quasi con disappunto a questi seccatori, per aver dovuto interrompere, a causa loro, il grazioso e forbito simposio che, alla maniera del Dolce stil novo, pare svolgersi abitualmente all’interno della stanza in compagnia di graziose ed assortite educande.
La mia banca è diversa! Verrebbe da rispondere, imitando una nota reclame. O almeno Caronte si accontentava di una monetina per traghettare i dannati con la sua barca.
Il Cotral, invece no! In ossequio alla Legge del Menga (il cui dotto commento, peraltro, è possibile consultare nelle pagine del Dizionario della maleducazione e simili, sotto la voce Arroganza), oltre ad offrire alla propria clientela mezzi di trasporto, la cui pulizia, decenza ed efficienza, sono secondi soltanto ai mezzi che collegano i villaggi più sperduti del quarto mondo, il Cotral decide perfino, di punto in bianco e senza alcun preavviso alla clientela (chi è, del resto, costei? Numeri e statistiche), di chiudere la biglietteria durante le ore pomeridiane, così che i propri ignari beniamini e benefattori possano coniugare il viaggio su comodi e lussuosi autobus di linea, con la caccia al biglietto. Uno sport certamente utile alla testa, perché la necessità affina l’ingegno. E alle gambe, perché favorisce la circolazione sanguigna e, in qualche caso, anche la digestione. Controindicazioni possono sorgere, invece, per le cosiddette palle (le signore ne sono sprovviste, ma se vogliono possono associarsi alla protesta), la cui probabile rottura e deflagrazione, già sollecitate da quotidiane piccole e grandi vessazioni, potrebbero, alla fin fine, risultare assai vistose. Tremenda è l’ira dei mansueti, recita un versetto della Bibbia. Insomma, gli utenti del Cotral si sono rotti i coglioni, come recita un versetto della... bibbia laica. E’ mai possibile, egregio direttore, che in questo dannato Paese chi si alza prima al mattino comanda, fregandosene bellamente del prossimo, delle leggi, civili e penali, dell’etica, della morale, dell’educazione, della civiltà, della grammatica e chi più ne ha più ne metta? E quel che è peggio è che nessuno fornisce o sa fornire una spiegazione. Ci si limita ad alzare le braccia o le spalle, come per dire: sono affari tuoi!
E quel che è ancora più pessimo è che le autorità preposte, coloro, cioè che le suddette spiegazioni dovrebbero cercare, richiedere ed ottenere, in realtà sembrano dormire sonno tranquilli. E allora, da buoni Italiani, non ci resta che prenderla con ironia sperando in tempi migliori (sic!). Post scriptum: chi volesse, il biglietto può comunque acquistarlo sull’autobus al modico prezzo di cinque euro. Per la serie Pubblicità e regresso!!!!! Cordiali saluti
Giuseppe Bracchi



Proverbi e indovinelli
di Patrizia Labellarte

Proverbi, indovinelli, stornelli, scioglilingua e cantilene, sono giunti fino a noi, attraverso una tradizione orale secolare che nonostante la formazione di una cultura sempre più omogenea, si mantiene ancora viva.
Forse non tutti conoscono detti, quali ad esempio: nun t’empiccià, nun t’antricà, / s’immezzo a’ guai nun te voe trova’ ; oppure: Omo de vino / Nun vale un quatrino;
Ma non solo…
A Viterbo, tempo fa, tutte le famiglie avevano un soprannome, una sorte di nomignolo attraverso il quale si rintracciava una persona e la si riconosceva. L’insieme di queste tradizioni ci aiutano a conoscere meglio e ad apprezzare gli autentici valori umani, il ricco patrimonio di cultura e folclore del nostro popolo. Riporto qui alcuni soprannomi: Acquacalla; Baciamadonne; Cazzarola; E tre; Ficone; Girementorno; Peppe l’oca; Rosichino; Vorrà piova…e tanti altri.
Spero che qualcuno di voi li conosca e li mantenga ancora vivi.
Patrizia Labellarte



postato da: Spvit | 13:01 |

giovedì, novembre 10, 2005

Il Mercatino del Viandante
ANTIQUARIATO - ARTIGIANATO
ORTE (VT)
il 27 Novembre 2005
e ogni quarta domenica del mese
di fronte all’Uscita dell’Autostrada del Sole
Info: 3393337869 (Mauro)

9 Novembre 2005
Anno XV n° 21



Commissione dell’Ornato, ci sei?
Ecco il regolamento!
di Mauro Galeotti

In merito ai miei articoli sulla Commissione dell'Ornato pubblico, che a mio giudizio è poco presente in città, o quanto meno non se ne vedono i risultati, mi ha inviato una email l'ingegnere Danilo Monarca, "Caro Mauro, come già anticipato per telefono, ti informo che il sottoscritto si è dimesso da componente della Commissione Ornato da diverso tempo (3-4 anni, se non ricordo male). E' strano che il sito del Comune non sia stato ancora aggiornato. Con i più cordiali saluti". E sì sul sito del Comune di Viterbo, www.comune.viterbo.it/blocco-f/f08/docs/commissioni.htm, c'è ancora il nome di Danilo, è chiaro che va aggiornato e mi spiace di averlo nominato, ma non ne ho colpa.
Tornando, comunque ai componenti la suddetta commissione, una persona mi ha avvicinato dicendomi che il potere della commissione è limitato. O meglio, le decisioni prese sono poco considerate. Ma allora, in questa città chi tutela i caratteri estetici, il decoro architettonico e l'ambientazione in genere?
Non so quanto sia vero ciò, anche perché mi pare strano, infatti, se io facessi parte di una commissione che decide e poi vede le proprie decisioni niente affatto attuate, la prima cosa che farei sarebbe quella di dimettermi.
Non vorrei mai far parte di una commissione fantasma.
Ma tutto ciò sarà vero?
E dire che fanno parte della commissione persone di tutto rispetto, l'elenco l'ho pubblicato sui due precedenti numeri, tra ingegneri, architetti e geometri, ma addirittura lo dico e non lo dico, mi risulta che non tutti hanno sotto mano il regolamento dell'ornato, allora ho pensato di proporlo, prelevandolo dal sito del nostro Comune.
Leggete questo regolamento o miei cari signori, specialmente voi della Commissione dell'Ornato e ditemi quanto lo avete fatto rispettare, quanto lo avete rispettato, in questa pur bella città. Città che viviamo ogni giorno. Città che respiriamo ogni giorno. Città che merita un rispetto ben diverso, invece ogni giorno muore, insieme a noi.
Mauro Galeotti

Ecco il regolamento!

Disciplina speciale per l’ornato cittadino e tutela dell’ambiente e del paesaggio urbano.
(Delib. C.C. 19 marzo 1999 n. 96).
Premessa: Il presente Regolamento dell'Ornato cittadino integra il vigente Regolamento Edilizio Comunale. Esso costituisce lo strumento operativo indispensabile per il rigoroso controllo sulla qualità architettonica e ambientale che il Comune di Viterbo intende esercitare sulla intera area del centro storico del capoluogo e delle frazioni. Il fine è quello di salvaguardare un patrimonio di valore inestimabile che la città possiede.
Il presente Regolamento sarà sottoposto a revisione man mano che si renderà disponibile la schedatura scientifica e informatizzata degli edifici compresi in tutte 1e Zone A del PRG, nonché la conoscenza approfondita dei materiali e delle tecniche costruttive tradizionali. Il Regolamento dovrà pertanto essere aggiornato e progressivamente arricchito con schede tipologiche, schemi esecutivi e caratterizzazioni grafiche di particolari costruttivi e decorativi peculiari del patrimonio storico-architettonico della Città.
Chiunque intenda intervenire su un edificio del centro storico del Capoluogo o delle frazioni è tenuto ad inoltrare al Comune istanza corredata di opportuni elaborati atti a definire in maniera puntuale e compiuta l'opera proposta, indicando, attraverso una dettagliata documentazione fotografica ed un esauriente rilievo grafico, lo stato attuale.

