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mercoledì, ottobre 26, 2005

Il Mercatino del Viandante
ORTE (VT)
il 27 Novembre 2005
e ogni quarta domenica del mese
di fronte all’Uscita dell’Autostrada del Sole
Info: 3393337869 (Mauro)

26 Ottobre 2005
Anno XV n° 20


Ma che strana città!
Sono caduto di stile?
di Mauro Galeotti


Ma che strana città! scrivo della Commissione per l’ornato che secondo me è inesistente, pur esistendo, e che succede?, mi risponde la persona che proprio non ha nessuna colpa, anzi ha cercato, in effetti, a suo modo di vedere, di rendere migliore la facciata dove ha aperto il suo negozio.
Mi aspettavo almeno uno dei signori componenti la commissione che dicesse la sua, invece manco pel cacchio.
Inesistenti!!!
Volatilizzati!!
Insensibili!
...e che nomi sono in ballo! eccoli i componenti la commissione fantasma: presidente: Fosca MAURI TASCIOTTI, dirigente: architetto Emilio CAPOCCIONI; segretario: Mauro BIANCHI ed ancora architetto Ermete ARONNE, architetto Umberto CAMILLI, geometra Deborah CAPOROSSI, architetto Marco GINEBRI, geometra Antonello LUPINO, geometra Albertario MAINELLA, professore Guido MAZZA, ingegnere Danilo MONARCA, ingegnere Giorgio PACINI, geometra Umberto PIERINI e architetto Lucio QUATRINI.

Ma ecco cosa mi scrive il titolare del negozio in Via La Fontaine, che ho citato quale esempio di cattiva immagine che Viterbo dà ai suoi cittadini e, peggio, ai turisti, per la facciata dipinta solo intorno al negozio, mentre il resto è stato lasciato allo stato primitivo.

“Caro Mauro,
da tempo seguo ed apprezzo le tue coraggiose battaglie contro i danni che ignoranza e volgarità troppo spesso arrecano a questa città; dai lampioni istallati a caso ai platani sradicati senza pietà. Come ricorderai, ci siamo incontrati in occasioni in cui il solo esser presenti era testimonianza tangibile di sensibilità ed impegno per Viterbo.
Per questo sono costretto ad esprimerti un personale rammarico nel momento in cui, mio malgrado, mi trovo ad essere bersaglio delle tue critiche (“Un silenzio che fa rumore” ne “La Città” del 12 ottobre 2005).
Io penso che il commercio sia uno degli elementi che fanno la vita di un centro storico. La situazione a Viterbo, come ben sai, è invece drammaticamente diversa: basta una passeggiata per provare lo sconforto di vedere tanti e tali locali, un tempo sedi di fiorenti attività commerciali e artigiane, ridotti all’abbandono ed al degrado. Con quel che ne consegue per la vita civile e sociale della città.

Ebbene, io ho scelto di aprire un negozio in questo deserto, recuperando un locale trascurato da anni e restituendolo a quello che, oggi, n’è l’uso più congeniale: un negozio. Perdona la presunzione, ma sono convinto di aver fatto un ottimo lavoro dal punto di vista architettonico, valorizzando un angolo, certo infinitesimo, del centro storico.
Questo naturalmente grazie all’opera di tecnici, artigiani ed operai, tutti viterbesi, tutti molto bravi; e grazie anche alla paziente collaborazione dei vicini, negozianti ed abitanti, che hanno seguito, incoraggiandomi, i lavori. Da solo non avrei potuto farlo.
Ora tu lamenti che, nel rinnovare la facciata, io abbia provveduto solo alla parte riguardante il mio negozio. È fin troppo evidente che non spetta a me rifare l’intonaco di un palazzetto che non mi appartiene. Forse che un altro, più volenteroso, avrebbe potuto accampare simili pretese? La scelta pertanto è stata: lasciare tutto com’era, con i pezzi di calce cadenti sui passanti, o risanare la parte di mia competenza.
Il colore che con “un pugno” ha colpito il tuo occhio, è quello dell’intonaco grezzo: pronto per essere tinteggiato. Io il problema me lo sono posto e chiedo: tu quale avresti scelto, tra le tante sfumature che formano l’indefinibile gamma di colori di una facciata scalcinata?

Sui gusti non si discute e le critiche sono, per conto mio, non solo legittime ma doverose ed utili. Avrei tuttavia gradito che, nel censurare il mio lavoro, tu avessi anche espresso un sia pur minimo apprezzamento per il progetto commerciale che, in tempi niente affatto favorevoli, ho voluto realizzare.
Davvero questa città ha bisogno d’improbabili commercianti-benefattori, o non piuttosto di amministrazioni capaci di rendere conveniente l’avvio di iniziative commerciali e artigianali qualificate? Non sarebbe più opportuno promuovere, più che imporre, una decorosa manutenzione degli immobili? Per questo permettimi di considerare la richiesta d’intervento alle autorità competenti, prima ancora di sapere come stanno le cose, una caduta di stile.
Vieni a trovarmi, Mauro, al negozio. Mi darai così l’opportunità, ed il piacere, di illustrarti nel dettaglio il lavoro che ho svolto e lo spirito che l’ha animato.
Con simpatia,
Pierluigi Ortu”.

Caro Pierluigi,
grazie della lettera, ma certo tu eri l’ultimo che pensavo si offendesse dopo il mio scritto. Intanto ti dico che hai realizzato un negozio, al suo interno, di tutto pregio e prestigio. Passando ho lanciato qualche fugace occhiata ed ho apprezzato il suo contenuto, l’armonia e la particolarità nella scelta degli oggetti esposti in vendita. I miei complimenti e ringraziamenti per aver dato vita, come dici tu, ad un angolo, certo infinitesimo, del centro storico. Se tutti facessero come te il centro storico non morirebbe. Ma tornando a quello che scrivi, non ritengo affatto che spetti a te rifare l’intonaco del palazzetto, perché non è di tua proprietà. Ma è pur vero che, certamente, non compete a te quella che tu stesso chiami la parte di mia competenza, riferendoti alla porzione della facciata in cui si trova il tuo negozio.
La facciata deve essere rifatta, intonacata, imbiancata a spese dei proprietari del palazzo, i quali avrebbero dovuto imbiancarla nel suo intero. Non lo hanno fatto, non lo fanno, allora qui dovrebbe intervenire l’Amministrazione comunale per difendere il decoro della città. Dovrebbe imporre l’imbiancatura dell’immobile, non si può concepire in una città che vanta la viterbesità, vanta di essere città termale, vanta di essere città universitaria, vanta di essere città dei papi, non si può concepire che percorrendo una via, le facciate imbiancate stonino per la loro vicinanza con le facciate decrepite.
Inoltre, non ho criticato il colore da te scelto, non è quello che ha colpito il mio occhio con un pugno, metti pure il colore che vuoi, il pugno nell’occhio, a cui mi riferivo, è lo stacco, assai pesante, tra la parte da te ripulita e la parte superiore rimasta sporca.
Se tutti i negozianti adottassero questo modo di intervenire, avremmo una città arlecchino, una città dove ognuno fa quello che gli pare, una città che si ferma a metà della sua altezza. Ma sei mai stato in Val d’Aosta? sei mai stato a Merano? a San Remo? non riuscirai a trovare un palazzo con la facciata sporca, abbandonata, scalcinata.
Il rispetto per la città, per gli altri, per se stessi è anche imbiancando la facciata del proprio palazzo. Lassù al nord, qualcosa avranno pur escogitato perché le facciate delle case siano sempre pulite! i nostri signori della Commissione per l’ornato vadano a scoprirlo!

