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martedì, ottobre 26, 2004
Il mercatino dell’antiquariato-artigianato piu’ grande dell’Alto lazio “Sotto il campanile” E’ a VITORCHIANO, Domenica 28 Novembre 2004 e ogni “quarta” domenica del mese per informazioni: 3393337869
E’ in vendita la videocassetta col Trasporto della Macchina di S. Rosa del 3 Settembre 2004, durata 58 minuti. E le videocassette dei Trasporti dal 2000 al 2003. Sono in vendita i video delle Mini Macchine del Pilastro, del Centro Storico e di Torre S. Biele del 2004 e precedenti. Info: tel. 3393337869
27 Ottobre 2004 Anno XIV n° 20
Hanno aperto un nuovo supermercato Che fico!!! di Mauro Galeotti
Che fico! giù pel Comune hanno dato una bella licenza di vendita al minuto ad un Supermercato Super Natura che si trova sulla Strada Riello, qui a Viterbo, a due passi dall’Università. Che fico! Sì proprio fico! basta che percorri Via Camillo de Lellis in direzione Strada Riello e ti trovi subito di fronte a un aperto supermercato della catena Super Natura. Sì, una nuova catena di supermercati che esiste solo a Viterbo. Per ora hanno aperto solo tre succursali, e... sì è vero sono poche, per fortuna, ma sono tutte disposte comodamente in Strada Riello. E va be’ sì... sono a poca distanza l’una dall’altra, ma... quanto sono fiche! e poi i prodotti in vendita sono tanti e diversi, un sacco fichi, tre punti vendita da sballo. Wow! Il primo lo trovi così: tu percorri, con la tua auto fica, la Strada che porta alle terme, si quella che si apre avanti a Porta Faul. Ma come non hai capito! è quella dal caratteristico odore di cacca, vicino al Mattatoio vecchio dove è l’allevamento di sorche, o per i meno esperti... di pantegane, vicino a Porta Valle, in Via san Paolo, piena di fango quando piove e dove le panchine sono sempre rotte... Ah hai capito! Da lì arrivi di filato fino alla Casa del Boia, che trovi sul bivio che conduce, a sinistra, alle Terme dei Papi e, a destra, allo svincolo della superstrada per Orte-Vetralla o al Bullicame-Orto botanico. Ma fai attenzione per raggiungere il Supermercato Super Natura appena vedi la Casa del Boia devi voltare a destra. L’insegna non la puoi vedere perché la dovranno montare a giorni, lì proprio sull’angolo. Appena imboccata Strada Riello fai venti metri e sei arrivato! Il supermercato lo trovi sulla sinistra. Lo vedi subito perché il proprietario, coi tempi che corrono, per evitare che qualche male intenzionato gli rubasse la merce esposta, ha pensato bene di mettere una bella recinzione di rete metallica sostenuta da bei passoni, o per i meno esperti... di pali, in tutte e due le vetrine. Quest’ultime sono davvero uniche e caratteristiche. Pensa il proprietario le ha ricavate in due vecchie abbandonate grotte etrusche, chissà forse prima erano delle tombe. Ma bada bene, stai tranquillo, prima di mettere in vendita i suoi prodotti il proprietario ha tolto via tutti i teschi, i femori, le tibie e ha dato una bella passata di disinfettante. E’ un uomo rispettoso dell’ambiente e della natura. Rispetta talmente ciò che trova che in una gabbia toracica, più ben conservata delle altre, ha messo un bel pappagallo rosso, giallo e verde. Lo utilizza come semaforo, una sorta di distributore di biglietti numerati ad uso dei numerosi acquirenti che fanno la fila. Nel supermercato, appena indicato, trovi vecchi copertoni consumati, cessi di ceramica bianca sfondati, valigie rotte, ballette di cemento e di gesso induriti, secchi vuoti già usati, poltrone di auto sgarrate, bottiglie di plastica vuote, pupazzi di peluche sporchi, tavoli in plastica sfondati senza piedi, paraurti di un’auto non ben definita, una mezza targa pubblicitaria con scritto ...SBRIC... PRATIC... SALCI... ovviamente le lettere sono colorate, scatole aperte di conserva e di tonno, piatti di plastica usati, vaschette di polistirolo vuote, cartoni sfondati, buste dell’Ikea piene di sterro, scaldabagni non funzionanti ma dalla moderna linea bozzata da colpi ben appioppati, vetri infrangibili... rotti. Quando sei soddisfatto dei tuoi primi acquisti ti consiglio di riprendere l’auto e proseguire sulla stessa Strada Riello, pochi metri e a sinistra trovi la prima succursale del Supermercato Super Natura. Qui il proprietario ha fatto in tempo, prima dell’inaugurazione, ad installare l’insegna con la caratteristica e originale, e perché no, misteriosa scritta: RISPETTATE LA NATURA - MAIALI. Mi dicono che Maiali dovrebbe essere il cognome del proprietario! Qui puoi trovare ancora pneumatici col cerchione, porte in legno divelte, coperchi posteriori di televisori rotti, sedie sfasciate, borse in simil pelle sfondate, sportellone posteriore di auto non identificata quindi adatta per ogni vettura, buste di plastica vuote e anche piene di cose inutili di cento colori, carcasse di stufe adoperate quanto basta, ancora balle di cemento indurito, preservativi usati per garantirne la resistenza, lavatrice color bianco con tubo incorporato penzolante, chiaramente usati una sola volta, con unito indivisibile fazzolettino che previene l’incasinamento delle mutande. La cosa bella di questa succursale è la panoramica che si può godere, infatti in primo piano sono tutti i succolenti e