SETTORE PUBBLICO
A) Pavimentazioni stradali
Art.1 a) Non è consentita l'alterazione delle pavimentazioni del tipo tradizionale in pietra, quali peperino, basaltina e sampietrini di basalto.
b) Le pavimentazioni già realizzate con materiali difformi, come travertino o porfido, in caso di nuovi integrali interventi, dovranno essere sostituite impiegando materiali, tecniche di lavorazione e disegni di pavimentazioni antiche conservati o rilevabili da documentazione storico-fotografica.
c) Lo smontaggio e la sostituzione di eventuali tratti danneggiati delle pavimentazioni di cui al comma a) saranno eseguiti mediante la rimessa in sito delle pietre originali eventualmente restaurate o mediante la loro sostituzione con pietre della stessa natura, forma, spessore e superficie, in conformità con i tratti originali o secondo documentazione storico-fotografica eventualmente disponibile.
d) Nell'esecuzione di lavori di rinnovo o restauro di pavimentazioni stradali, dovrà essere conservato in sito, solo se funzionale, ogni elemento (quali chiusini in pietra o ghisa ecc.) facente parte della pavimentazione stessa; in caso di cessata funzionalità dell'elemento si opererà lo spostamento dello stesso in posizioni funzionali.
B) Illuminazione
Art.2 a) L'illuminazione pubblica ordinaria dovrà uniformarsi alle apparecchiature in ghisa e ferro, esistenti o documentate fotograficamente, sia per la sostituzione di armature e sostegni, che per la messa in opera di nuove armature o sostegni.
b) L'illuminazione speciale per festività o manifestazioni dovrà essere preventivamente progettata e gli apparecchi illuminanti dovranno essere di tipo amovibile come pure il sistema di conduzione.
C) Verde
Art.3 a) Il verde pubblico va inserito sulla base delle specie vegetali tradizionali e delle esigenze paesaggistiche, privilegiando il reintegro di aree a verde documentate storicamente o fotograficamente. Debbono essere lasciate libere le immediate adiacenze dei monumenti e le vedute urbane di maggior pregio.
La reintegrazione di piante mancanti, nel contesto di una vecchia piantumazione, deve avvenire rispettando il posizionamento, il tipo di essenza e l'età della pianta.
E' consentita nelle strade sufficientemente larghe la collocazione di piante in vaso, purché i vasi non siano in cemento e non creino un impatto non consono con l'ambiente.
D) Arredo (fontane, panchine, porte...)
Art.4 a) Le fontane e i lavatoi vanno mantenuti in efficienza e tutelati, come parti particolarmente pregiate dell'arredo urbano. La sostituzione di ogni singolo elemento degradato, sia esso in pietra o in ghisa, è consentita purché eseguita con i materiali e le tecniche di lavorazione della tradizione artigiana viterbese.
b) Per le nuove panchine ci si deve attenere unicamente ai modelli della tradizione viterbese sia in massello di peperino che in ghisa o acciaio con eventuali correnti lignei.
c) Le porte urbane esistenti vanno restaurate e conservate con il consolidamento delle parti originarie. Quelle mancanti potranno essere ricostruite utilizzando i cardini esistenti ed adoperando materiali e tecniche tradizionali sulla base di ricerche storico-fotografiche.
d) Per ogni altro elemento antico di pietra o di metallo, quali paracarri, chiusini, anelli, mensole, catene, paletti, si applica il criterio della conservazione integrale.
E) Segnaletica stradale e d’indicazione, affissioni
Art. 5 a) Nel rispetto del Codice della Strada, la segnaletica stradale e d'informazione va realizzata con criteri di sobrietà ambientale. La dimostrazione, in qualsiasi modo acquisita, di soluzioni meno invasive ma normativamente equivalenti, comporta la rimozione della segnaletica stessa e la successiva ricostruzione nei tempi tecnici strettamente necessari. La segnaletica pubblicitaria, strettamente necessaria e non ripetitiva, va realizzata secondo criteri di minimo impatto ambientale. E' vietato l'impianto di qualsiasi tipo di segnaletica e di affissioni sulle facciate dei monumenti o degli immobili storici. E' vietata la concentrazione di qualsiasi tipo di segnaletica.
b) La pubblicità di manifestazioni cittadine o di mostre di dichiarato interesse culturale od artistico mediante stendardi può essere applicata alle mura secondo le direttive del Settore comunale competente.
c) Le targhe indicative delle strade, sia classificate che non classificate comunali, devono avere forma e grandezza di tipo tradizionale, così come le targhe dei numeri civici. Per i ripristini dovranno utilizzarsi marmo bianco, o ceramica, o peperino.
d) Le affissioni possono essere consentite solo su pannelli delimitati da cornici realizzati in ferro verniciato, posti non in aderenza alle pareti murarie e collocati in modo tale da non coprire edifici o vedute di interesse ambientale.
F) Impianti tecnici (luci, acqua, gas, telefoni, raccolta rifiuti...)
Art.6 a) E' vietato alle Società fornitrici di servizi realizzare nuovi impianti o modificare quelli esistenti senza presentare un progetto puntuale e completo degli interventi, preliminare alla realizzazione, al fine di consentire una valutazione dell'impatto ambientale e paesaggistico al Settore comunale competente che indicherà, se del caso, interventi alternativi e curerà eventualmente il coordinamento tra i lavori delle diverse Società distributrici. In ogni caso i lavori potranno essere avviati dalle Società solo dopo la formale ed espressa autorizzazione del Comune.
b) E' consentito il posizionamento di cabine telefoniche o altre attrezzature indispensabili purché in luoghi preventivamente autorizzati dal Settore comunale competente che redigerà in merito relazione motivata che escluda l'interruzione delle visuali e l'immediata vicinanza di edifici o ambienti monumentali.
c) E' vietata l'apertura di nicchie per il contenimento di elementi tecnologici necessari ai servizi senza una preventiva disamina con il Settore comunale competente che approverà o adotterà la soluzione meno invasiva. La chiusura dei vani sarà realizzata esclusivamente in ferro verniciato. Nel caso di murature antiche in pietra a faccia vista è vietata l'esecuzione di nicchie o forature.
d) E' vietata l'installazione di antenne per telecomunicazioni, o di grandi strutture similari, all'interno del centro storico su isolati o edifici di particolare interesse storico e architettonico.

postato da: Spvit | 17:58 |

SETTORE PRIVATO

G) Strutture murarie

Art.7 a) Gli interventi sulle strutture murarie esterne devono essere di norma limitati alla soluzione di problemi statici o funzionali.

b) Per le murature a faccia vista è vietata qualsiasi alterazione di vuoti o pieni. In qualsiasi operazione di demolizione-ricostruzione, smontaggio, cuci e scuci, interventi di risarcitura di fessurazioni, devono essere impiegati materiali originari e tecniche di lavorazione della tradizione artigiana viterbese.

c) E' vietata l'asportazione di elementi antichi come mensole in pietra, decorazioni in cotto, discendenti in cotto e simili.

d) Le eventuali integrazioni alle murature dovranno essere eseguite con le modalità di cui al punto b).

H) Coperture e solai

Art.8 a) Coperture e solai in legno devono essere mantenuti nella loro struttura originaria, sostituendo se necessario i pezzi deteriorati. Qualora si proponga la sostituzione con solai in altri materiali si prescrive la presentazione al competente Settore comunale di esauriente documentazione fotografica che escluda pregi storico-architettonici.

b) Il manto di copertura deve essere mantenuto con le caratteristiche esistenti quando in tegole e coppi in laterizio. Particolare attenzione si dovrà avere per le pavimentazioni dei terrazzi che preferibilmente dovranno essere in cotto antico o peperino, o in altri materiali purché richiamino in tutto i primi in modo da non creare contrasti stridenti.

c) Le volte di qualsiasi tecnologia e forma non potranno essere demolite bensì consolidate con tecnologie che permettano la conservazione dell'esistente.