E tu mi parli di caduta di stile, da parte mia, perché sollecito la Commissione per l’ornato ad esistere, a farsi sentire.
Se una Commissione per l’ornato fosse efficiente, certo non dovrebbe punire te, che hai ripulito parte della facciata, ma dovrebbe imporre ai proprietari di rendere decente il loro palazzetto, imbiancandolo.
Una Commissione per l’ornato farebbe buttare via i portoni e le finestre in anodizzato a san Pellegrino, farebbe togliere le parabole dai palazzetti medievali, farebbe rispettare di più i nostri monumenti. Guarda Fontanasfera al Murialdo.
Guarda la Domus Dei che cade in pezzi. Guarda le dimenticate cadenti mura civiche all’inizio della Valle di Faul, al di sotto di Via sant’Antonio. Guarda Porta Faul col tetto bucato. Guarda la Chiesa di santa Croce a Faul caduta in pezzi! Ed io sarei caduto di stile? a Pierlui’ ma fammi il piacere... come diceva Totò.
Mauro Galeotti



...e con la carrozzina?
di Agnese Galeotti

Qualche giorno fa con la macchina non ho potuto fare a meno di notare l'indisciplina totale da parte dei pedoni che attraversano Porta Romana e ancor peggio Porta della Verità.
Infatti, nonostante in entrambe le porte vi sia il passaggio pedonale moltissime persone entrano direttamente dalla porta, ovvero nel mezzo del percorso delle autovetture.
Però ragionandoci più attentamente ho notato che entrambe le porte sono prive di un passaggio per i portatori di handicap.
Infatti, mentre i pedoni possono decidere se essere indisciplinati e mettere a rischio la loro incolumità non passando per la giusta via, le persone diversamente abili hanno ben poco da decidere.
Costrette a passare direttamente attraverso la porta, rischiano di essere investite dalle auto.
Il tutto aggravato anche dalla difficoltà di scansarsi in breve tempo a causa della carrozzina.
La situazione è veramente pericolosa. Perché non si trova il modo di adeguare i passaggi pedonali anche per o diversamente abili? Possibile che in tutti questi anni nessuno ha pensato anche a loro?

Come si sa a Porta Romana e ancora peggio a Porta della Verità, i passaggi pedonali sono privi di scivolo per le carrozzelle, anzi, ci sono addirittura alcuni scalini. Spero e credo sia giusto che questo problema sia risolto il prima possibile, anche se mi rendo conto che non sia facile attuare lavori sulle mura antiche, sicuramente protette come beni culturali. Ma, con il massimo rispetto per esse e per ogni monumento che racconta la storia della nostra città, sono certa che la protezione per una persona valga più di quella di parte delle mura, molto spesso trascurate dalle varie amministrazioni comunali.
Vorrei far notare un’altra pecca.

Il sottopassaggio che conduce da Piazza Crispi a Porta della Verità è, anche esso, inadeguato ai diversamente abili, infatti, entrambi gli accessi sono ostacolati da scale.
Mi chiedo, un portatore di handicap che da Piazza Crispi volesse arrivare a Porta della Verità, cosa dovrebbe fare? attraversare la strada con la carrozzina?, una strada anche abbastanza trafficata dalle autovetture.
Confido che queste barriere architettoniche vengano abbattute e che si pensi un po' di più anche a chi non ha la fortuna di poter camminare con le proprie gambe.
Agnese Galeotti



Cristofori o Cristofari???
di Bruno Matteacci

Sono piccoli suggerimenti quelli che voglio dare questa volta, dato che per il momento tanti “suggerimenti” sono stati recepiti dall'Amministrazione comunale.
Sono piccoli, ma le cose grandi sono fatte da cose piccole.
Nel quartiere Pilastro le amministrazioni, che si sono succedute nel tempo, hanno inteso onorare un grande personaggio viterbese, intestandogli una via del quartiere che inizia da Viale Bruno Buozzi e termina in Via Luigi Rossi Danielli.
Parlo dello storico Francesco Cristofori, nato a Viterbo il 12 maggio 1859 e deceduto a Viterbo il 10 aprile1939.
Onorare e ricordare un illustre concittadino è un dovere di chi ha la facoltà di farlo, ma santo Iddio, su tre targhe della toponomastica, due sono sbagliate in quanto, le passate amministrazioni, hanno fatto fare due targhe con il cognome errato, scrivendo: Cristofari, invece di Cristofori.Altra targa, della toponomastica cittadina, che va riveduta è quella di Via San Benedetto Menni, proprio vicino all'ingresso della Casa di cura “Villa Rosa”.

In loco sono due targhe: una con la scritta Via Padre Menni, che deve essere tolta, e l'altra con la giusta iscrizione. All'Amministrazione di oggi chiedo di riparare l'errore, di chi l'ha preceduta e, approfitto, per segnalare l'opportunità di mettere, all'uscita della tangenziale, direzione Strada Cassia Nord, una targa direzionale, con la scritta “Cimitero”. Altra segnalazione che voglio fare, in quanto spronato da alcuni cittadini, è relativa al servizio urbano effettuato dalla “Francigena”, che ha soppresso il passaggio del pullman della linea “A” davanti al cimitero. Invito l'Amministrazione comunale e, per essa la “Francigena”, a non esasperare chi già soffre tanto e che sente la necessità di andare sul “sacro terreno” del cimitero dove sono i propri cari. Attendo una benevola presa in considerazione di quanto segnalato.
Bruno Matteacci



Festival del teatro
di Francesca Bruti

Anche quest’anno si rinnova a Viterbo l’amore per l’arte del teatro. Domenica 23 Ottobre ha avuto inizio il Festival Nazionale di Teatro Amatoriale, nato nel 1996, grazie all’impegno congiunto del Comitato Provinciale FITA (Federazione Italiana Teatro Amatori) di Viterbo, del Comune e della Provincia di Viterbo. Per festeggiare la 10ª edizione del Premio Città di Viterbo, la presidenza della manifestazione non ha emanato come ogni anno il bando di concorso per far partecipare al festival le compagnie teatrali, ma ha scelto di invitare le compagnie vincitrici di altri concorsi e rassegne a livello nazionale. Quindi, Viterbo farà da cornice ad un ottimo cartellone teatrale, in cui le migliori compagnie nazionali di teatro amatoriale porteranno in scena opere di grandi autori italiani e stranieri. A far da padrona di casa sarà la Compagnia Teatrale F.A.V.L. di Viterbo, nata nel 1985 con lo scopo di promuovere la cultura del teatro, in particolare tra i giovani. Le compagnie si esibiranno ogni domenica pomeriggio alle 17.30 al Teatro San Leonardo di Viterbo; fino alla Serata di Gala conclusiva del 18 Dicembre, in cui si esibirà la Compagnia F.A.V.L. e sarà consegnato il Premio al gruppo vincitore. Questa manifestazione è l’occasione per far avvicinare grandi e piccoli al bel mondo del teatro, una delle arti più antiche della cultura italiana.
Ecco il cartellone degli spettacoli:
_ 23 Ottobre - La Barcaccia di Verona con “Sior Todero Brontolon” di Carlo Goldoni
_ 30 ottobre - Amici del teatro di Enna con “Questi fantasmi” di Eduardo De Filippo
_ 6 Novembre - Il canovaccio di Pisa con “Black Comedy” di Peter Shaffer
_ 13 Novembre - Accademia teatrale di Sicilia di Raffadali (AG) con “Vestire gli ignudi” di Luigi Pirandello
_ 20 Novembre - Filarmonico drammatica di Macerata con “Lo zoo di vetro” di Tennesse Williams
_ 4 Dicembre - La compagnia vincitrice del Premio Fitalia si esibirà con lo spettacolo Premio Fitalia 2005
_ 18 Dicembre - Compagnia teatrale F.A.V.L. di Viterbo con “Quaranta… ma non li dimostra” di T. e P. De Filippo
Francesca Bruti