caratteristici prodotti della Tuscia e sullo sfondo è Viterbo con il Cimino e la Palanzana. Appena fatti i tuoi primi soddisfacenti ed originali acquisti prosegui sulla stessa strada per raggiungere la successiva succursale che offre meno prodotti ma tutti davvero strepitosi. Puoi trovare ed acquistare in convenienza 3 x 2 manufatti edili spezzati, mattonelle da gabinetto tritate per la composizione di un entusiasmante ed unico mosaico, secchi vuoti di ottima lamiera arrugginita, sacchi di plastica bruciacchiata, pezzi di peperino sbozzato per iniziare il muro di cinta della tua moderna villetta. Dimenticavo! sia nella sede centrale, la prima che ti ho illustrato, che nelle due succursali successive, è di estrema importanza che tu non ti soffermi sul primo scaffale perché scavando trovi sotto quello che meno ti aspetti. Proprio meno. Mauro Galeotti
Pazzesco... in Via Monte Cervino! di Agnese Galeotti
Chi ha il coraggio di percorrere Via Monte Cervino sia a salire che a scendere è davvero un alpinista. Mi riferisco ai marciapiedi che sono lungo la via. Infatti, il pericolo impera ogni pochi passi. Pericolosi sono i chiusini sparsi lungo i predetti marciapiedi che molto spesso sono più alti del livello ove si passa a piedi. Pericolose le radici degli alberi che poverine non potendo più penetrare in profondità si allargano in superficie e sollevano il manto bituminoso, creando crepe che posso definire veri e propri crepacci alpini. Ad ogni albero che si trova lungo la via corrisponde un sollevamento del fondo stradale che lo circonda. Un anziano, un bambino, ma anche una persona giovane basta che si distraggano un attimo per cadere lunghi lunghi in terra, un giovane o un bambino con molta probabilità si rialzano con qualche danno non tanto grave, ma un anziano? avrà la stessa reazione? Non parlo poi di quello che dovrebbe rappresentare la rampa di salita ad ogni inizio e fine marciapiede. Sono delle vere e proprie salite che uno normale a piedi si può pure provare ad arrancare, ma ve lo figurate un non abile sulla carrozzina, per affrontare quelle salite e quelle discese deve attaccarsi alla fune per tirare o per frenare. Vergogna! A tal proposito fa ridere, e nello stesso tempo piangere, una situazione incresciosa. Se un non abile si mette a percorrere con la carrozzina il marciapiede che sta a salire la via stessa, dopo il parcheggio della Coop e dei Vigili Urbani (a proposito possibile che nessuno di quest’ultimi se ne sia accorto?), giunto alla fine invece di trovare una discesa che gli consente di scendere dal marciapiede, trova un bel muro di cinta. Bello alto con a sinistra il marciapiede con il classico scalino, invalicabile per chi si trova in quello stato di disagio. Complimenti a quel cervellone che ha realizzato la rampa di accesso al marciapiede per poi imbattersi in un muro! E per finire la chicca. In un tratto del marciapiede lo spazio tra un palo della luce ed un albero è talmente stretto che una carrozzina proprio non ci passa, ma in compenso è la rampa di salita. Agnese Galeotti P.S. Stappate, lungo Via Monte Cervino, qualche chiavica... è otturata.
Daje giù col foglietto rosa! di Simone Galeotti
So che il sindaco è contrario a che le automobili siano parcheggiate in Piazza del Comune. E questo può essere anche comprensibile. So pure che tiene sotto bambagia la stessa piazza e la concede solo per particolari manifestazioni come la venuta di Gianfranco Fini, le riprese cinematografiche di Capitani & C., le manifestazioni organizzate dall’Associazione ABC e così via.
La cosa strana è che tollera la fiumana di motorini che vengono parcheggiati davanti al Bar Centrale. Motorini che non danno un bell’aspetto alla piazza, per il tipico parcheggio selvaggio, e che disturbano il passaggio dei pedoni che transitano da Via Ascenzi a Via Roma e viceversa. Non ho nulla contro i motorini e i loro proprietari, è ovvio, ma così come stanno messi potrebbero di punto in bianco essere tutti contravvenzionati, perché non sono parcheggiati negli spazi loro riservati, come avviene in Piazza della Repubblica. Bisognerebbe realizzare più parcheggi per i motocicli e incoraggiare chi li conduce poiché ciò va a favore dell’ambiente. Non vorrei che succeda quello che sta accadendo a Belcolle, dove i Vigili Urbani, sembra chiamati dai militi dell’Istituto di vigilanza lì di servizio, sono costretti a fare il blitz e multare le auto parcheggiate fuori gli spazi consentiti. Oddio! la contravvenzione è giusta e nessuno può negarlo, ma quanto è giusto abituare gli automobilisti a una regola non scritta ma consueta, ossia quella di lasciare in sosta l’auto anche fuori le strisce dei parcheggi per mesi e poi d’un tratto piombare come il falco e contravvenzionare? Oltre tutto chi parcheggia fuori l’ospedale non è accompagnato da pinne, maschera e occhiali, va per difficoltà di salute, mi pare ovvio. E per finire, visto che parlo di divieti come si può concepire che ogni sabato a Viterbo, in Piazza martiri d’Ungheria, col mercato settimanale che occupa l’unico grande parcheggio disponibile in città, chi si appresta a parcheggiare intorno a quell’area venga preso di mira dai Vigili e multato per divieto di sosta anche se l’auto posteggiata non crea