I) Superfetazioni - Canne fumarie - Comignoli

Art.9 a) Negli interventi di ristrutturazione edilizia su fabbricati realizzati prima del 1950, dovranno essere eliminate tutte le superfetazioni. Le canne fumarie dovranno essere dotate di adeguati comignoli in muratura di tipologia architettonica tradizionale. Gli scarichi dei fumi di nuova costruzione potranno essere realizzati in acciaio inox ramato a sezione circolare e opportunamente rivestiti in muratura qualora non sia possibile realizzarli internamente per motivi tecnici.

L) Pavimentazioni - Scale esterne

Art.10 a) Per le pavimentazioni esterne degli spazi privati, come androni e cortili, non è consentita l'alterazione delle pavimentazioni di tipo tradizionale in cotto o in lastroni di peperino.

b) Qualora si propongano interventi su pavimentazioni interne di riconosciuto pregio le pavimentazioni stesse vanno conservate, se necessario integrate delle parti mancanti con elementi simili per materiale, dimensioni e lavorazione.

c) Per le scale esterne valgono le prescrizioni di cui al precedente art.7 del presente articolo.

M) Superficie esterna degli edifici

Art.11 a) Negli edifici di epoca medievale è vietato sovrapporre intonaco o qualsiasi altra materia alle murature a faccia vista.

b) E' vietato l'uso di malte di cemento per il risarcimento di parti danneggiate o per creare false stilature.

c) E' vietato chiudere o manomettere le buche pontaie e ogni altra bucatura originale o comunque antica.

d) Il trattamento delle superfici murarie esterne deve rispettare lo stato di fatto proprio degli edifici nelle varie epoche.

e) Alle superfici murarie esterne degli edifici antichi originariamente intonacate è consentito il rifacimento dell'intonaco secondo le tecniche originarie.

f) Nel caso di murature medievali inserite in edifici di epoca posteriore, qualora si proponga l'asportazione dell'intonaco per il recupero in vista della muratura, l'intervento va eseguito per tutta la muratura per la sua interezza. E' vietata la scopertura di elementi singoli come arcate e finestrature

g) Le cornici e le pareti decorate in stucco vanno consolidate, con eventuali reintegri, e tinteggiate ricostituendo le originarie sagome.

h) Le parti aggettanti possono essere protette con copertine in rame o piombo.

N) Elementi in pietra lavorata

Art.12 a) E' vietata la rimozione dal sito originario e l'asportazione di elementi in pietra, quali portali, stipiti, architravi di finestrature, profferli, cantonali, pozzi, camini, targhe ed elementi in cotto.

b) E' vietato introdurre nella costruzione qualsiasi elemento antico in pietra lavorata, anche se armonizzato con l'esistente; potrà essere consentita la sola integrazione di elementi portanti mancanti con elementi analoghi per materiale e lavorazione.

c) Le parti in pietra tinteggiate devono essere liberate dalla vernice, potranno però essere protette con resine incolori.

d) E' consentita la riapertura, previa verifica statica, di ogni apertura che successivamente chiusa abbia conservato l'incorniciatura in pietra, come arcate, porte, finestre, loggiate e feritoie.

e) Gli elementi in pietra vanno mantenuti liberi da tende, segnaletica, tubature, cavi e ogni altra apparecchiatura deturpante.

f) Nel caso di sostituzione degli infissi, gli stessi, mantenendo i tipi originari, dovranno allinearsi con lo spigolo interno delle cornici, lasciando all'esterno il davanzale e l'intera faccia interna degli stipiti.

O) Elementi decorativi

Art.13 a) E' vietato asportare dall'esterno degli edifici qualsiasi elemento di interesse storico, artistico o documentario, sia esso in pietra, terracotta o altro materiale, ed inserirne di nuovi o antichi di qualsiasi provenienza.

b) E' vietato modificare in qualsiasi modo l'esterno dei comignoli di particolare interesse architettonico, fatto salvo il restauro conservativo statico realizzato con i materiali tradizionali.

c) Per le facciate graffite o affrescate o opere d'arte di particolare rilevanza, inserite nelle murature, si applicano i principi del restauro conservativo. E' obbligatorio tenere libera la superficie da qualsiasi elemento estraneo che occulti, rompa o deteriori l'intonaco.

P) Infissi

Art.14 a) Gli infissi antichi non possono essere sostituiti, ma devono essere consolidati e restaurati. In caso di irreversibili guasti, di tale entità da comprovare uno stato di irrecuperabilità come da esauriente documentazione fotografica, gli infissi nuovi dovranno essere uniformati nel materiale, nel disegno e nella coloritura a quelli conservati nello stesso edificio. In caso di nuovi infissi da inserire in aperture che ne siano prive, questi dovranno essere in legno verniciato secondo le indicazioni cromatiche dell'ufficio tecnico comunale competente, o in legno massello di castagno. Essi devono essere applicati al filo interno, lasciando completamente libera l'incorniciatura in pietra. L'uso del ferro può essere preso in considerazione solo in casi eccezionali adeguatamente documentati e giustificati. In caso di sostituzioni già realizzate non conformi al presente Regolamento, dovrà essere fatto obbligo agli interessati di uniformarsi alla nuova normativa qualora siano presentate nuove richieste di concessione/autorizzazione edilizia per lavori riguardanti l'immobile.

b) E' consentita la chiusura esterna con persiane o scuri in legno secondo 1e indicazioni cromatiche dell'ufficio tecnico comunale competente, o in legno massello di castagno, con esclusione di ogni altro materiale, salvo che all'epoca della costruzione originaria non fossero stati usati sistemi differenti.

c) E' consentito applicare all'interno del vano finestra o del portone di ingresso, ma senza intervenire sull'incorniciatura esterna in pietra, inferriate protettive in ferro battuto, purché di forma tradizionale.

d) E' vietato rimuovere o sostituire le grate, le inferriate e le ringhiere in ferro. Esse vanno restaurate, tinteggiate con vernici protettive e lasciate in vista.

e) E' consentito l'uso di materiali diversi previa approvazione della commissione.

Q) Balconi - Logge

Art.15 a) In caso di interventi di ristrutturazione edilizia su edifici realizzati anteriormente al 1950, debbono essere eliminati i balconi che costituiscono superfetazione, e non possono essere inseriti nuovi aggetti di alcun tipo.

b) In caso di interventi su logge e balconi questi dovranno essere riportati negli elementi di sostegno (mensole) e protezione (ringhiere) alle caratteristiche del tempo della loro costruzione, con l'eliminazione di chiusure o tamponature e di ogni altra opera deturpante.

R) Impianti

Art.16 a) A riguardo della installazione di impianti e fatto obbligo, nel rispetto delle varie normative di sicurezza (UNI - GIG - CEI ecc.), che tutte le alimentazioni (gas metano, energia elettrica, cavi telefonici, pubblica illuminazione, ecc.) non siano in vista sulle facciate degli edifici. Qualora non fosse possibile, le installazioni dovranno essere concordate con il Settore comunale competente per evitare danni irreversibili all'ambiente urbano e al patrimonio edilizio.

b) I contatori dovranno essere collocati all'interno dell'immobile nel rispetto delle vigenti normative in materia. E' ammessa una bocca retinata di sfiato fissata a filo muro e verniciata.

c) I piccoli impianti, quali citofono e campanelli, dovranno essere posti al di fuori dell'incorniciatura in pietra dei portoni.

d) I discendenti dell'acqua piovana, se esterni, dovranno essere di sezione circolare in rame con eventuale terminale in ghisa.

e) In caso di interventi di ristrutturazione edilizia le antenne televisive dovranno essere centralizzate. Sono vietati impianti con calate di cavo volante. Il posizionamento di ogni antenna dovrà essere tale da arrecare il meno disturbo possibile al profilo della copertura. E' vietata l'installazione di antenne paraboliche e similari su edifici di particolare interesse storico o architettonico, a meno che il loro posizionamento non sia visibile dall'esterno.

f) Il posizionamento di pannelli solari all'interno del centro storico è permesso solo nei fabbricati di tipologia moderna; le istallazioni in fabbricati di epoca antica vanno valutate dalla competente commissione comunale caso per caso in funzione del tipo di pannello e del relativo inserimento nel contesto architettonico.