SOTTOASSEDIO
di Antonello Ricci

Italia 1921-22. Una delle pagine più tragiche nella storia del nostro Paese. Anni di guerra civile vera e propria. Potremmo essere ovunque. Siamo a Viterbo. Dal coro appassionato del popolo viterbese, uomini e donne anonimi e senza volto, mani di pietra e un cuore da leone, si fanno avanti alcuni personaggi. Un ragazzino diventato uomo in uno scontro di piazza. Un giovane che si congeda dalla vita quasi senza rendersene conto, tradito dagli amici, arrogante e coraggioso fino all’ultimo. Un vecchio condannato per un omicidio mai commesso: come il marinaio di Coleridge, egli è rimasto prigioniero dei propri ricordi, ogni sera va dal prete e gli racconta di quella “ingiustizia subita ai tempi del fascio”. Due madri impietrite dal dolore. Ciascuna un figlio ammazzato. La prima, straniera e aristocratica, è annichilita dall’orrore per una violenza tutta “locale”, totalmente incomprensibile ai suoi occhi. L’altra invece, testarda popolana vitorbese, nei giorni del dilagante conformismo in camicia nera saprà dare il commovente esempio d’una Resistenza declinata al femminile. Infine, una lapide-simbolo che, divenuta meta di pellegrinaggi politicamente imbarazzanti, sarà rimossa per volere dei gerarchi locali. Difesa da alcune donne viterbesi con le unghie e un disperato orgoglio di classe, tornerà al suo posto nei giorni della Liberazione…

Nato da scrupolose ricerche d’archivio, Sottoassedio porta in scena e indaga sentimenti e risentimenti, affetti ed effetti, odi e rancori di parte accesi e moltiplicati dalla violenza dello squadrismo fascista nella insanguinata stagione che precedette la marcia su Roma e l’avvento del regime. Il testo, di Antonello Ricci, si basa sulla meticolosa ricostruzione e su una interpretazione storiograficamente rigorosa dei cosiddetti “fatti di Viterbo”. A partire dal vaglio sincero e spassionato di tutte le fonti disponibili (dagli atti processuali alle carte di polizia, dagli articoli di giornale alle foto d’epoca, dai memoriali scritti alle testimonianze orali) e attraverso la messinscena della sua folla di personaggi “inventati dal vero” Sottoassedio rievoca nel linguaggio del dramma (fatto di parola detta - a volte, perché no?, parola dialettale - ma anche di gesti e silenzi, di rulli di tamburo e versi improvvisati, di canzonette e cori) alcuni gravi episodi di violenza politica accaduti a Viterbo tra la primavera 1921 e l’estate 1922. Nella convinzione che rivivere teatralmente certe vicende o, se si preferisce, certi incubi, come in ogni psicodramma che si rispetti, sia il primo passo necessario per una buona terapia. Ma qui il discorso si farebbe lungo…

Stampalternativa, Associazioni culturali “Achille Poleggi”, “Frisigello” e Arci Nuova Associazione presentano:
Gruppo teatrale “Volgiti, che fai”
Sottoassedio di Antonello Ricci ex-chiesa di Sant’Orsola, via San Pietro 2, Viterbo, sabato 5 novembre, ore 21, domenica 6, ore 18, ingresso a sottoscrizione, sabato 5 la messinscena sarà preceduta dalla presentazione del libretto di sala: Sottoassedio, Viterbo '21-'22, a cura di Silvio Antonini, Stampalternativa, Viterbo 2005 (foto d’epoca Archivio Mauro Galeotti) - interventi di Alfio Cortonesi (Università della Tuscia) e Alberto Prunetti (autore di Potassa. Storie di sovversivi, migranti, erranti, sottratti alla polvere degli archivi, Stampalternativa, Roma 2003) domenica 6 la messinscena sarà invece preceduta da “C'era una volta un'altra Viterbo”, lezione-racconto di Antonello Ricci
(durata della performance teatrale 45’ – durata totale dell’evento 1h e 45’)

VITERBO ’21-’22 – I FATTI
2 maggio 1921. Campagna elettorale per le politiche. A Viterbo, un lacero e scarmigliato Bottai prende parola da un balcone in piazza delle Erbe. O almeno tenta. Perché dabbasso un popolo di mezzadri e cavatori, anarchici e socialisti, repubblicani e comunisti lo fischia, impedendogli di parlare. Lo raggiunge lo scalpellino Duilio Mainella, repubblicano e ardito del popolo, che lo affronta in contraddittorio. Il comizio, in altre parole, appena cominciato è già finito. I pur numerosi fascisti, intervenuti da Roma e dall’Umbria, si arrendono all’evidenza: abbandoneranno la città. Ma non prima di aver dato vita a violenti scontri a piazza della Rocca. Ci scappa il morto. Il giovane Antonio Prosperoni il quale, inerme e incolpevole, rincasava dal lavoro. Viterbo, in lutto, resiste inespugnata. Ma è solo questione di tempo. L’assedio è cominciato.
Il 10 luglio, per l’inaugurazione del gagliardetto del fascio locale, le vie della città sono presidiate da gruppi di fascisti orvietani armati fino ai denti. Ovunque intimidazioni, soprusi, malmenamenti, ferimenti. La popolazione, terrorizzata, si barrica in casa. Qualcuno decide di reagire. Tafferugli isolati. La forza pubblica non brilla per iniziativa. Dalla sua casa nei pressi di via Cairoli, il contadino Tommaso Pesci ode colpi d’arma da fuoco, uno dei figlioletti manca all’appello, decide di affacciarsi per strada. È freddato sull’uscio da un colpo di revolver. Due giorni dopo, è il 12, funerali solenni, con la città in sciopero e in stato d’assedio: esercito alle porte, manipoli di arditi del popolo a guardia delle mura medievali, qualche centinaio di fascisti accampati nell’immediato suburbio. È di passaggio per Viterbo un’Alfa Torpedo su cui viaggia, di ritorno da una gita e diretta a Roma, la signora Lucille Beckett coi suoi 3 figli. Tragico equivoco o macabra provocazione?
L’auto è investita da una gragnola di colpi d’arma da fuoco. Perde la vita il secondogenito della signora Beckett, il quindicenne Jaromir Czernin. Anche stavolta i fascisti non ce l’hanno fatta. Ma l’assedio si stringe.
Passa un anno, uno soltanto. Tutto è cambiato però, quando la sera del nove luglio 1922 tre sicari fascisti uccidono a coltellate sulla pubblica via il venticinquenne Antonio Tavani, ardito del popolo. Tutto è cambiato. Perché ai funerali, pur imponenti per adesione di popolo, saranno di fatto assenti le istituzioni. Perché la città sarà presidiata per giorni da squadre fasciste. Perché l’opinione pubblica negherà il carattere politico dell’omicidio preferendo ascriverlo invece alla categoria dei reati comuni. Ma soprattutto perché i sicari conoscevano bene l’assassinato essendo stati tutti, fino a poche settimane prima, anarchici e arditi del popolo essi stessi. A dimostrazione che il vero assedio si stava consumando altrove. Nella nascosta camera della coscienza. E in tanti avevano già capitolato. Alla violenza dello squadrismo. Al conformismo.