grandi disagi alla circolazione? Poi assisti a tolleranze strane per certe auto che parcheggiano nella stessa piazza davanti alla Colonna di ser Monaldo? Questa per chi non lo sa si trova nel giardinetto che divide Via Magliatori dalla Fontana del Paracadutista. Bisognerebbe essere più equilibrati, se una sosta non è consentita deve valere sempre e per tutti, ed in fine... ma è vero che i Vigili urbani sono incitati da qualcuno a multare a destra e a manca per raggiungere un obiettivo prefissato da qualcun altro? Chi ci sa dare notizie certe in merito? Quando faceva il vigile urbano mio nonno Vinicio, negli anni ‘60 - ‘70, una regola era quella di instaurare un rapporto di cortesia con l’automobilista e non di repressione. Il vigile era più tranquillo, era il biglietto da visita della città. Ma, forse, erano proprio altri tempi. Simone Galeotti
Ti friggo e ti mangio di Pantaleo Spagna
Ai nostri tempi, in qualsiasi supermercato che uno di noi vada, può notare prodotti ittici surgelati o congelati, oppure prodotti ittici provenienti da vivai, marini o di acque dolci. I prodotti dei vivai, certo non hanno il valore dei prodotti del mare aperto, ma hanno il pregio di essere più accessibili nel prezzo. Nell’antichità qualsiasi attività espletata attraverso la navigazione, subiva un pausa forzata durante il periodo invernale. Le condizioni meteorologiche condizionavano anche le battute di pesca, tanto che nel corso dei secoli, veniva consolidata la pratica di confezionare conserve alimentari a partire dal prodotto ittico fresco, le quali, sotto l’Impero romano imperiale, raggiungono un organizzazione a livello industriale. L’allevamento ittico, al contrario, non si configurava come attività di carattere economico commerciale. A partire dal secondo millennio a.C. il valore simbolico dei pesci rinchiusi in vasche, era conosciuto solo nell’ambito di cerimonie religiose, nel quale era importante la pratica dell’allevamento ittico. Soltanto nel V sec. a.C., la pescicoltura ha assunto anche un significato prettamente economico, che giustifica la definitiva affermazione delle peschiere marittime nei processi produttivi svolti negli impianti della lavorazione del pesce. Per quanto riguarda l’allevamento ittico, si ha una prima notizia in un bassorilievo rinvenuto a Tebe d’Egitto, nella camera del tempio sotterraneo della regina Hatshepsu (1700 a.C.) raffigurante il quartiere dedicato ai pesci e agli uccelli di un giardino di acclimatizzazione, costituisce il più antico documento iconografico che attesti il collegamento tra vivai e cerimoniale religioso. Nella sfera religiosa, il consumo del pesce era esclusivamente riservato ai detentori del potere sacerdotale. In ambiente italico, le esperienze di pescicoltura in acque dolci, risalgono almeno al III sec. a.C., prevedendo sia la creazione di piscine (piscinae), sia lo sfruttamento degli ambienti naturali. La definizione di piscina ricorre, infatti, già da Plauto. L’espressione stagnum, designando in generale acqua e mari aut flumine exudans et quiescens indica l’ambiente naturale, in acqua dolce o salmastra, in cui è possibile tenere in cattività le specie ittiche. Gallio spiega il termine piscinae come lacus aut stagna piscibus vivus coercendis causa. In riferimento di impianti in acque interne, Columella menziona in particolare i laghi Velinus, Sabatinus e Volsiniensis. In ambiente italico l’affermarsi dell’allevamento ittico è dovuto dall’emegenza di una nuova categoria di ricchi e già a partire dal II sec. a.C., trova felice espressione nella realizzazione di infrastrutture a carattere marittimo, quali gli impianti per l’allevamento ittico. Una serie di accorgimenti erano necessari per quell’impianto: L’attenta valutazione della morfologia del fondale, le peschiere venivano realizzate tramite l’adattamento al banco roccioso mediante l’opera di scavo e intaglio e l’esecuzione di opere in muratura. Barriere naturali o artificiali, ostacolavano la violenza dei flutti, poi necessitavano canali di alimentazione per un rapporto di ricambio ottimale del flusso idrico. I proprietari di questi vivai, allevavano i pesci più pregiati per poter offrire ai loro ospiti, sontuosi banchetti. Dal punto di vista alimentare, hanno rappresentato per i popoli mediterranei, una delle principali fonti di sostentamento. Il pesce veniva sottoposto a processi di lavorazione che ne consentivano la conservazione e il trasporto sotto forma di conserve. La gastronomia romana contemplava un grande uso del garum, opportunamente diluito con olio, aceto o vino. Il garum si otteneva attraverso un processo di macerazione, si procedeva disponendo in un pentolone pesciolini interi e viscere di pesci con abbondante sale e con l’aggiunta eventuale di erbe aromatiche; il contenuto veniva spesso rimescolato, era poi lasciato riposare al sole per almeno due o tre mesi. Il liquido (liquamen) prodotto dalla macerazione, filtrato, costituiva il garum. Secondo la ricetta di Gargilio Marziale, la preparazione del garum veniva così approntata: in un recipiente piuttosto capiente (35 litri), venivano alternate a partire dal basso, uno strato di erbe aromatiche essiccate (aneto, coriandolo, fenoglio, sedano, santo, menta reggia ecc.) e uno