S) Colore

Art.17 a) La tinteggiatura degli edifici intonacati deve essere eseguita in base alla gamma di colori che il Settore comunale competente indicherà all'interessato al quale è fatto obbligo di rivolgersi, salvo che non venga prodotta documentazione storico-fotografica o risultato di esaurienti ricerche che permettano di avallare scelte diverse.

b) Per gli edifici medievali, nei quali esistano superfici intonacate che non sia possibile riportare a faccia vista, l'unico intonaco consentito è a base di calce. Per 1e relative tinteggiature si fa riferimento al punto a).

c) Gli elementi di chiusura dei vani dello stesso edificio a tutti i livelli, dovranno avere la stessa coloritura.

d) Non sono consentite tinteggiature parziali dei prospetti.

e) Per rendere operativo il programma per incentivare il recupero delle facciate del Centro Storico anche in funzione del Giubileo, si intende integrato l'art.1 del Regolamento per la "concessione dei contributi in conto interessi sui Mutui per il recupero ed il risanamento di immobili nei Centri Storici" prevedendo tra le voci di intervento anche la manutenzione ordinaria e il rifacimento delle facciate così come prescritto dalle Indicazioni Cromatiche per i1 Centro Storico elaborate dal Settore Urbanistica, che ai fini dei finanziamenti agevolati rispondono alle stesse finalità del "Piano Colore".

T) Tende - Pergolati

Art.18 a) Sono permesse tende in tela che non superino il limite interno dell'incorniciatura in pietra. L'uso delle tende ombreggianti è limitato a terrazzi e balconi non in vista da aree o spazi pubblici e sempreché non determinino un forte impatto visivo e un evidente contrasto stilistico. Le stesse considerazioni valgono per le strutture lignee (pergolati).

b) Le tende di carattere commerciale sono consentite solo al piano terra. Esse dovranno essere del tipo retrattile o ripieghevoli; i supporti devono essere smontabili; è vietato il fissaggio anche temporaneo sull'incorniciatura in pietra; il loro aggetto non potrà superare il decimo della larghezza della strada.

c) Il colore delle tende dovrà essere a tinta unita, omogenea per ogni edificio, intonato al contesto.

d) In aree rigorosamente delimitate, è consentito ad esercizi commerciali di ristorazione e somministrazione bevande o similari, l'uso di ombrelloni o pergolati esterni collocati su suolo pubblico purché non creino contrasti architettonici e stilistici da valutarsi da parte della competente commissione comunale.

U) Insegne - Targhe - Bacheche

Art.19 a) Negli edifici di indubbio interesse storico o architettonico è vietata l'apposizione di ogni tipo d'insegna, targa o bacheca sulla parete murarla esterna.

Targhe indicative di professioni, arti e mestieri, non luminose, potranno essere poste su appositi sostegni mobili, in vista all'interno degli androni.

b) Negli altri edifici è consentito l'uso di targhe in pietra od ottone, della misura massima di mt. 0,30x0,50, da apporre a non meno di mt. 0,10 dal filo dell'incorniciatura del portale.

E' consentita anche l'applicazione di bacheche delle dimensioni massime di mt.0,70x1,00 e mt. 0,12 di spessore, da realizzare obbligatoriamente in ferro, legno verniciato, ottone, pietra locale, con esclusione di ogni altro materiale come plastica o alluminio.

c) Le insegne esterne frontali dei negozi devono essere contenute nel filo interno degli stipiti, e, negli edifici anteriori al 1950, realizzate preferibilmente in legno verniciato, ferro o vetro, con scritte a lettere singole dipinte, di bronzo, ottone, marmo, pietra locale, eventualmente illuminate con luce indiretta, indicanti il nome della ditta o dell'attività. L'orlo inferiore dell'insegna non potrà essere posto a meno di mt. 2,20 dal suolo;

d) E' vietato l'uso di insegne a bandiera. Queste potranno essere autorizzate, eccezionalmente, in casi specifici e di comprovata necessità e non potranno comunque avere una sporgenza superiore a mt. 0,40. Nelle strade con marciapiede possono essere poste con il bardo inferiore a non meno di mt. 2,50 dal suolo, mentre nelle strade senza marciapiede dovranno essere poste almeno a mt. 4,50 dal suolo.

V) Verde privato

Art.20 a) Il verde su suolo privato, se in vista da spazi pubblici, deve uniformarsi al verde pubblico di cui all'art.3.

b) E' consentita l'esposizione di piante in vaso, su balconi o profferli, purché all'interno di parapetti o ringhiere.

Disposizioni finali e transitorie

Tutte le disposizioni del Regolamento Edilizio Comunale vigente che risultino in contrasto o non compatibili con le presenti norme, sono da ritenersi superate e quindi non applicabili.

Per le zone del centro storico inserite in un Piano di Recupero approvato e vigente, si applicano le norme tecniche di attuazione di quest'ultimo per tutta la durata di validità del Piano stesso. I Piani di Recupero redigendi o in corso di approvazione recepiranno le norme del presente Regolamento.







E bravo Rotelli!

di Agnese Galeotti



Ma quanti soldi buttati! addirittura sembra che ci siano voluti intorno ai ventimila euro per realizzare la rotonda in Piazzale Michelangelo, nel quartiere Santa Barbara a Viterbo. Tutto dietro il placet di Mauro Rotelli.

Ma a parte questo, che comunque è assurdo, quello che fa più rabbia è come è stata realizzata la rotonda, quanta necessità c’era perché fosse fatta, e come è stata abbandonata. Davvero raccapricciante, caro Mauretto.











La rotonda copre addirittura la visuale a chi gli gira intorno a causa della montagnola di terra che si innalza al centro.

Va bene, assessore Mauro Rotelli che sei l’assessore addetto al verde, ma addirittura realizzare una collinetta nella rotonda, mi sembra eccessivo.

Inoltre, va bene, assessore Mauro Rotelli che sei l’assessore addetto al verde, ma addirittura lasciare che sulla collinetta vi nascano erbacce talmente alte che farebbero paura pure alle capre, mi sembra eccessivo.

Da ultimo, come la mettiamo con i numerosi alberi appena piantati, subito secchi e mai sostituiti?, e come la mettiamo con i marciapiedi pieni di erba?

Mi sai spiegare, infine, perché la rotonda in Via Belluno è sempre ben tenuta? forse perché, lì a due passi, ci abita il sindaco? proponiamogli allora di spostarsi nel Quartiere santa Barbara... allora sì che faresti a puntino ogni intervento!

E bravo Rotelli!

Agnese Galeotti







Un piccolo grande cantiere

di Patrizia Labellarte



Viterbo da un po’ di tempo a questa parte è diventata un piccolo, grande cantiere: strade interrotte per lavori in corso, a doppio senso divenute a senso unico e, infine, strade accessibili ai pedoni solo recentemente.

Tutte queste improvvise modifiche hanno sicuramente come obiettivo il miglioramento della nostra cittadina, ma, a questo punto, come citava tanto tempo fa un importante conduttore televisivo, se non erro Antonio Lubrano: “La domanda nasce spontanea”. “Ma a noi automobilisti chi ci pensa?!”.

Alcune strade che siamo abituati a percorrere con la nostra macchina le troviamo così, dal giorno alla notte, chiuse con transenne e con un bel cartello con su scritto: “Strada chiusa, lavori in corso”.



Ciò, ci spinge a cambiare strada e come succede il più delle volte a ritrovarci in una inevitabile coda di macchine.

Questa come tante altre, sono situazioni ricorrenti nella nostra città. Basti pensare alla chiusura al traffico di Viale Marconi che ha portato agli automobilisti provenienti dal Sacrario ad avere come due unici punti di uscita Via del Lazzaretto e Porta Faul. Proprio quest’ultima è stata riaperta anche in entrata, il 30 ottobre…il risultato? Chilometri di fila per uscire da Viterbo. Nemmeno l’intervento dei vigili urbani e dei semafori volanti sono bastati per evitare di creare una megafila.

Credo che di tutto ciò ne avremo ancora per molto, quindi, Viterbesi armatevi di tanta pazienza e se potete andate a piedi… che si fa prima e fa bene alla salute!