Azioni prodiane
di Claudio Santella

Il professore Romano Prodi, per cercare di raggranellare voti in vista delle prossime elezioni politiche, ha detto la sua sui matrimoni di fatto. Successivamente, vista la reazione, ha cercato di chiarire quanto aveva detto, per non perdere i voti di altro elettorato.
Caro professore, lei si è espresso benissimo, in buon italiano, senza dare adito ad equivoci, il suo intervento era mirato: voleva il consenso elettorale da parte di quei cittadini che, immersisi in una situazione di fatto ibrida, aspettano, come la manna dal cielo, che qualcuno riconosca loro quei diritti che lo Stato riconosce a chiunque sia disposto a seguire le regole che lo Stato stesso si è dato. Non solo è stato chiaro, ma ha lasciato loro intendere, tra le righe, molto di più di quanto tra le righe era scritto.
Lo Stato, però, per riconoscere qualsiasi diritto, impone un onere corrispettivo, perché, caro professore, così come è vero che l’uomo si riunisce in società per avere dei vantaggi, è altrettanto vero che, per averli, deve pagare il biglietto d’ingresso, biglietto che consiste nel vivere onestamente con gli altri, secondo le regole che la società si è data. Ricorda professore? Iuris praecepta sun haec: honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere. Lo ha detto Ulpiano, che viene studiato nelle università, Ulpiano che ha avuto gratificato il suo sapere giuridico da Giustiniano, che di diritto se ne intendeva. Inutile sottolineare che è lo ius che caratterizza la società; queste cose Lei le sa benissimo.

Non si possono godere i benefici del vivere insieme agli altri senza rispettare le regole. Diversamente si vanno a minare le stesse regole che lo Stato si è dato, si vanno a minare le stesse istituzioni su cui lo Stato stesso si poggia. Regole diverse per situazioni diverse, altrimenti, giova ripeterlo, si ledono i diritti degli stessi altri, di coloro che non hanno paura di assumersi degli obblighi, che non hanno paura di assumersi degli oneri sociali per conquistare delle situazioni giuridiche, che non pensano solo a se stessi ed ai propri interessi. L’istituto sociale della famiglia risponde a determinati requisiti ed all’adempimento di alcuni oneri. Una famiglia dà dei diritti, ma impone anche degli obblighi. Una situazione diversa non è una famiglia, non impone gli stessi oneri, non dà e non può dare gli stessi diritti. Vivere in società con spirito egoistico non solo non è lecito, ma è un controsenso. Di azioni proditorie ne abbiamo già avute abbastanza! Per favore facciamola finita. Dia, lei che è professore, l’esempio. Non pensi solo a racimolare voti sacrificando, per essi, principi che esistono dalla notte dei tempi in qualsiasi raggruppamento sociale. Lei che è professore di economia calcoli meglio la sua epsilon, vedrà che di voti, probabilmente, ne prenderà di più.
Claudio Santella



Roccalvecce
di Riccardo Manca

Roccalvecce sorge sulla strada che anticamente collegava Celleno con Graffignano. I suoi feudatari più importanti, membri delle famiglie Gatti e Baglioni ebbero a lungo il dominio di questo feudo e dei territori circostanti. Le prime notizie risalgono al 1199, anno in cui si narra che Rinaldo del Veccio, nobile condottiero, fu ucciso nel corso della famosa battaglia tra viterbesi e romani, al piano della Sala. E’ certo che Roccalvecce fu, nel Medioevo, un centro importante ed ambito. Conquistato da Ottone IV, nella lotta contro Innocenzo III, venne ben presto recuperato dai Viterbesi.

Occupato dai nemici nel 1254, veniva riscattato da Corrado ed Ugolino d’Uffreduccio Monaldeschi che erano condomini affittuari della Rocca. Nel 1303, Roccalvecce venne coinvolta nella lotta che devastava il Patrimonio di S. Pietro in Tuscia. Intorno al 1452 Roccalvecce passò nelle mani della famiglia Gatti che già ne possedeva i due terzi e che, per volere di Nicolò V, otteneva anche la parte restante del borgo dall’ospedale S. Spirito in Sassia di Roma. Il castello restò di proprietà di questa famiglia fino alla fine del 1400 quando, Giovanni Gatti, asserragliato a Celleno, si rifiutava di cedere le sue proprietà.

Quando venne ucciso, Alessandro VI espropriò tutti i beni della sua famiglia, ma grazie all’intervento del Cardinal Giovanni Colonna parte delle proprietà rimasero nelle mani della sua vedova, Ippolita Baglioni. Tra queste era inserito anche Roccalvecce ed il suo feudo. Nel 1579, in seguito ai successivi trasferimenti dotali ed ereditari ed a questioni interne alla famiglia dei suoi feudatari, Roccalvecce passò ai Baglioni. A metà del secolo XVII i Baglioni vendevano il castello ai Costaguti per 61500 scudi. Nello stesso anno il popolo del Comune giurava fedeltà al nuovo proprietario del castello.

Da quel momento, Roccalvecce rimase sotto la giurisdizione dei Costaguti, che si occuparono del restauro del suo castello e di alcuni lavori di sistemazione ed ampliamento del borgo. Il 13 Aprile 1946, alcune persone di Civitella d’Agliano e di San Michele in Teverina (a bordo di un mezzo pubblico) cadevano giù per un precipizio, uscendo prodigiosamente illesi. Il miracolo fu subito attribuito alla Madonna del Nespolo. Un uomo, con tanto spirito di altruismo, recuperò il mezzo mediante il suo carro trainato da un paio di buoi.
Sono fiero di scrivere che quell’uomo, Renato Valentini, era mio nonno materno.
Riccardo Manca



Gli anni passano
di Bruno Matteacci

Visto che gli anni passano e mai ho sentito dire due parole o veduto una corona o un mazzo di fiori, depositati all'angolo di Porta della Verità, dove è una lapide con la scritta: Il 24 ottobre 1867 / dai nemici della libertà / qui caddero uccisi / Luigi De Franchis maggiore garibaldino / Gioacchino Alluminati trombettiere / padre Manetto Niccolini / dell'Ordine dei Servirti.
Sono convinto che nessuna goccia di sangue è stata versata, inutilmente, da chi ci ha preceduto e che tutto dobbiamo a chi non è più tra noi, in particolare se teniamo conto che le radici della libertà hanno origini molto lontane.

Quindi, ricorrendo il centotrentottesimo anniversario dalla morte dei tre difensori della libertà, vada un deferente pensiero ha coloro che hanno sacrificato, lottato e perduto la propria vita per il più grande ideale: la libertà, che troppo spesso si dimentica la sua bontà.
E' sempre valido il detto che la libertà è come l'aria, la si apprezza quando non c'è più. Grazie Luigi, grazie Gioacchino, grazie padre Manetto da parte de La Città .
Bruno Matteacci





postato da: Spvit | 14:18 |

mercoledì, ottobre 12, 2005

Il Mercatino del Viandante
ORTE (VT)
il 23 Ottobre 2005
e ogni quarta domenica del mese
di fronte all’Uscita
dell’Autostrada del Sole
Info: 3393337869 (Mauro)