strato di pesce piuttosto grasso (salmone, anguille, sardine, alose), ricoprendo il tutto con due dita di sale. Il composto veniva lasciato riposare per una settimana, quindi mescolato per una ventina di giorni. Nel bacino del Mediterraneo, le fattorie che gestivano i processi di lavorazione, erano dislocate anche in Sicilia, dove Gerone di Siracusa era in grado, nel III secolo a.C., di inviare in Egitto, in Magna Grecia, in Elliade e sulle coste settentrionali dell’Africa, ben diecimila giare di conserva di pesce. Da ricerche archeologiche, nel litorale tirreno, sono state individuate una serie di vivai; Isola del Giglio, Santa Liberata, Cosa, Pian di Spille (poligono militare), Punta del Pecoraio, Grottacce, Saracca, Banca, Torre Astura, Grotta di Tiberio, Formia, Ponza, Ventotene. Nella provincia di Viterbo, l’unico esempio di vivaio ittico, è ubicato a Pian di Spille. In questo sito archeologico, si possono riscontrare in mare, a una distanza di circa 15 metri dall’attuale linea di riva, resti informi di conglomerato completamente sommersi e devastati dall’azione del mare. Dall’esame di alcune foto degli anni ‘60, era stato possibile riconoscere in questo punto, strutture relative ad una villa romana e a una peschiera in mare, entrambe già allora duramente danneggiate dalle esercitazioni militari di artiglieria. Il vivaio a vasca rettangolare, aveva una superficie di mq 19,5 la vasca rettangolare e mq 281,75 il recinto a P greco. L’impianto idrico è costituito da due elementi sommersi, appartenenti a un medesimo complesso. Il primo è realizzato mediante un doppio filare di muri continui (spessore m. 0,50), separati da un’intercapedine (larghezza m. 1 circa, ne risulta un singolare schema a P greco) aperto sul versante di Libeccio, con i due lati lunghi paralleli, ortogonali alla costa ed estremamente protesi verso il mare. Il secondo è rappresentato da una vasca di forma rettangolare, ubicata tra l’elemento precedentemente descritto e la terra ferma. C’è l’eventualità di un collegamento delle strutture di Pian di Spille con i coclearia di Fulvius Lippinus menzionate da Plinio, e quindi riporterebbe all’ambito cronologico di massima fioritura della pratica di allevamento ittico presso i Romani, il vivaio suddetto. Pantaleo Spagna
REPERIAT QUIDAM QUOMODO REDEAT
Ricevo e volentieri pubblico:
Gentile Direttore, La prego, qualora decida di pubblicare quanto Le scrivo, di conservarne il titolo in latino. Il perché è presto detto: ognuno di noi, per solito, quando vede una cosa che lo incuriosisce ci va a ficcare il naso dentro, e siccome le parole che mi permetto di inviarLe riportano concetti meritevoli di considerazione, naturalmente non miei, ma di una persona molto autorevole, desidererei che venissero lette, se non altro per curiosità, da quante più persone possibili. La ringrazio. Veniamo ora al dunque. Qualche tempo fa, una delle nostre reti televisive, non ricordo bene quale, mandò in onda una trasmissione in cui l’arcivescovo di Hong Kong disse qualcosa che mi colpì molto, sia per la forma che per il contenuto. Al momento mi sfugge quale fosse l’argomento della trasmissione, ricordo, però, che i concetti espressi avevano valore universale. Sosteneva l’arcivescovo che ognuno di noi, allorquando si trovi ad assistere ad un avvenimento, o si trovi coinvolto in esso, o comunque venga a conoscenza di un fatto che sia socialmente pregiudizievole o anche che sia dannoso per qualcuno, deve adoperarsi affinché il fatto non si verifichi o quantomeno affinché siano limitate al massimo le conseguenze negative di quel fatto o di quell’avvenimento. Altrimenti, proseguiva l’alto prelato, non ci si può, poi, lamentare quando, colpiti a nostra volta da una disgrazia, o vittime di un sopruso, dobbiamo forzatamente prendere atto del completo disinteresse del nostro prossimo, che, pur trovandosi nella possibilità di fare qualcosa in nostro favore, si guarda bene dall’intervenire. Il tutto espresso con parole di uso comune e con la facilità di espressione propria dell’uomo colto, che mette la propria cultura al servizio del prossimo, senza farla pesare e senza alcun secondo fine. Sapeva, quell’uomo di pace, che il chiudere gli occhi davanti a situazioni pregiudizievoli e dannose, il rifugiarsi dietro il muro di egoismo e di interesse, porta, con sé, a delle conseguenze che, in futuro andranno a riflettersi negativamente sull’insieme sociale, soprattutto sulle categorie più deboli, in tutte le loro sfaccettature. Ed allora che cosa possiamo fare?! Per ora possiamo assimilare, dentro di noi, i concetti espressi dall’arcivescovo di Hong Kong e, per quanto possibile, metterli in pratica; per il futuro, invece, possiamo dare ai nostri ragazzi, attraverso la famiglia e la scuola, e soprattutto con l’esempio, una educazione ed una formazione ricca di principi moralmente ineccepibili ed universalmente validi. Non v’è dubbio, come affermava un altro illustre nostro antenato, in una sua magistrale opera molto conosciuta, ma poco assimilata, che se, anziché pensare a star bene, pensassimo a far bene, finiremmo con lo star meglio. La ringrazio nuovamente. Claudio Santella Traduzione del titolo: Ciascuno cerchi di far emergere il meglio di se stesso.