Patrizia Labellarte







Onore al merito

di Caludio Santella



Onore al merito - Sabato 29 ottobre ultimo scorso, non insensibili alla sirene pubblicitarie di un centro di vendita appena aperto, ci siamo recati, come tanti altri cittadini, all’ingresso dello stesso, con la speranza di poter effettuare un qualche acquisto a prezzi convenienti. Alle otto del mattino erano colà presenti circa un centinaio di persone, alle dieci, ora di apertura, le persone erano sicuramente oltre cinquecento. Ne sono successe di tutti i colori, né è valso l’intervento, per usare un eufemismo, della forza pubblica per calmare le acque. Solo l’azione di un maresciallo dei carabinieri ha evitato un epilogo che avrebbe potuto avere, anzi che avrebbe avuto tragiche conseguenze.

Segnaleremo, nei dettagli, quanto accaduto alle autorità competenti, sia perché riteniamo nostro dovere collaborare con le istituzioni perché certe cose non si ripetano, sia perché vorremmo che a chi si è adoperato per evitare incidenti venga detto almeno: “Bravo!”. Rendiamo onore a chi merita.

Siamo certi che avremo delle risposte positive che non mancheremo di portare alla conoscenza dei nostri lettori.

Claudio Santella







La settimana scorsa

di Caludio Santella



La scorsa settimana lle pagine locali di un quotidiano, riportavano le lagnanze del comandante dei vigili urbani di Viterbo in merito all’iniziativa dell’onorevole Marcello Meroi mirante a riordinare la normativa relativa alla possibilità di elevare le contravvenzioni per eccesso di velocità da parte dei vigili urbani - o della polizia locale, chiamatela come volete - sulle strade non di pertinenza del Comune.

Sostiene l’onorevole Meroi che legittimati ad elevare le contravvenzioni su tali strade debbano essere unicamente le forze dell’ordine non legati ad interessi locali, quali la Polizia Stradale, i Carabinieri, la Finanza. L’iniziativa è tesa ad eliminare l’abuso fatto da tutti i Comuni della possibilità di far elevare le contravvenzioni dai propri vigili urbani al solo scopo di incamerare ingenti somme di denaro eludendo la vera ratio della legge. L’intervento del comandante dei vigili urbani di Viterbo, dettato da chissà quale interesse, non ha fondamento. Il comandante, anziché plaudere all’iniziativa dell’onorevole Meroi, che gli dava la possibilità di utilizzare un maggior numero di agenti per i compiti di istituto, numero di agenti della cui esiguità lo stesso comandante si è più volte lamentato, si è scagliato contro la stessa con motivazioni oggettivamente molto discutibili ed a nostro giudizio inconsistenti, anche se soggettivamente comprensibili.

Claudio Santella







La precedente segnalazione

di Caludio Santella



La precedente segnalazione non avrebbe trovato cittadinanza su queste pagine se la presenza dei vigili urbani sulle strade della nostra città fosse stata non diciamo più assidua, ma almeno visibile. Cari cittadini, avete Voi più visto un vigile urbano operare sulle strade della nostra città? Sono stati tutti sostituiti dagli ausiliari del traffico, i quali, tra l’altro, se interpellati, rispondono, novantanove volte su cento, che quanto chiedete non è di loro competenza e con un dietro-front, a volte nemmeno tanto delicato, vi piantano in asso lasciandovi con un palmo di naso. Non avrebbe dovuto essere contento il comandante dei vigili urbani dell’iniziativa dell’on. Meroi, che gli restituisce un considerevole numero di agenti da destinare a compiti di istituto? Pensiamo di si.

Claudio Santella







Naturalmente

di Caludio Santella



Naturalmente il nostro pensiero potrebbe essere sbagliato, ci mancherebbe altro; tuttavia restiamo della nostra opinione soprattutto se riflettiamo sul fatto che, durante tutta la sua gestione, il comandante non è ancora riuscito a trovare il modo di assicurare la presenza dei vigili urbani sulle strade della nostra città nelle ore di punta del traffico. Dalle ore 7,15 alle ore 8,30 della mattina e dalle ore 13,30 alle ore 14,15 del primo pomeriggio, quando il traffico è per ovvi motivi più intenso, i vigili non solo non ci sono, ma non sono neppure in servizio. Sono in servizio, invece, ma ugualmente non ci sono, nelle altre ore del mattino e del pomeriggio sempre caratterizzate da un traffico intenso.

E quando ci sono, molte, moltissime volte, una gran parte di loro si limita ad osservare il traffico in barba ad altri colleghi, pochissimi, che si sbracciano, alla Renzo Tondi (1), nel tentativo di rendere il traffico scorrevole. Eppure il comandante dei vigili urbani è tutt’altro che stupido, tutt’altro che incapace; quando vuole sa venire fuori da situazioni veramente difficili con una abilità eccezionale. Sa arrampicarsi sugli specchi, abbiamo già rilevato in precedenza, come se avesse dei ramponi speciali: e ciò va a suo merito. Alla luce di ciò appare incomprensibile il perdurare di alcune situazioni di non difficile soluzione che noi, per parte, nostra, abbiamo in passato più e più volte segnalato dalle pagine del nostro periodico. Verrebbe da pensare che non tutte le responsabilità sono sue. Il comandante, però, è un dirigente del Comune, e come tale è un organo dello stesso, con potestà decisionali interne ed esterne all’ente. Potestà legittimamente retribuite, anche con indennità ad hoc - come tutti i dirigenti, beninteso - non è l’ultimo arrivato che deve subire. Non solo, ma è anche uno a cui piace il suo lavoro, e ciò non guasta, o non dovrebbe guastare.

(1) Renzo Tondi, vigile urbano ora in pensione, ammirato da tutti per la sua capacità di gestire le situazioni difficili del traffico urbano.

Claudio Santella







postato da: Spvit | 17:46 |

Ci riferiamo a tutte le segnalazioni

di Claudio Santella



Ci riferiamo a tutte le segnalazioni che abbiamo più volte fatto in un passato più o meno recente, quale il perpetuarsi delle soste in alcune aree che per il volume e l’intensità di traffico dovrebbero essere lasciate libere, soprattutto perché in prossimità di incroci. Ricordate le varie segnalazioni relative al passaggio a livello di Porta Fiorentina, all’inizio di via Garbini, all’incrocio di via della Teverina con la bretella che lo collega al semianello nei pressi del campo scuola, all’incrocio di via San Bonaventura, al gemellaggio tra via Pola e via Montello, all’assenza dei vigili di quartiere, e ad altre che non stiamo a ripetere. Ad ogni segnalazione è corrisposto un silenzio.

Ad ogni segnalazione è corrisposto un non intervento. Ci sembra di leggere le pagine in cui il Manzoni descriveva i progetti della monaca di Monza allorquando, ancora fanciulletta, si apprestava controvoglia, perché indirizzata dalla famiglia, a prendere i voti: ad ogni desiderio della fanciulletta la famiglia rispondeva con un silenzio. Il potere della famiglia veniva esercitato con forza e con arroganza ed a nulla valevano le legittime aspirazioni della malcapitata. Ci sembra di rileggere quelle pagine e di rivivere quelle situazioni. Così va il mondo, non basta aver ragione, bisogna essere più forti, la ragione è un optional, nemmeno necessario.

Claudio Santella







Avete notato…

di Claudio Santella



Avete notato, cari concittadini, quante mosche “svolazzano” per Viterbo. Una infinità. Erano anni che non si vedevano tante mosche nella nostra città. Eppure siamo a novembre. Certo è che, seppure non sia l’unica causa, un notevole contributo a questa invasione di mosche lo danno le varie aree in cui giacciono i cassonetti adibiti alla raccolta dei rifiuti solidi urbani, cassonetti che l’unica acqua che conoscono è quella piovana, la quale, a meno che non venga giù a secchi, non riesce a portare via l’immondizia che giace ai piedi degli stessi.