12 Ottobre 2005
Anno XV n° 19

Dov’è la Commissione per l’ornato?
Un silenzio che fa rumore
di Mauro Galeotti

Che la nostra città abbia e stia cambiando aspetto in questi ultimi anni è indiscutibile. Questa Amministrazione comunale qualcosa ha pur fatto per dare un’immagine diversa a Viterbo, certo discutibile secondo in quale posizione ci si trova e secondo gli interessi che vengono più o meno toccati.
Gradevole, ad esempio, l’illuminazione delle porte cittadine, meno riuscita invece l’illuminazione delle mura in Viale Capocci, infatti, quest’ultime sono al buio e i bianchi lumini accesi, tra un merlo e l’altro, danno un brutto effetto cimiteriale, oserei dire... spettrale.
Bella la ristrutturazione di Piazza della Morte, anche se ancora da portare a termine, con la fontana che getta acqua pulita, depurata, una novità che distingue la nostra città. Questo spero sia solo l’inizio, almeno così mi accennava l’assessore Antonio Fracassini.
Infatti, Antonio, mi riferiva che saranno realizzati interventi importanti sulle fontane viterbesi e per esse sarà possibile la valorizzazione attraverso sapienti punti luce che non vadano ad invadere la fontana stessa, la sua struttura deve rimanere così com’è.
O meglio, gli interventi per renderla visibile di notte, devono essere messi in opera all’intorno della fonte stessa, sugli edifici che la circondano.
Importanti anche i lavori in atto alle mura cittadine vicino Porta Bove e alla Torre del Bacarozzo, prospiciente il Torrente san Pietro.
Per questo apprezzo l’Amministrazione comunale, come direttore di questa testata, che si è battuta più volte perché quei tratti di mura fossero restaurati.
Ma un aspetto che disturba il progetto e la volontà dell’Amministrazione comunale di rendere più bella la nostra città è lo stato di assoluto abbandono e mancato controllo da parte della Commissione per l’ornato in merito all’imbiancatura delle facciate dei palazzi e delle case.
Cosa accade a Viterbo?
Non di rado, percorrendo una via della città, ci si trova di fronte all’alternarsi di un palazzo con la facciata ripulita ed imbiancata a regola d’arte e ad un altro sozzo lercio da terzo mondo.
Oppure capita di peggio! se un negozio viene ristrutturato cosa fa il proprietario? fa verniciare solamente la facciata che interessa il proprio punto vendita, creando così uno stacco visivo incredibile, tra la facciata imbiancata e la facciata rimasta così com’era.
Un esempio per tutti, se vuoi andarlo a vedere, è in Via cardinal La Fontaine, angolo Via delle Fabbriche. Un pugno nell’occhio!
Ma va tutto bene madama la marchesa, nessuno dei signori che compongono la Commissione per l’ornato del Comune di Viterbo li ho sentiti protestare, intervenire, insomma dire qualcosa. E nella Commissione ci sono fior fiore di laureati, con due palle così, ma nulla... tutto tace!
Per curiosità ho preso i loro nomi dal sito del Comune, per capire chi sono:
Presidente: Fosca MAURI TASCIOTTI. Dirigente: arch. Emilio CAPOCCIONI. Segretario: Mauro BIANCHI ed ancora arch. Ermete ARONNE, arch. Umberto CAMILLI, geom. Deborah CAPOROSSI, arch. Marco GINEBRI, geom. Antonello LUPINO, geom. Albertario MAINELLA, prof. Guido MAZZA, ing. Danilo MONARCA, ing. Giorgio PACINI, geom. Umberto PIERINI e arch. Lucio QUATRINI.
Come vedi tra geom. arch. ing. prof., chi più ne ha più ne metta, le sigle si sprecano, ma costoro non sprecano una parola sulle vergognose parabole installate a san Pellegrino, a Pianoscarano, nel centro storico della città.
Non una parola sulla indigesta, antiestetica, assurda, improponibile, opprimente, pericolosa, antenna dei telefonini, installata su un tetto di una casa prospiciente la Fontana di Piano Scarano.
Non una parola sulla ristrutturazione della Chiesa di santa Croce a Faul, sull’ex mattatoio, sull’ex gazometro, sui portoni e le finestre anodizzate nel quartiere medievale eccetera eccetera eccetera.
Un silenzio totale.
Un silenzio sconvolgente.
Un silenzio che fa rumore assordante nelle orecchie e disturba accecando gli occhi.
Mauro Galeotti



Problemi al Carmine
di Bruno Matteacci

Alcuni amici, del quartiere Carmine, hanno chiesto l'intervento del nostro quindicinale allo scopo di rappresentare, al Sindaco del Comune di Viterbo, determinati problemi esistenti sul territorio del quartiere.
Mi sono recato in Largo Biferali dove mi attendevano delle persone, fra le quali una signora che teneva, nella mano sinistra, il guinzaglio del proprio cagnolino e nella mano destra un grosso bastone.
Alla vista della signora è venuta spontanea la domanda sul perché la predetta girasse con quel grosso bastone.
La risposta è stata: "Qui nel quartiere, precisamente in via Corrado Alvaro e Largo Biferali è presente un cane meticcio di colore nero, che aggredisce i passanti.
Quando vede cani di stazza piccola, si avventa contro di essi; io che ho tentato di difendere il mio cagnolino, sono stata assalita dal meticcio; del fatto è stata data segnalazione alle autorità locali senza aver visto alcun effetto, positivo, dopo la segnalazione".
Si dice che "una ciliegia ne tira altre"; migliore proverbio non poteva essere citato in questo circostanza, perché di problemi, risolvibili, ce ne sono altri che di seguito elenco:

- la tabella della toponomastica di via Giuseppe Ricci è letteralmente nascosta tra la siepe, pertanto sarebbe opportuno che, la palina con la targa, venga spostata sul lato opposto, allo scopo di renderla visibile;
- il segnale orizzontale "STOP", al termine di Via Giuseppe Ricci, nel punto di immissione su Via Corrado Alvaro, dovrebbe essere spostato, di qualche metro più avanti in quanto, attualmente, non si raggiunge lo scopo prefisso dalla segnaletica stradale perché le auto, provenienti da sinistra, non si vedono dall'attuale posizione;
- in Via Domenico Bastianini, nel punto in cui si immette Via Agnesotti, sul lato sinistro di quest'ultima, sono presenti quattro cassonetti, per la raccolta dei rifiuti solidi urbani, che ostruiscono la vista delle auto provenienti da sinistra. Sarebbe il caso spostarli sul lato destro. L'errore di collocare i cassonetti sulla sinistra degli incroci o dei passi carrabili era uso del Comune, con il C.E.V. nulla è migliorato, anzi;
- in Via Cassia Sud, all’altezza del numero civico 21, sono presenti cinque cassonetti che coprono totalmente la visuale a chi deve andare in via V. Lupattelli o nella vicina via; a tale proposito faccio notare che in loco è stata messa a dimora una targa recante la scritta "via V. Lupatelli", con una sola T, mentre dovrebbe essere scritta con due;
- in Via Vico Squarano, nel punto in cui è il semaforo, è un segnale indicante l'obbligo di direzione a destra, verso Via Agostino Solieri che, stante le sue dimensioni e la collocazione troppo bassa, può esser un serio pericolo per il pedone che di notte, non vedendolo, potrebbe batterci la testa;
- proseguendo su Via Vico Squarano, all’altezza del numero civico 101 è un segnale d'obbligo di direzione verso la Cassia Sud, proibendo così la svolta a sinistra, su Via Salicicchia, che è a senso unico. Sulla base della segnaletica stradale esistente, gli abitanti di Via Salicicchia non possono raggiungere le proprie abitazioni, se non commettendo una infrazione al Codice della strada. Per ovviare l'inconveniente è sufficiente togliere quel segnale d'obbligo.
Grazie!
Bruno Matteacci