Piazza della Rocca abbandonata di Simone Galeotti
Proprio bella Piazza della Rocca! l’aiuola che divide in due la strada che passa davanti alla Rocca Albornoz è priva di fiori e l’impianto di irrigazione è divelto. E in più ancora una volta è stata abbattuta come fosse un cinghiale, la palla in travertino posta alla fine dello spartitraffico in questione verso San Faustino. Ancora una volta una palla, delle tante dislocate in città, è stata rotta. Ma quanto ci costano ‘ste palle visto che oltre che essere anti estetiche danno pure fastidio alla circolazione così spesso da essere colpite e gettate in terra? Non meglio stanno i vasi in peperino dislocati in tutta la piazza, privi di fiori da mesi. E che dire della Fontana del Vignola di notte al buio più completo e di giorno privata del classico e artistico gocciolio dei vari cannelli, infatti i più sono ostruiti o mal funzionanti. Un’altra fontana ignorata dal Comune di Viterbo, dopo quelle del Gesù e Fontana Grande. Simone Galeotti
Lo zuccherificio viterbese Riccardo Manca
Nei pressi della Chiesa di San Pietro del Castagno, oltre Via Armando Diaz, era lo Zuccherificio viterbese. Ovvero il primo edificio nella Città dei Papi completamente costruito in cemento. Il primo flash di una fotografia sbiadita. Benvenuti nella Viterbo imprenditoriale che non c’è più. La costruzione dello Zuccherificio viterbese prese il largo nel 1921. Sul Bollettino Diocesano pubblicato nel mese di Dicembre di quell’anno si apprende: In Viterbo si è costituita una società anonima ‘Zuccherificio Viterbese’ e già fuori Porta Romana, di rimpetto alla Stazione ferroviaria si sta costruendo il grandioso edificio per la fabbrica dello zucchero. Il capitale sociale sarà aumentato da 4 a 6 milioni di lire. Trattandosi di industria cittadina, vivamente raccomandiamo ai parroci di favorirla. Le azioni si possono sottoscrivere presso la Banca del Cimino e presso gli altri Istituti di Credito esistenti in Viterbo. Lo Zuccherificio viterbese entrò in attività, anche se non brillantemente, dopo quattro anni. Anno di grazia 1925. La sua esistenza, fu abbastanza breve, venne chiuso agli inizi degli anni Trenta. In quel periodo i macchinari vennero asportati altrove e l’edificio venne abbandonato a se stesso. Lo zuccherificio cessò l’attività, perché in contrasto con i piani del monopolio dello zucchero. Fu il primo tentativo, non riuscito, di industrializzazione della Tuscia, nel Ventennio. I resti dello stabilimento, ciminiera compresa, vennero demoliti verso la fine degli anni Cinquanta. C’è una curiosità, in merito, degna di nota. Una banca cittadina fallì per aver investito troppi capitali nella costruzione dello Zuccherificio viterbese. Da una testimonianza diretta, apprendo che nei pressi di Via Armando Diaz, intorno agli anni Trenta, vi era la baracca della Sora Eugenia. Quest’ultima era designata a vendere bottiglie di gassosa. Le bottiglie erano quelle con la pallina. Riccardo Manca
Il noto fornaio Mario Proietti a Uno mattina
Il noto fornaio viterbese Mario Proietti, rappresentante della Federazione italiana panificatori, è stato intervistato nella trasmissione “Pane d’autore”, di Uno mattina, da Guido Crapanzano che lo ha definito “Maestro della morbidezza del pane”. Proietti ha magistralmente illustrato le tecniche per la realizzazione della Pizza strascinata. Crapanzano è il Rettore dell’Istituto internazionale della Scienza della comunicazione di Milano. I più vivi complimenti dalla nostra redazione a chi, come Mario Proietti, fa conoscere la nostra amata terra etrusca, ricca di prodotti naturali e genuini.
postato da: Spvit | 18:14
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martedì, ottobre 12, 2004
Il mercatino dell’antiquariato-artigianato piu’ grande dell’alto lazio “sotto il campanile” E’ a VITORCHIANO, Domenica 24 Ottobre 2004 e ogni “quarta” domenica del mese per informazioni: 3393337869
E’ in vendita la videocassetta col Trasporto della Macchina di S. Rosa del 3 Settembre 2004, durata 58 minuti. E le videocassette dei Trasporti dal 2000 al 2003. Sono in vendita i video delle Mini Macchine del Pilastro, del Centro Storico e di Torre S. Biele del 2004 e precedenti. Info: tel. 3393337869
13 Ottobre 2004 Anno XIV n° 19
Fontana Grande cade a pezzi!!! Voce paracula di Mauro Galeotti
Alla fine di Agosto scorso dal Comune di Viterbo qualcuno si è affrettato a comunicare che Fontana Grande era stata restaurata a tempo di record. Poco dopo ho scritto che tutto ciò era una cacchiata perché Fontana Grande, invece, si trova in uno stato di degrado allarmante. E l’ho dimostrato proponendo varie fotografie. Una delle piramidi ornamentali, in effetti, era stata divelta dal suo sito, forse perché qualche sprovveduto, entrato nella vasca priva d’acqua, si era appoggiato alla piramide stessa o vi si era attaccato. Con un colpo di cucchiaia qualcuno si è prodigato a raddrizzare e fissare, alla meno peggio, la piramide. Ebbene tutto ciò per la voce paracula proveniente dal nostro Comune si è trattato di restauro. Ma la quella voce può solo infinocchiare il distratto passante. Le foto che ho proposto, su un precedente numero di questo quindicinale, evidenziavano crepe, mancanze di malta, ugelli inattivi o mal funzionanti, perdite d’acqua in più parti. Da allora nulla è cambiato anzi qualcosa è peggiorato, infatti la vasca oggi si presenta con l’acqua ferma, manda cattivi odori ed e piena zeppa di sporcizia come penne di piccione, bottiglie di vetro rotte, lattine, cartaccia. Tutti i cannelli nella parte bassa non gettano più acqua, di quelli superiori i pochi che funzionano vanno ognuno per conto suo. Uno addirittura, più ingordo degli altri, lancia un forte getto contro la stessa fontana, ma in compenso il pinnacolo è spento. Neppure un filino d’acqua esce da esso. Constatato ciò giù pel Comune hanno la faccia di pronunciare la parola restauro. Ma vogliamo scherzare? ormai le elezioni sono passate, non occorre più far credere ciò che non sarà mai eseguito, far vedere ciò che non si vedrà mai, dire di realizzare ciò che mai sarà creato. E’ proprio avvilente, una delle più belle fontane d’Italia, raffigurata pure su un francobollo delle Poste Italiane, è in malora! cade a pezzi! ...e che dire delle sconnesse lastre di peperino che pavimentano la piazza? Mauro Galeotti