Che le mosche, al contrario dei nostri amministratori e dei nostri dirigenti comunali, abbiano letto le nostre segnalazioni in merito e si siano precipitati al lauto banchetto?

Claudio Santella









Viterbo: una città accogliente

di Bruno Matteacci



Di strada ne è stata fatta tanta ed è giusto rivolgere un pensiero a chi, senza indennità di carica, trascorreva ore e giornate al servizio della collettività per lenire o risolvere i problemi esistenti, prima del Ventennio e quelli ereditati a seguito dall'ultimo conflitto mondiale. Viterbo, sino alla sua promozione a capoluogo di provincia, aveva mantenuto, quasi immutata, la sua forza urbana, tutta racchiusa entro la ducentesca, cerchia muraria, fatta salva la tendenza all'insediamento di abitazioni patrizie e borghesi lungo la direttrice del Santuario di Santa Maria della Quercia e nelle immediate vicinanze della Chiesa dell'Edera e del Convento di Santa Maria della Verità, dove sorsero varie villette. Grande ed importante, fu per Viterbo, l'intervento voluto da Filippo Ascenzi che, con la sua lungimiranza, ha dato a Viterbo, con la copertura del fosso Urcionio, un aspetto piacevole e pratico per un vivere sereno, creando, con via Marconi, un assetto urbano in fuzione sostitutiva al Corso Italia, che era ed è, prevalentemente pedonale.

Varie opere furono fatte nel periodo prebellico, come la costruzione del palazzo delle poste, la Gil e la scuola Principe di Napoli che furono definite "sostituzioni pompose nel vivo dell'antico tessuto edilizio".

All'insegna di una ancora più sciatta progettazione si compì, frettolosamente, nel secondo dopoguerra, la ricostruzione della città, duramente segnata dalle distruzioni causate dai bombardamenti.

Il piano di ricostruzione fu approvato nell'agosto 1946; con molto ritardo sui tempi, ma dettava serie alternative di carattere urbanistico predisponendo allineamenti stradali ed espansioni edilizie nelle zone Cappuccini, Pilastro e Viale Trieste, con abitazioni mono e bifamiliare, su piccoli lotti di terreno adattati a giardino.

Bisognò attendere il piano regolatore generale redatto nel 1954 ed approvato nel 1959 dall'ingegnere Domenico Smargiassi che stabilì nuovi indici di sfruttamento atti a concretizzare una tipica saturazione a tappeto, a funzione unica, per tutte le espansioni, ivi comprese le zone ad edilizia sovvenzionata del Pilastro e del Carmine.

A Viterbo, nel 1970, era accentrato il 70% dell'intera popolazione comunale, cioè 37.314 abitanti, su un totale di 53.306 residenti.

Passi da gigante sono stati fatti fino ad oggi; il merito va riconosciuto e dato a chi ha gettato il "seme" e a coloro che hanno raccolto il "frutto".

Viterbo si è estesa a macchia di leopardo, oggi sono sorte abitazioni in punti che qualche anno fa era cosa impensata; dove ci si gira si vedono costruzioni e sebbene ciò, purtroppo, il numero di abitanti è fossilizzato, mentre i prezzi delle abitazioni sono saliti alle stelle.

Tante belle opere sono state, ultimamente, realizzate. Come ad esempio tutta la zona del Riello dove, oltre all'Università, hanno sede gli Uffici Giudiziari, contornati da bei palazzi che danno lustro alla città.

Oggi Viterbo, con le sue ultime realizzazioni urbanistiche, alcune studiate e progettate a suo tempo, è molto accogliente ed il merito va dato a tutti coloro che si sono succeduti nella gestione della cosa pubblica, nell'interesse di chi oggi si può beare di vivere in una città moderna che vede, nel futuro, il benessere dei propri figli e nipoti.

Quindi, con un abbraccio gigante, stringiamo tra le nostre braccia, tutti gli assessori, in particolare quelli all'urbanistica, tra i quali il ragionier Mario Paternesi ed i sindaci, del passato che oggi, in Giancarlo Gabbianelli, vedono il loro successore.

Bruno Matteacci







Esaudite dal Comune alcune richieste

di Bruno Matteacci



Relativamente ad alcune segnalazioni che abbiamo fatto all'Amministrazione comunale di Viterbo, dobbiamo dire che le stesse sono state recepite e messe in atto.

Tanto per ricordarne alcune cito la messa in uso della targa, recante le indicazioni necessarie ed utili per la individuazione dei nominativi dei Caduti per la Patria, tumulati nel Cimitero di San Lazzaro.

Informo, inoltre, i nostri lettori che il Comune di Viterbo ha provveduto a rimettere in pristino l'altare della Chiesa di San Lazzaro, dove furono rubate le terrecotte che ornavano i lati del paliotto, realizzate da Pietro Vanni ed ora, magistralmente, riprodotte dall'artista Maria Assunta de Frassine.

Con l'occasione, interpretando il pensiero di cittadini viterbesi, vorrei sollecitare il sindaco, l'assessore al ramo, il presidente della Francigena, affinché recepiscano lo stato di disagio che hanno coloro che intendono recarsi al cimitero, e si vedono impediti nel farlo, a causa della soppressione della linea "B" dei pullman.

Ci vuole tanto poco per accontentare tanta gente ed ottenere tanti, tanti plausi!

Bruno Matteacci







Fani: 160 Anni fa

di Francesca Bruti



Nel pomeriggio di sabato 12 Novembre, al Santuario di Santa Rosa, ci sarà una manifestazione per ricordare il giovane viterbese Mario Fani e celebrare il 160° anniversario della sua nascita. Mario Fani nasce a Viterbo il 24 ottobre 1845 da una famiglia nobile ed è una figura importante per la nostra città, perché è stato il fondatore dell’Azione Cattolica Italiana nel 1868. Infatti, il nostro concittadino è ricordato in tutte le Diocesi d’Italia, ma è a Viterbo che si terrà la manifestazione ufficiale, alla quale interverranno il vescovo Lorenzo Chiarinelli, il Presidente nazionale dell’A.C.I. e uno storico dell’Università La Sapienza di Roma.

Il periodo storico in cui visse Mario Fani (1845-1869) era pieno di incognite e di nuovi fermenti.

Anticlericalismo e massoneria erano diffusi in tutta Europa ed in Italia lo spirito del Risorgimento metteva in crisi, non solo la certezza storica dello Stato della Chiesa, ma anche la coscienza religiosa di molti cattolici divisa tra Patria e Fede. In questo clima, il giovane Fani riuscì insieme ad un gruppo di amici ad elaborare, tra il febbraio ed il giugno 1867, lo Statuto della Società della Gioventù Cattolica, ponendo come principi fondanti “Preghiera, Azione e Sacrificio”.

Da Viterbo, la proposta della Società in breve tempo si diffuse su scala nazionale e diede vita ad un organismo di collegamento, il Consiglio Superiore, con sede a Bologna, che rappresentava i circoli diffusi già in varie parti d’Italia. E Mario Fani volle che la Società prendesse la denominazione Italiana; fu così che il 24 marzo del 1868, egli diede vita a Viterbo al Circolo intitolato a Santa Rosa da Viterbo.

La storia narra che Mario, dopo una notte passata in preghiera chiuso dentro la Basilica di Santa Rosa, trovò la forza spirituale per fondare il Circolo.

Il 2 maggio del 1868, il Santo Padre, Pio IX, sancì ufficialmente la sua costituzione. Fani morì il 4 ottobre 1869, a soli 24 anni, e il suo corpo, inizialmente sepolto nella cappella di famiglia nella Chiesa di Santa Teresa dei Carmelitani, in piazza Fontana Grande, fu trasferito nella Chiesa di Santa Rosa nel 1952, per volontà del Centro Diocesano di Viterbo della Gioventù Italiana di Azione Cattolica (GIAC).

La sepoltura di Mario Fani nella navata destra del Santuario avvenne il 6 settembre 1952, in coincidenza delle celebrazioni del VII Centenario della morte di Santa Rosa.