Passeggiando a Viterbo
di Claudio Santella

Me ne andavo a spasso tutto solo per le vie di Viterbo, di mattino, a buon’ora, tutto immerso in me stesso e tutto preso a contemplare le caratteristiche di questa o quella strada, di questa o quella piazza, quando, giunto all’altezza di piazza del Teatro, mi imbatto in un amico di vecchia data, architetto, anche lui a spasso per la città.
Scambiatici cordialmente e sinceramente i rispettivi saluti ci siamo messi a passeggiare insieme non avendo, entrambi, impegni di alcun genere.
“Capiti a proposito e nel posto giusto, - gli dico io – perché stavo osservando via Marconi nel suo nuovo aspetto e desideravo avere il parere di un esperto, poiché, finora, ho sentito solo giudizi di gente comune che, mi è sembrato, si sia lasciata facilmente influenzare dalle apparenze ed abbia condizionato i propri giudizi al gusto personale.
Sobrio di costume e concreto nell’esprimersi, questo mio amico taceva. Pungolato affettuosamente ad esprimere un giudizio tecnico con un linguaggio, come si suol dire, accessibile al popolo, ha esordito dicendo: “Anziché valorizzare lo stile del ventennio, proprio della via, caratterizzata da emergenze architettoniche, chiaramente datate, che denunciano una cultura del periodo, cultura non bassa, si è operato senza un costrutto logico che si inserisse naturalmente nel contesto già caratterizzato”.
“Attento che scivoli – l’ho interrotto io prendendolo per un braccio - vedi, l’acqua uscendo dalla base dei contenitori di questi alberelli, anziché incanalarsi in apposite condotte, si disperde sul marciapiede di travertino e crea una melma viscida e verdognola che macchia il marciapiede ed è molto pericolosa per chi passeggia, soprattutto per i bambini, che, approfittando di una sorveglianza più blanda, dovuta alla mancanza del traffico veicolare, corrono liberamente tra le pianticelle messe in fila sul lato della via che costeggia la sede locale della Banca d’Italia; siamo agli inizi e già la manutenzione lascia a desiderare, e figuriamoci se si estenderà anche ai fiori!!!”.
“Grazie - risponde lui – ma sorvoliamo su questi interventi marginali e continuiamo; vedi – mi dice – osserva i due palazzi INA all’inizio della via; sono due propilei eretti nel rispetto di uno stile; pure la finitura, - prosegue questo mio amico, riferendosi ai palazzi INCIS che si trovano alla fine della via medesima, nelle vicinanze del Sacrario, - hanno una sua valenza architettonica ben delineata, anch’essa datata, così come i palazzi centrali sono caratterizzati da una architettura studiata, che ha una sua logica architettonica, come hanno una loro logica architettonica i palazzi che fanno angolo con via del Repuzzolo. Il tutto, a destra ed a sinistra presenta uno skie-line regolare in perfetto carattere con la linearità della direttrice viaria…”
“Mi sembra – l’ho interrotto io – che questi interventi vadano poco d’accordo con quanto mi stai dicendo,… questi alberi addirittura coprono questi valori architettonici e li nascondono alla vista, questi alberelli, ad altezza d’uomo, non lasciano vedere niente della via….”
“Te ne sei accorto anche tu, tutto quanto lo stile architettonico della via è stato interrotto e coperto con degli interventi a terra massicci, invasivi ed irreversibili. Oltre alla massiccia presenza cromatica del travertino i corpi estranei sono rappresentati dalle piante, da tutte le piante, non solo da quelle grandi. Da un punto di vista tecnico va puntualizzato che non si tratta di un intervento bello o brutto, ma di un intervento scorretto; da un punto di vista dell’analisi sull’origine della progettualità, sembra non aver tenuto conto delle origini storico architettoniche. Siamo sul grottesco, si è giocato su una sensibilità massificata, ma non colta, si è abdicato e si è rinunciato ad educare, si è alimentata l’ignoranza e si è andati appresso alle situazioni d’effetto che nascondono l’imbroglio. Si è solo cercato di appagare le masse”.
“In questo contesto la linearità della via doveva inglobare o escludere piazza della Repubblica? – gli chiedo io – e quest’ultima deve essere considerata parte integrante del tessuto medioevale della città, con il quale è collegata da via della Sapienza e da via Valle Cupa, o poteva divenire una espansione di via Marconi”?
“Nessuno dei due casi è stato contemplato. L’allargamento del marciapiede all’altezza della piazza è una manifestazione di timidezza a fronte di una volontà di non fare una scelta, una delle due. Se si fosse scelto di accentuare la linearità della via, si sarebbe potuto creare un diaframma, parallelo alla via stessa, tra la Banca d’Italia ed il palazzo INCIS, un elemento progettuale di dettaglio che non è stato realizzato forse perché troppo costoso, o forse troppo… impegnativo, o forse non ci si è proprio pensato.
Nel caso invece si fosse voluta inglobare la piazza nel contesto viario, quel modesto e timido allargamento proposto, avrebbe dovuto essere di dimensioni più vaste e la conseguente scelta architettonica sarebbe stata assai più impegnativa; ma ahinoi!! l’impegno progettuale complessivo appare carente delle necessarie informazioni storiche dell’epoca. In sostanza si è profuso un grande impegno solo per apparire, per realizzare una sceneggiata… scenografica…!!! per farsi dire dai più: “Che bellooo!!”.
“Che cosa guardi? - mi chiede il mio amico interrompendosi – ti vedo girovagare con lo sguardo…”.
“Scusa – gli rispondo io – ma non so dove buttare questo pezzo di carta che tengo tra le mani da un pezzo, non ho visto un cestino in tutta la via, che pure è finalizzata al passeggio….”.
Claudio Santella



BACCAIONATE

Enzo Ferrari. Sono portato a credere che quando andremo su Marte e chiederemo al primo marziano che incontreremo chi era Enzo Ferrari, ci sentiremo rispondere: “Quello delle macchine rosse”. Ebbene quest’uomo, che pure ha reso lustro alla Patria, nel tempo e nello spazio, come pochi altri, quest’Uomo che ha dimostrato che con l’applicazione ed il lavoro si possono raggiungere notevoli traguardi, quest’Uomo che è stato di esempio a diverse generazioni, quest’Uomo non ha mai avuto, per questo, alcun riconoscimento. Nessuno ha mai sentito il dovere di nominarlo senatore a vita. Ha fatto bene quest’Uomo ad andarsene in silenzio.

Valentino. La stessa cosa potrebbe dirsi, quando sbarcheremo su Venere, per Valentino. Il primo venusiano che incontreremo ed al quale porremo la domanda: chi era Valentino, ci risponderà: ”Quello dell’alta moda”. Naturalmente i nomi dei pianeti sono stati scelti un po’ a caso ed un po’ per sdrammatizzare questo andazzo che si va ripetendo nel tempo. Soltanto una microscopica parte delle persone che si sono distinte positivamente ed che hanno veramente illustrato la Patria ha dei riconoscimenti da parte della stessa; però appena appena si fa capolino nell’agone politico, allora ci accorgiamo che per ricevere onorificenze e prebende basta un nonnulla. Vedrete che in futuro, continuando così le cose, tra i signori politici si dovranno fare addirittura dei concorsi. Non mi credete? Provate a chiedere, all’estero, chi era questo o quel politico che è stato nominato senatore a vita e vedrete quanti vi risponderanno: “Chi era”?