Strada Ellera: ancora un pericolo!!! di Simone Galeotti
Chi segue abitualmente questo quindicinale si accorgerà facilmente che ho già segnalato questo problema diverse volte. Purtroppo, come spesso accade, sotto questa Amministrazione, i pericoli della nostra città vengono facilmente dimenticati. Magari si corre subito a riparare (come appena successo) una delle proverbiali palle di travertino, e non si corre, proprio per niente, là dove gli automobilisti sono in pericolo. E allora eccomi, di nuovo, a segnalare che sulla Strada Ellera, in presenza del passaggio a livello incustodito, la segnaletica verticale è totalmente nascosta dalla vegetazione. Le croci di Sant’Andrea, che dovrebbero avvisare l’automobilista del prossimo avvicinarsi del passaggio a livello incustodito e privo di sbarre, sono totalmente arrugginite. Non si vedono proprio! Non hanno conservato nemmeno un minimo di catarifrangenza! Oltre tutto manca pure un’appropriata segnaletica orizzontale! Ma possibile che si corra dietro alle palle di travertino e non si vuole fare nulla per mettere in sicurezza gli abitanti e i passanti della, ormai trafficata, Strada Ellera? Lo segnalo per l’ennesima volta, perché la scusa del non lo sapevamo è sempre attuale in questa città. E pensare che nei numeri passati mi ero illuso di poter chiedere due misere sbarre che si alzino e si abbassino automaticamente presso il passaggio a livello! Figuriamoci! in tutti questi mesi non hanno provveduto nemmeno a ripristinare la corretta segnaletica stradale. Purtroppo i cittadini, che attraversano il passaggio a livello sulla Strada Ellera, devono ancora affidare le proprie vite a due lucette rosse abbinate al suono di una campanella. Inutile dire che con il sole contro le luci non si vedono e che, con lo stereo acceso, la campanella non si sente! Se a questo si aggiunge la pericolosità dovuta alla totale inaffidabilità della segnaletica di preavviso, lascio a voi trarre le giuste conclusioni! E pensare che due misere sbarre automatiche, di competenza del Met.Ro., non sarebbero una grande spesa... e non sarebbe male se il Comune facesse pressione alla Met.Ro. affinché le installasse per salvaguardare vite umane. Molti condomini fanno uso di sbarre mobili per proteggere da eventuali furti le vetture dei loro inquilini, non sarebbe opportuno che anche la Met.Ro. utilizzi tali sistemi per garantire sicurezza a chi è costretto ad attraversare la Ferrovia Roma Nord? Simone Galeotti
Il Sindaco fa restaurare l’altare di Bruno Matteacci
Tendere una mano e vedere che un'altra mano viene verso te è piacevole; abbassare un tasto di un interruttore e vedere che una lampada si accende è naturale come dovrebbe essere naturale rispondere ad un saluto o ad una domanda, specialmente se rivolta nell'interesse della collettività. Fare il giornalista è una missione ed io, seppure non abbia l’interesse di iscrivermi in quella categoria, ho comunque la volontà di mettermi al servizio del cittadino ed essere portavoce dei lettori che mi leggono. Tempo fa constatai che qualcuno, puntualmente, faceva il giro dei luoghi in cui veniva distribuito questo quindicinale gettandolo via, ciò per sottrarlo ai lettori. La redazione non ci è lasciata intimorire, come non lo ha fatto quando qualche inserzionista è stato sollecitato a sospendere la pubblicità. Abbiamo continuato, con lealtà a fare il nostro dovere: informare la cittadinanza su quanto accade nella città. Quindi, nel bene e nel male, parliamo di ciò che accade a Viterbo e questa volta qualcosa di positivo si muove nel Cimitero. Mi dicono che è intervenuto il sindaco Giancarlo Gabbianelli, infatti nella Chiesa di San Lazzaro sono iniziati i lavori di restauro dell'altare, eseguito da Pietro Vanni, nel quale erano alcune formelle in terracotta, da tempo rubate, riproducenti due angeli oranti e due colonnine con l’albero della vita. Inoltre, sulla gradinata della chiesa sono stati eseguiti due corrimano più lunghi dei precedenti; la porta d’ingresso, i confessionali ed il muro esterno al sagrato hanno assunto un migliore aspetto. A questo punto, vista la buona volontà manifestata dal primo cittadino, sarebbe gradito un intervento alla segnaletica poiché è difficoltoso poter accedere nei piazzali antistanti il Cimitero, senza correre il rischio di prendere una contravvenzione o provocare qualche incidente. Sindaco Gabbianelli basterebbe modificare la segnaletica orizzontale permettendo così l’accesso delle autovetture a sinistra. Bruno Matteacci
La sporcizia regna, la melma impera di Agnese Galeotti
Nulla di fatto in Piazza del Gesù. La fontana è ancora nello stato pietoso in cui l’ha lasciata il Comune di Viterbo. La sporcizia regna, la melma impera, l’abbandono è cronico. Le bocchette che dovrebbero gettare acqua sono chiuse, perché ostruite dai residui del liquame dei piccioni e dai depositi naturali dell’acqua abbandonata a se stessa. Una delle piazze storiche della città è lasciata nel più completo disinteresse.