Francesca Bruti







All’Ufficio C.E.V.

di Viterbo



Gli utenti di via Murialdo, portano a conoscenza di questo spettabile ufficio, se mai non lo sapesse o se ne fosse scordato, che sulla via suddetta, all’altezza dei palazzoni, proprio in corrispondenza della fermata della circolare “B” (ora sospesa) , a causa di un incidente stradale avvenuto un anno fa, è stato divelto un punto luce del quale la parabola cadde nel giardino adiacente.

Da allora la luce della pubblica illuminazione, non è stata più ripristinata, con grande disagio degli abitanti.

Si prega il presidente della Soc. C.E.V. di voler far provvedere al ripristino del punto luce di che trattasi.

Distinti saluti.



Gli abitanti del Murialdo ringraziano.







Pilastro elezioni

di Pantaleo Spagna



Elezioni al Centro Polivalente Pilastro di Via Carlo Minciotti 5

Sabato 5 Novembre, nella sala delle feste, unica stanza adatta delle tre esistenti a contenere un certo numero di persone, si è svolta l’elezione degli utenti, per il rinnovo del Comitato di gestione.

Comitato che secondo il Regolamento del Comune di Viterbo va rinnovato ogni due anni permettendo un solo voto ad ogni elettore. Tante volte è stato chiesto che detto regolamento venga aggiornato permettendo due voti ad ogni utente, ma il Comune fa orecchio da mercante. Il seggio elettorale è stato insediato alle ore 15,30 sotto la vigilanza di un rappresentante del Comune, nella persona di una assistente sociale, la quale ha provveduto a nominare il presidente del seggio e due scrutatori, ha fornito altresì registri e le schede necessarie alle operazioni di voto.

Alle ore 16, sono iniziate le votazioni.

Grande è stata l’affluenza degli utenti che con molta responsabilità hanno risposto al loro dovere civico, per il rinnovo del Comitato, il quale una volta eletto, permetterà al Centro Polivalente Pilastro, il regolare svolgersi delle attività, sociali, ricreative, ludiche e culturali per altri due anni sino al 2007.

Alle ore 19, è stato chiuso il seggio elettorale e sempre sotto lo sguardo attento del rappresentante del Comune di Viterbo, si è proceduto allo spoglio delle schede elettorali dai due scrutatori

L’80 % dei voti, è andato al presidente uscente mentre il restante 20 % dei voti è andato agli altri concorrenti. L’esito finale delle votazioni, ha visto riconfermare il Comitato uscente, segno che gli utenti tutti, hanno apprezzato il lavoro da loro svolto, nel biennio precedente appena trascorso, accordando loro di nuovo la fiducia.

Tra gli utenti che hanno votato, è stato notato con molto piacere e soddisfazione da parte di tutti i presenti, la partecipazione al voto da parte del socio Giancarlo Gabbianelli, il quale nonostante tutti i suoi impegni istituzionali, ha voluto essere presente alla votazione.

Quanto prima, la nuova gestione si insedierà e il Centro potrà riprendere in pieno la sua attività sociale e culturale.

Pantaleo Spagna







San Rocco

di Riccardo Manca



La Chiesina di San Rocco a Roccalvecce è situata all’ingresso del paese sul lato sinistro nella località omonima. E’ la più antica di questo borgo e la sua origine si fa risalire al XV secolo. E’ dedicata a San Rocco che era il santo che proteggeva Roccalvecce dalla peste che colpì le popolazioni della Teverina fino a metà del XIX secolo. L’interno della chiesetta non è di grandi dimensioni, è costituita da una unica navata centrale e con soffitto in legno a capriata. Hanno particolare pregio le pitture murali del XV secolo che si conservano in buone condizioni e che gli esperti ed i critici d’arte fanno risalire al 1400. Particolare attenzione merita la pala murale dell’altare centrale che rappresenta la Madonna con bambino in braccio, alla sua sinistra San Rocco, con saio e bastone, che mostra una piaga sulla coscia destra ed alla sua destra San Sebastiano trafitto da una freccia e legato ad una colonna.

Annessa a questa antica chiesetta vi era la Confraternita omonima, che aveva un proprio statuto un regolamento e possedimenti immobili nel territorio della parrocchia. La Confraternita era già presente nella Visita pastorale del vescovo di Bagnorea, Carlo Trotti, nell’anno 1599, che approvò detto statuto.

Esiste poi presso l’Archivio Diocesano di Bagnoregio una Bolla di Aggregazione, in carta pecora alla Arciconfraternita di San Nicola in Carcere di Roma, datata 6 dicembre 1784. Nel documento vi sono riportati il regolamento della Compagnia ed il rito che dovevano seguire i fratelli che volevano iscriversi, datati 24 maggio 1787 ed approvati dal vescovo di Bagnorea monsignor Aluffi.

La manutenzione della chiesetta apparteneva a detta Confraternita insieme a quella del SS. Sacramento come da Istrumento rogato dal Notaro Bettini di Baschi il giorno 11 agosto 1637.

L’interno della chiesa era anche luogo di sepolture e da una recente ricognizione effettuata, si è potuto osservare che la giacenza delle tumulazioni avvenivano separatamente tra uomini, donne e bambini. Conserva esternamente un piccolo campanile a vela con propria campana donata dall’arciprete don Michele Germani nell’anno 1840 e sulla facciata, sopra le due piccole finestre laterali, prima dei recenti restauri degli anni 1995 e 1996, si potevano ancora osservare pregevoli graffiti che raffiguravano gli stessi santi dell’altare centrale.

Riccardo Manca







Viva le donne!!

di Patrizia Labellarte



Maggior diritti alle donne nella nostra società, maggior attenzione nei confronti dei loro problemi sia privati che lavorativi, ma soprattutto il superamento dell’incompatibilità tra i due diversi universi: gli uomini e le donne.

Questi i temi principali articolati in quattro incontri sulla condizione femminile in Italia e nel mondo, che si terranno, dal 26 settembre al 13 dicembre 2005, presso la sala della Provincia.

La rassegna Intorno alle donne, organizzata dalla consigliera di Parità della Provincia di Viterbo, Maria Antonietta Russo, con la collaborazione di Pasquale Bottone, giornalista e presidente dell’Associazione Hypoyhesis, si incentra sulla condizione femminile in Italia, ma anche e soprattutto a Viterbo, sulla necessità di creare sempre nuove condizioni per favorire un ingresso più soddisfacente della donna negli ambiti lavorativi. Gli incontri vedranno la partecipazione di giornaliste e scrittrici su temi di ampio respiro, riguardanti l’universo femminile: ogni donna avrà un ospite maschile con cui istaurare un confronto paritario. Tra le partecipanti: Serena Zoli del Corriere della Sera, Valeria Palombo de L’Europeo, l’attrice televisiva Alessandra Faiella (Tunnel) e la direttrice di telegiornaliste.com, Silvia Grassetti.

Tra gli uomini presenti il caporedattore de L’Espresso, Alessandro Figlioli e il menager Rai - scrittore Piero Gaffuri.

Patrizia Labellarte







Lo stemma di Viterbo

di Patrizia Labellarte



La nostra città, come ben tutti sapete, è arte, storia, tradizioni che vibrano attraverso le innumerevoli fontane medievali, le chiese antichissime, i quartieri duecenteschi, le manifestazioni culturali, ma soprattutto il grande amore di noi cittadini per la Santa patrona. Sono aspetti di una città che può definirsi moderna, ma allo stesso tempo ancorata alle sue radici storiche e culturali.

A tal proposito, vi siete mai chiesti perché la nostra città si chiama Viterbo? Tra le etimologie una delle più diffuse è quella di Vetus Urbs. Oppure Beturbon e Beterbon che derivano da Vetus Herbanum, probabile nome del castrum romano edificato sul colle dove più tardi sorse il Duomo. Ancora, Boturbo sarebbe l’unione delle due radicali etrusche Volt e Urb : città di Volt, quindi Voltumna.

Ed il simbolo della nostra città?