In vista delle elezioni politiche dell’anno prossimo, i vari partiti, con i loro capi in testa, hanno iniziato la campagna elettorale, durante la quale non mancano gli insulti, le parolacce, le scorrettezze e quant’altro. Fanno bene questi “signori” ad agire in codesta maniera, così gli Italiani possono rendersi conto meglio con chi hanno a che fare, Dopo aver considerato che chi vota un candidato vuole sapere quello che costui intende fare e non vuole sapere se colui che non vota è più o meno bravo, desidero dare a questi “signori” un consiglio attraverso i versi di un grande che li ha visti da vicino: Trilussa.
L’ACQUA: La pila bolle e l’Acqua va sur Foco / ch’a poco a poco friccica e se smorza // Perché – je chiede l’Acqua – te lamenti / se sei tu stesso che me dai la forza? // (Chi riscalla la testa de le folle // tenga d’occhio la pila quanno bolle).

A proposito di Fazio, non si è riusciti a capire se il Governatore della Banca d’Italia viene redarguito a destra e a manca da tutti perché non ha sorvegliato a sufficienza chi doveva sorvegliare oppure perché ha sorvegliato a sufficienza chi non doveva sorvegliare. Ai posteri l’ardua sentenza.
Signor Direttore, Lei ha più volte criticato l’istallazione dei dossi artificiali su alcune vie della città sostenendo che gli stessi, oltre ad essere illegittimi, avevano anche un costo che poteva essere evitato. Orbene, per quanto riguarda i costi le sue osservazioni non sono cadute nel vuoto; recentemente l’amministrazione comunale ha optato per un’altra soluzione: anziché i dossi artificiali ha lasciato che sulle strade si formassero delle buche naturali. I dislivelli non sono più in altezza, ma in profondità, il risultato è lo stesso, il costo è zero. Amministrazione efficiente, efficace, economica. Le pare poco signor Direttore?

Alle sette e trenta di mattina gli addetti alla segnaletica stradale orizzontale sono già all’opera sulle strade della nostra città creando notevole intralcio al traffico veicolare. Non basta che a quell’ora non si veda l’ombra di un vigile urbano, è opportuno aggiungere inconveniente ad inconveniente.
Ma, direte Voi, anche gli addetti alla segnaletica stradale, anche i vigili urbani, hanno diritto ad un orario decente. Vi rispondiamo: supponete che ad uno di questi signori capiti di dover essere operato, con la massima urgenza, di appendicite, alle dieci di sera e che il medico, per le loro stesse esigenze – anche il medico ha diritto ad un orario decente – prenda servizio alle ore otto del mattino seguente, che cosa diciamo a questo malcapitato? Ripassa domani mattina? Fate Voi.
Baccaione



Attenti ai segnali
di Bruno Matteacci

Quando, per validi motivi, l'Amministrazione Comunale di Viterbo si vede costretta a modificare il senso di marcia delle autovetture, con l'apposizione dei dovuti segnali stradali; sarebbe il caso che tenesse, nella debita considerazione: le esigenze dei Commercianti di Viterbo e le difficoltà che trovano i "forestieri", per raggiungere il centro della città.
Tanto per fare un esempio: uscendo da Porta Faul si è informati che girando, subito a destra, lungo via del Pilastro, si può raggiungere Porta Fiorentina, tutto bene per chi conosce la toponomastica viterbese, ma per il "forestiero" ciò non è sufficiente, quindi sarebbe il caso di provvedere con la messa in uso dell'apposito segnale che indichi la direzione da seguire per raggiungere il "centro".
Con lo spirito di collaborazione, che intendo avere con l'Amministrazione Comunale, segnalo che in via Armando Diaz, provenendo da sud, è ancora presente un cartello, con il quale viene indicato che, sulla destra, hanno sede gli Ufficiali Giudiziari, quando gli stessi sono stati trasferiti da tempo.
Suggerirei, inoltre, di mettere nel tratto di svincolo tra la Cassia Nord e la Tuscanese, nelle rispettive curve a "raso", dei "pannelli "Bianchi con segnale in nero" indicante il senso della curva.
Sarebbero veramente utili al fine di evidenziare, maggiormente, sia la "curva" che l'ostacolo.
Bruno Matteacci



Emergenza posti
di Francesca Bruti

Da qualche mese Viterbo sta subendo una metamorfosi. In molte parti della città ci sono cantieri installati per lavori in corso, strade deviate, impalcature su impalcature. E soprattutto durante l’estate, sono stati apportati cambiamenti in modo da migliorare l’estetica di alcune piazze; vedi Piazza dei Caduti e Piazza della Morte. E tutto questo è positivo, perché significa che ci si prende cura della città. Anche se spesso la scelta di quali lavori sia necessario iniziare è alquanto discutibile, visto che ce ne sarebbero molti di interventi da fare o parti della città che da anni e anni richiedono un intervento urgente –vedi le numerose strade cittadine dissestate e piene di buche-, ma l’amministrazione ha deciso il più delle volte di intervenire là dove c’era meno “urgenza”, secondo me, per rispondere ad un’esigenza più estetica che funzionale. Ad ogni modo, proprio per un’esigenza estetica sono stati tolti molti parcheggi utili, come i posti auto fuori Porta della Verità, non dando però un’alternativa su dove parcheggiare, se non posti a pagamento. Ora che sono ricominciate le scuole, nel centro storico si vive nel caos più totale, perché tra macchine di genitori poste in tripla fila ad aspettare i figli fuori le scuole elementari e medie, e decine di motorini lasciati per tutta la mattina fuori le scuole superiori, o che i ragazzi parcheggiano senza rendersi conto che occupano spazi riservati alle auto… non solo girare in macchina e trovare parcheggio è sempre più un problema, ma anche camminare a piedi! Quindi credo che “l’emergenza posti” sia veramente urgente e chiedo all’amministrazione comunale se quanto prima sia possibile trovare una soluzione anche ai posteggi dei motorini. Ad esempio, ripristinando dei posti tolti alle auto e riservarli ai motorini, che occupano meno spazio. Erano stati eliminati parcheggi per le auto, perché poco estetici o per migliorare la viabilità cittadina; ma il caos attuale non mi sembra né estetico né utile!
Francesca Bruti