E dire che su quella piazza pure il sommo Dante Alighieri c’ha speso due parole nella sua Divina Commedia. Un personaggio così illustre ha trovato il tempo per dedicare parte del suo prezioso vivere alla nostra città... quando troverà un po’ di tempo, per dare dignità a quell’ambiente medievale, unico al mondo, chi è stato scelto per amministrarci? Agnese Galeotti
Vaghe strisce per terra di Q.d.P.
Capita ad ognuno di noi, osservando cose e fatti quotidiani, di tornare con la mente ad episodi vissuti nel passato e rimasti accantonati nella nostra memoria, pronti però a risuscitare in noi quelle sensazioni, più o meno piacevoli, che suscitarono al momento del loro primo essere. Se poi queste cose passate sono attinenti alla nostra giovinezza, il ricordarle non può che farci piacere, se non altro perché ci richiamano la nostra gioventù, durante la quale eravamo, come doveva e come deve essere, pieni di fiducia e di speranza. Qualche tempo fa, mentre camminavo per le strade della nostra città, ho avuto modo di osservare che, in alcuni punti di esse, si stava procedendo a ridipingere la segnaletica stradale orizzontale. Poiché erano ormai anni che ciò non avveniva, il vedere quelle strisce, appena ridipinte, luminose, inaspettate, mi ha fatto venire spontanea sulle labbra questa espressione: “Vaghe strisce per terra, io non credea tornare ancor per uso a contemplarvi...”. Espressione questa che non mi sarebbe certamente sorta spontanea se in un angolo recondito di me stesso non avessero covato, in apparenza dimenticati, quei bei versi delle Ricordanze, uno dei Canti del Leopardi, che ognuno di noi, ricorda con piacere: “Vaghe stelle dell’Orsa io non credea tornare ancor per uso a contemplarvi....”. E con essi un mare di ricordi: la mia gioventù, i miei compagni, i miei insegnanti, che non finirò mai di ringraziare, i miei sogni, le mie speranze, il mio entusiasmo giovanile, il mio credo e quant’altro può albergare in un giovane studente. Grazie, signor Sindaco, di aver suscitato in me, e non in me solo, credo, quell’insieme di sentimenti giovanili, ora sistematicamente in lotta con la realtà e puntualmente infranti e cancellati dalle attuali cose, come le strisce..... non più visibili. Q.d.P.
Boulevards viterbesi
Ricevo e volentieri pubblico Gentile direttore, ho letto l’articolo, pubblicato su La Città del 29 Settembre, intitolato Dio vede e provvede e, passando, per curiosità, qualche tempo dopo, per quelle vie di cui si denunciava la sporcizia, memore di quanto in esso osservato, mi sono detto: “...speriamo che ripiova ...”. La stessa cosa mi sono nuovamente detto mentre camminavo per viale Trento, negli spazi laterali riservati ai pedoni. Ora, per chi non lo sapesse, viale Trento è quella via che collega la stazione ferroviaria di Porta Fiorentina con piazzale Gramsci e che funge da porta d’accesso alla nostra città per chi vi giunge da quella stazione. Una via bellissima, che merita di essere tenuta in migliore considerazione da tutti noi Viterbesi, se non altro per dare una buona impressione di noi stessi a chi arriva a Viterbo e di Viterbo non è. Ci sono degli alberi imponenti e meravigliosi, che altrettanto meravigliosamente fanno ombra nei sottostanti viali pedonali, posti a destra e a sinistra della strada carrozzabile, che è asfaltata. Questi viali dovrebbero, nell’intenzione di chi è stato demandato ad amministrare la nostra città, consentire, a chi lo desidera, di riposare un poco tra la frescura generata dalle fronde degli alberi; dovrebbero suscitare, in chi vi passa, il desiderio di attardarsi in quel luogo piacevole ed ameno che è a portata di mano dal corri corri quotidiano; dovrebbero essere un rinfrescamento del corpo ed un risollevamento dello spirito, seppure sotto forma di toccata e fuga. Ebbene, provate a passarvi: i vialetti ghiaiosi sono pieni di avvallamenti in cui ristagnano acqua, foglie e fango, quasi senza soluzione di continuità, tanto che i pedoni sono costretti a passare lungo i margini delle aiuole, calpestando l’erba ivi coltivata e creando dei tratturi, più asciutti si, ma ugualmente non puliti. Cartacce, bottigliette di plastica e di vetro, una miriade di rametti spezzati, foglie cadute, marce e non; insomma se non fosse per l’erba coltivata, che qua e là emerge, a volte con fatica, da tanta sporcizia, sembrerebbe di camminare in un sottobosco, meta di visitatori domenicali. Dico sembrerebbe, perché nel sottobosco non capita di trovare notevoli quantità di rami, che, avanzi di potatura, giacciono ammucchiati alla meno peggio, da mano umana, mettendo a rischio l’incolumità di quanti si trovano colà a passare. “Speriamo che ripiova” mi sono detto, così il buon Dio, che vede e provvede, provvederà almeno a cambiare l’acqua delle pozzanghere stanziali dei vialetti, in modo che non possano nascervi, crescervi e proliferare insetti vari, zanzare in testa. Dimenticavo! Provate a passare per viale Trento di sera: il buio più pesto. Auguri per il viaggiatore che arriva. Sanfrancesco
Due nuovi appuntamenti messi a punto dal Comitato in difesa dell’Arcionello.