Il simbolo guelfo del leone è il più antico. Nel 1172 si aggiunse la palma, a seguito della distruzione di Ferento, che l’aveva per stemma. L’asta sormontata dall’aquila rappresenta, invece, la donazione del vessillo imperiale da parte di Federico Barbarossa, per l’ospitalità ricevuta nel 1187. Infine, il rettore del Patrimonio di San Pietro donò la bandiera pontificia per essere stato liberato dall’assedio nella rocca di Montefiascone.

Patrizia Labellarte







Pietro La Fontaine a 70 dalla morte

di Gianluca Scrimieri



Pietro La Fontane nasce il 29/11/1860 a Viterbo in Via San Lorenzo nel palazzo Grispigni, ed è battezzato il 1°dicembre. I genitori sono Francesco e Maria Bianchini, la madre trasmette una profonda fede cristiana, frequentando due chiese, la cattedrale e la chiesa della Carbonara. Il padre ha un negozio di orologeria. Pietro ha tre sorelle e un fratello. Frequenta la scuola elementare presso i Fratelli delle Scuole Cristiane, in seguito viene seguito dai Gesuiti per un anno e poi diretto dal maestro don Raggi. Riceve la Cresima e la Prima Comunione il 7/6/1868 in Cattedrale. Pietruccio manifesta il desiderio di entrare in seminario ma le difficoltà sono due: l’opposizione del padre e le gravi difficoltà economiche.

Il vivo desiderio si avvera grazie a Mons Mariani. Pietro riceve l’abito ecclesiastico e la tonsura dal vescovo di Viterbo Luigi Serafini in vescovado il 2/10/1874. Frequenta la scuola in seminario ma vive in famiglia. Entra in seminario con un posto a mezza retta il 29/1/1876. Gli anni trascorsi in seminario fanno di lui un seminarista modello, virtuoso, allegro, dedito alla poesia anche in latino, sano equilibrio di giudizio, grande spirito di altruismo e spiccata versatilità d’ingegno. La domenica impartisce istruzioni catechistiche ai ragazzi nelle parrocchie della città. Da studente di teologia nel 1880 diventa terziario francescano nella chiesa dei Cappuccini. Dopo sette anni trascorsi in seminario il diacono Pietro il 22/12/1883 viene ordinato sacerdote dal vescovo Paolucci, il giorno seguente celebra la Prima Messa sopra le venerate spoglie dei santi martiri Valentino prete e Ilario diacono, primi evangelizzatori della chiesa viterbese.

Un giorno dirà alle monache di S. Rosa che se non ci fossero stati i santi Valentino e Ilario, non ci sarebbe stata S.Rosa. Servizio prestato nelle chiese, seminario, insegnamento, organizzazioni giovanili, opere assistenziali, predicazione, attività di studio e di ricerche impegneranno assiduamente a Viterbo per più di vent’anni quest’anima generosa e mai si riscontra nei suoi scritti una espressione di sfiducia o di stanchezza. Il 28/6/1887 muore il padre. Alla scuola di sua madre, grande anima, don Pietro apprende l’amore per la croce di Cristo e la paziente accettazione delle croci che costituiscono una delle note più caratteristiche della sua spiritualità.

Nell’anno 1883-84 insegna Latino, Italiano e Greco nel ginnasio del seminario e del convitto. Conosce a memoria la Divina Commedia. Dopo alcuni anni insegnerà: Liturgia, Eloquenza e Patrologia. Il 25/4/1906 gli affidano l’incarico di insegnare Sacra Scrittura. Nel 1893 il rettore del seminario don Pierotti chiede a don Pietro di diventare direttore spirituale. Nel 1896 don Pietro sostituisce il rettore del convitto dietro invito del vescovo Eugenio Clari. Nell’ottobre del 1898 rinuncia come rettore. Tutti i giovani esprimono il loro rammarico e apprezzano per essere guida saggia e paterna. Grande zelo e amorevolezza di padre rivolge alla gioventù viterbese, come educatore e amico dei giovani: il don Bosco di Viterbo. E’ padre spirituale di don Alceste Grandori. Nascerà una profonda amicizia spirituale tra i due tramite rapporti epistolari. Don Pietro è anche un apostolo della carità, fonda la “Charitas” come pubblica assistenza ai malati mettendola sotto la protezione di S.Giacinta Marescotti. Per le sua dote di prudenza e per il suo saggio consiglio è incaricato a volte di fare da paciere. Come giovane predicatore è efficace nel ministero della parola e riesce a commuovere e a illuminare le intelligenze. Il segreto della sua predicazione è riposto nella sua interiorità.

La sua parola è accessibile a tutti per la semplicità e la spontaneità, dal richiamo di scrittori sacri e dagli esempi della vita quotidiana. Il riconoscimento della sua opera di evangelizzazione giunge da papa Leone XIII che il 24/11/1891 lo dichiara Missionario Apostolico. Lo si vedrà girare per le città d’Italia predicando Cristo Crocifisso. Nel 1905 per volere del papa Pio X è ascritto tra i canonici della Cattedrale di Viterbo e il 16/7/1906 è nominato cappellano del carcere. All’improvviso il 13/9/1906 viene nominato vescovo da papa Pio X, consacrato vescovo al Collegio Capranica a Roma il 23/12/1906 dal cardinal Respighi. L’ingresso nella diocesi di Cassano Jonio avviene il 19/3/1907.

La sua premura si estende ai sacerdoti, al seminario e ai fedeli. Dà nuove direttive al seminario, riforme al clero con l’introduzione alla pratica degli esercizi spirituali. Ama i sacerdoti mostrando la sua amorevole paternità di pastore. Per il 25°di sacerdozio ha premura di inviare le offerte dei regali ai ragazzi vittime del terremoto di Messina del 28/12/1908, in questa occasione rivede don Luigi Orione con il quale nasce una stretta collaborazione per aiutare gli orfani. Dal Papa è chiamato a Roma per lavorare come segretario nella Congregazione dei Riti dal 1910 al 1915 per la preparazione delle cause di beatificazione e di canonizzazione e assume l’incarico di Vicario del cardinale Respighi. Continua a coltivare la sua interiorità e ad esercitare la carità: visita malati, bambini, vecchi, istituti religiosi, viene chiamato per conferenze e per la sua parola apprezzata da tutti. Il 5/5/1911 muore la madre Maria.

Pio X nomina La Fontaine Patriarca di Venezia il 5/3/1915. Arriva a Venezia il 25 giugno in modo privatissimo. Il papa Benedetto XV lo eleva alla porpora cardinalizia il 10/11/1916. Si reca il 6 Dicembre a Roma per la cerimonia a cui viene imposta la mozzetta e la berretta cardinalizia. Grande e umile pastore, nonostante la guerra, rimane in città ad aiutare, riesce a salvare Venezia dalle bombe aeree.Tornata la pace, tornano i profughi fra tante povertà e lutti. Non si stanza di chiedere al papa aiuti finanziari. Una volta i Veneziani gli donano un grosso mantellone per ripararsi dal grande freddo, con una mano lo accetta e con l’altra lo spedisce alle suore di San Gioacchino perché ne ritagliassero tante mantelline per i fanciulli orfani e poveri. E quella volta che voleva dare un paio di scarpe ad un povero, il maggiordomo Oreste gli dice che non ce n’erano, il cardinale risponde: “Non dire bugie! In camera mia ce n’è un paio”. “Ma quelle sono sue”, risponde Oreste. “Dagli quelle, a me bastano quelle che porto ai piedi”. Nel conclave del febbraio 1922 poco ci mancava che diventasse papa.

Ha avuto relazioni con virtuosi sacerdoti ora dichiarati santi come san Giovanni Calabria di Verona, San Luigi Orione, il beato Andrea Longhin, il servo di Dio padre Giocondo Lorgna. Sale al Cielo il 9 luglio 1935 a Villa Fietta, la residenza estiva del seminario alle pendici del Grappa. L’11 luglio viene portato a Venezia in un corteo devoto e solenne tra la folla di popolo sino alla basilica di San Marco, dove ora riposa in attesa che la Chiesa lo proclami beato e poi santo. A lui è stata dedicata una via di Viterbo.

Gianluca Scrimieri

postato da: Spvit | 17:44 |