Energia elettrica
di Bruno Matteacci

E' di questi giorni una campagna promozionale per la produzione di energia elettrica con sistemi voltaici, trattasi di una novità che potrebbe interessare, in particolare, quei comuni che non hanno le fonti energetiche che abbiamo a Viterbo.
Proprio grazie a questa campagna mi è tornata in mente la lungimiranza del ragionier Mario Paternesi che, negli anni ottanta, pensò di utilizzare il calore delle acque termali per uso domestico.
A tale proposito, nella sua qualità di assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Viterbo chiese, allo studio dell'ingegnere Roberto Colosimo di Roma, una relazione tecnica sulla "possibilità di utilizzazione del calore delle acque termali del territorio comunale".
La relazione fu presentata il 12 marzo 1980 con questa introduzione: "L'utilizzazione delle fonti di energia non tradizionali, ed in particolare di quelle geotermiche, riveste grande importanza nel mondo moderno per la crisi del petrolio e l'innalzarsi progressivo dei costi di tale materia prima".
Premessa più che valida anche oggi, a distanza di oltre un quarto di secolo.
Ricordo che quando il mio carissimo amico, Mario Paternesi, ebbe la brillante idea dello sfruttamento delle fonti idrotermali del territorio comunale di Viterbo, la notizia ebbe vasta eco e molti Viterbesi accolsero, con piacere e speranza, la notizia che sarebbe dovuta poi diventare una realtà.
In poche parole Paternesi aveva rivolto la sua attenzione sulle "fonti" più prossime a Viterbo, in quanto, come suggerito anche dai Tecnici, la utilizzazione risultava tanto più economica quanto più vicino era il luogo di utilizzazione stessa.
Si presero in esame le sorgenti: Bagnaccio, Bullicame, Zitelle, Carletti, San Valentino e Sant' Albino, Asinello, San Cristoforo, San Sisto e Uliveto; tali sorgenti rappresentarono una potenziale fonte di energia assai interessante.
La portata più cospicua e la temperatura più alta erano entrambe alle "Zitelle" in quanto aveva una portata di 65 litri al secondo ed una temperatura centigrada di 64 gradi, quindi migliore di quella del Bullicame che aveva, rispettivamente, 20 litri al secondo e 55 di temperatura.
Fu preso atto che la sorgente delle "Zitelle" non era naturale in quanto trattavasi di due pozzi trivellati, entro la falda artesiana locale, a cura della Società ITET, che aveva la concessione fino al 21 febbraio 2002.
Fu ritenuto molto conveniente, per la collettività, lo sfruttamento dell'energia termica delle acque che avrebbero potuto erogare 207.000.000 calorie al giorno, pari a quella che si ottiene con la combustione di 20 tonnellate di gasolio che, al costo di 25 anni fa, ammontava a lire 4.000.000.
Fatto il dovuto rapportato al costo del gasolio di oggi, il risultato fa venire il capogiro e mostra ancora di più l'importanza della risorsa, che da anni viene dispersa nei campi limitrofi senza alcuna utilizzazione.
Questa quantità di calore potrebbe coprire l'intero fabbisogno di acqua calda della città, con notevole risparmio di energia elettrica.
Infatti, entrando nel pratico, si può affermare che: "in media, una famiglia italiana consuma 200 Kg. di acqua calda a 50° C al giorno; per portare l'acqua dalla sua temperatura ambientale (che si suppone di 10° C a 50° C occorrono 8.000 calorie al giorno che costano in media 59.000, delle vecchie lire, all'anno.
La conclusione tratta, dallo studio dei tecnici, fu: "che il recupero dell'energia delle acque termali è senz'altro estremamente conveniente se la utilizzazione è rappresentata dalla fornitura di acqua calda per le abitazioni".
Caro Mario di idee ne hai avute tante, come tante sono state le opere che, grazie al tuo lavoro ed alla politica della Democrazia Cristiana, sono state realizzate sul territorio viterbese, che per troppi anni era rimasto abbandonato.
Sarebbe bello, interessante, intelligente e utile per la cittadinanza, poter fare oggi, quello che è stato pensato, studiato e progettato ieri.
Bruno Matteacci



Celleno story
di Riccardo Manca

Celleno lega l’origine del suo nome a quel pizzico di mitologia che non stona con le sue vicende di storia documentata.
In verità si può pensare che Celleno derivi da Cella “cavità” o Grotta.
Questi, infatti, erano le case dei nostri avi. Anche altri insediamenti a noi vicini hanno preso nome da Grotte. Il riferimento mitologico più comune è quello delle Arpie: esseri mostruosi metà donna e metà volatile rapace, delle quali una delle tre si chiamava Cilenia. Lo stemma del Comune si fregia appunto delle sembianze di un arpia su un campo azzurro con la scritta enigmatica: “Keva Coniuv Apkalume”. Se dalla sua interpretazione: “Il cittadino coniuge delle arpie”, si passa al senso di tale definizione, allora il Cellenese si sente onorato anche se il suo partner non è affascinante non solo nel fisico, ma anche nel nome. Di Celleno esistono tracce del periodo neolitico e poi di insediamenti degli etruschi con reperti di necropoli conservati presso il Museo Nazionale di Villa Giulia a Roma.
Del periodo romano furono fatte nel secolo passato scoperte archeologiche di notevole interesse, come tracce di pavimenti a mosaico, una colonna scannellata di marmo greco ed un frammento di cippo. E’ soprattutto nel Medioevo che Celleno acquista auge e questo si deve in particolare al suo castello, anzi ai suoi castelli.
Proprio per questi si azzuffarono ripetutamente Goti, Longobardi, conti, feudatari, rettori, abbati, principi, baroni e persino re.
Data la sua posizione strategica è poi sballottato dal dominio viterbese e quello orvietano. La politica era già nata da tempo e Guelfi e Ghibellini, pur non sedendo in Parlamento avevano le loro continue scorribande. A sistemare le cose in peggio ci si mise anche il terremoto con forti scosse prima nel Giugno 1297 e poi nel Settembre 1349.
Occorre giungere alla fine del Cinquecento perché Celleno possa dirsi svincolato dai legami con Viterbo e la comunità inizia ad avere quella certa autonomia controllata nel conteso della giurisdizione del Patrimonio di San Pietro.
Dopo i movimenti rivoluzionari dell’800 che interessarono lo Stato Pontificio, Celleno poté avere finalmente piena autonomia con l’acquisto del castello messo in vendita dalla Camera Apostolica l’11 Agosto 1836.
Riccardo Manca


Sbandieratrici
di Francesca Bruti

E’ sempre bello quando la propria città viene elogiata per motivi storici o per il patrimonio culturale che possiede, ancora di più lo è se ciò viene fatto tramite una manifestazione artistica.
Questo accade anche grazie all’arte della bandiera. Infatti, sono ormai 25 anni che il gruppo delle Sbandieratrici e Storico-Musicale “Città di Viterbo” si esibisce nelle piazze di varie città d’Italia, ma ultimamente ci sono state due occasioni importanti in particolare.
La prima è stata la 24ª Parata Nazionale della Bandiera, ossia il campionato italiano svoltasi nei giorni 16-17-18 Settembre a Gallicano (Lucca) e organizzato dalla L.I.S. (Lega italiana sbandieratori), di cui le sbandieratrici nostrane fanno parte da un anno e a cui partecipano tutti i gruppi aderenti. La seconda manifestazione è stato il 1° Torneo di Caselle “Margherita di Savoia”, svoltosi il giorno 9 Ottobre a Mappano di Caselle (Torino), e organizzato dal gruppo sbandieratori della città ospitante.
Entrambe le occasioni hanno dato modo a tutti i gruppi di esibirsi nelle cinque specialità della bandiera -Singolo, Doppio Tradizionale, Piccola Squadra, Grande Squadra, Musici- e sono state un’ulteriore opportunità per le Sbandieratrici di Viterbo di portare in giro per l’Italia il nome e la storia della città, facendo risaltare i colori giallo/blu e il simbolo cittadino tramite il gioco delle bandiere.
Francesca Bruti



Ardesino Micio
Ardesino Micio, uno degli ultimi veri segretari che il Comune di Viterbo abbia avuto, ci ha lasciati alla metà del settembre scorso. Formatosi quale segretario comunale nei vari comuni della provincia, approdò al Comune di Viterbo prima come vice segretario e poi come segretario generale.
Uomo di profonda cultura ed umanità, ricoprì successivamente la carica di segretario generale nei Comuni di Trieste e di Firenze. Attaccato alla città di Viterbo volle qui trascorrere gli anni della sua pensione in compagnia dei vecchi amici e di quanti aveva conosciuto in gioventù. Mai stanco di prodigarsi per il prossimo, mise a disposizione le sue qualità, quale magistrato onorario presso il Tribunale di Viterbo, ed anche in questo suo ufficio dimostrò capacità, buon senso e saggezza.
Figura di riferimento per quanti hanno avuto il privilegio ed il piacere di lavorare al suo fianco, era amato da quanti, come lui, erano usi operare correttamente e temuto dagli altri.
"La Città" unendosi alla famiglia nel dolore, ha voluto ricordarlo ai Viterbesi.

postato da: Spvit | 13:41 |