Domenica 17 ottobre, Puliamo l'Arcionello - domenica 24 ottobre, Artisti a fosso Luparo. Nel primo caso alcuni volontari del Coordinamento libereranno dalla vegetazione infestante il vecchio Ponte dell’Arcionello (noto alle cronache medievali come Ponte di Foffiano) per restituirlo ai Viterbesi. Esso simboleggia la porta dell’istituendo Parco dell’Arcionello. Nel secondo caso, invece, più a monte, i Viterbesi potranno riscoprire un tratto dimenticato di fosso Luparo (dal mulino abbandonato ai piedi dell’Eremo fino alla Cittadella delle Acque d’inizio Novecento) in un contesto inedito: la passeggiata, infatti, incontrerà artisti al lavoro en plein air, mentre staranno allestendo in diretta le loro sculture (progettate nello spirito di un ascolto-dialogo con il genius loci della forra). Lungo il percorso sono previsti anche intermezzi musicali e teatrali. Sotto il profilo artistico l’evento è curato dalla responsabile della cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea della Facoltà di Beni Culturali dell’Unitus, professoressa Elisabetta Cristallini e dai suoi collaboratori. Il Sindaco Gabbianelli ha garantito la sua presenza all’iniziativa Artisti a fosso Luparo.
Adelmo il rilegatore di Riccardo Manca
Enciclopedie, riviste, giornali, libri e vocabolari. Tutti rigorosamente rilegati con cura. Adelmo, settantuno primavere, originario di Bomarzo. Lui, per quarant’anni ha svolto, nella Città dei Papi, un mestiere che sta scomparendo: il rilegatore di libri. Ora è in pensione, i capelli sono bianchi, ha accettato volentieri di parlare del lavoro che ha fatto per una vita. Il mestiere- afferma Adelmo - l’ho imparato a 28 anni frequentando un corso biennale di legatoria. Questo, che si svolgeva in un locale nei pressi di Via dell’Orologio Vecchio - continua - era tenuto da alcuni rilegatori viterbesi. Per la cronaca, i rilegatori erano Pieroni e Viali. Adelmo è un fiume di ricordi. In quarant’anni di attività - sottolinea - ho servito uffici pubblici e privati. Avevo clienti da tutta la provincia, perché esistevano poche rilegatorie. Tutto iniziò nella Viterbo degli anni Sessanta. Nelle parole di Adelmo affiora un pizzico di malinconia. L’episodio che ricordo con un po’ di nostalgia - afferma - è quando mi consegnarono la taglierina. Comprai una Karl Krause usata, con volano a mano, pesante tredici quintali. Ecco che Adelmo entra nei particolari. La portarono con una gru all’esterno della mia bottega. In seguito, alcuni facchini del consorzio, mediante rulli di legno, la sistemarono in un angolo della legatoria. La storia è finita qualche anno fa, dopo una brillante carriera. L’intervista sta per concludersi, ma Adelmo deve fare un’ultima osservazione. Il mio è un lavoro che sta scomparendo. I giovani di oggi - conclude - non vogliono farlo più. Lui è così garbato e malinconico, allo stesso tempo affabile e cordiale. Definirlo esponente di una professione che sta scomparendo è riduttivo. Riccardo Manca
Centri sociali La Torre e Pilastro di Pantaleo Spagna
Il giorno 9 Ottobre i Centri sociali La Torre di Bagnaia e Pilastro di Viterbo hanno riunito i loro utenti per fare una bellissima gita sociale sul periplo del nostro lago di Bolsena. L’idea è partita dal Presidente del centro La Torre, evidentemente per far si che con gli utenti dei due centri, si raggiungesse il quorum necessario per raggiungere la capienza del pullman. Detto questo, la mattina dei giorno 9, la comitiva è partita da Viterbo, alla volta della Città che muore. Civita di Bagnoregio, dove le persone più intraprendenti, hanno affrontato la scalata al ponte per raggiungere il centro storico di Civita. La visita è durata alcune ore con molto gradimento delle persone che in vita loro, non avevano avuto la opportunità, di visitare la patria di San Bonaventura. Da Bagnoregio, la comitiva, si è portata nella città di Marta, dove dopo una fugace visita al centro storico, i gitanti sono entrati nel ristorante Italia (da Ernesto) per gustare un bellissimo e sostanzioso pasto con appetito e nella cordialità e allegria generale. Faceva parte dei commensali, una signora argentina, figlia di italiani e coniugata con un italiano, la signora Angela Maria Guidotti-Angelini, la quale ad ogni portata commentava la differenza tra vitto italiano e quello argentino, tessendo elogi a Bagnaia e tutta l’Italia. Mi sento il dovere di ringraziare la dipendente del ristorante, signorina Beatrice, per la cortesia e la pazienza che ha avuto, per contenere le richieste dei commensali. Dopo il pranzo, ci siamo portati al porto della città di Capodimonte imbarcandoci su un battello, con il quale si è fatta una gita sul lago di Bolsena, facendo il giro delle due isole, la Martana e la Bisentina. Il comandante della nave, ha illustrato ai passeggeri, alcuni cenni storici del lago e delle due isole e approssimandoci alla città di Bolsena, ci ha raccontato la storia di Santa Cristina, con molto gradimento di tutti i passeggeri. La gita sul lago, è stata bellissima perché lo specchio dell’acqua era calmissimo, non tirando un alito di vento ed abbiamo potuto gustare, i colori delle acque, del cielo ed il verde della vegetazione delle due isole. A Bolsena è stato d’obbligo visitare la Basilica di Santa Cristina, pregando sull’altare del miracolo e ammirando le svariate opere d’arte contenute nella chiesa (le maioliche Della Robbia, gli innumerevoli affreschi e i bellissimi quadri). Alle ore 19, si concludeva la bellissima gita ed a Viterbo, le comitive dei due centri, si separavano con la promessa di ripetere l’iniziativa, quando si presenterà un’altra occasione. Un ringraziamento particolare a Arduino Troili, che ha curato la gita. Pantaleo Spagna
postato da: Spvit | 12:05
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