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domenica, giugno 28, 2009

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Domenica 5 LUGLIO 2009
ED OGNI PRIMA DOMENICA DEL MESE
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SUL PARCHEGGIO ESTERNO
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Sabato 12 e Domenica 13 LUGLIO 2009
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MERCATINO DI ANTIQUARIATO, ARTIGIANATO E PRODOTTI TIPICI
IN PIAZZA DEI CADUTI (SACRARIO)
A VITERBO
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24 Giugno 2009
Anno XIX n° 12

Marini, gigante buono, pensaci tu!!!
I drappi del Comune
Mauro Galeotti

fotogaleottiSplinderQuello che più disturba è il menefreghismo, è il far finta di non vedere, eppure è tanto evidente e vergognoso per una Città che mira ad avere un aeroporto internazionale tutto per sé.
Questa volta ritorno sui drappi che il Comune di Viterbo espone dalle sue finestre, quelle del Palazzo dei priori in occasione di ricorrenze, manifestazioni importanti o avvenimenti nazionali.
Quei drappi sono una vergogna e sono certo che il buon Virgilio Papini, che negli anni ‘30 del secolo passato, li realizzò più belli e meglio dipinti con colori ad erba, prima che fossero sostituiti da quest’ultimi in dotazione all’Amministrazione comunale, si rigira nella tomba sia come pittore che come Viterbese.
Ma perché non vengono sostituiti?

drappo-usuratoSe la scusa è quella che in Comune non ci sono soldi, credo che la cosa possa essere superata organizzando un concorso, al quale possano partecipare artisti di ogni genere di pittura e proporre loro di realizzare ognuno un drappo a suo piacere.
Insomma come si fa per il palio che viene dato in premio al vincitore di una corsa, come ad esempio per il Palio di Siena.

I Comune non spenderebbe una lira, anzi un euro, e per premio gli autori delle opere vedrebbero sventolare al vento il loro lavoro dalle finestre comunali con gran soddisfazione per la pubblicità gratuita che evidentemente porta un tale genere di esposizione.
Pensa, tu che mi leggi, un drappo dipinto da Felice Ludovisi, da Alessio Paternesi, da Roberto Joppolo, da padre Gionfra e perché no, da qualche giovane, di quelli che con le bombolette realizzano veri piccoli grandi capolavori del disegno murale.
Ma in questa città medievale è medievale anche la voglia di fare, di realizzare, di creare, qui solo il sindaco Giulio Marini può risolvere il problema e sono certo che lo farà perché toglierebbe una vergognosa brutta faccia a Viterbo che non merita certo tale affronto.
Mauro Galeotti

N.B.
Se qualcuno ritiene che abbia dato una leccatina a Marini, sì è vero e allora?


Ha vinto il bar Maxim
Agnese Galeotti

AgneseSplinderIl 4 giugno 2009 è iniziato il torneo di calcio in memoria di Enzo Varletta, ex consigliere comunale di Viterbo, nonché consigliere circoscrizionale di Bagnaia per 14 anni e dirigente del Bagnaia calcio a cavallo tra gli anni 80/90.
Nel memorial, si sono sfidate le squadre dei bar del paese e i giocatori reclutati erano tutte persone che avevano in passato o nel presente giocato nel Bagnaia, o abitanti del paese.
Il torneo si è concluso il giorno 20 giugno 2009 presso il campo comunale di Bagnaia.
I partecipanti: Barcollo, Maxim, Tana del duca, Fernando’s, Limbo, Borgo.
La finale si è giocata tra i bar Maxim e Barcollo, con la vittoria del Maxim per 3 goal a 2.
Il capitano Marco Varletta, nipote di Enzo, ha alzato in aria la coppa della vittoria consegnata da Angela Urbani in Varletta e dalla piccola Susanna Stefanoni nipotina di nonno Enzo.
Ecco i capitani delle altre squadre: Pasquale Varletta per la Tana del duca, Francesco Varletta (figli di Enzo) per Fernando’s, Simone Varletta (nipote), per Barcollo, Marco Calistri per Limbo e Massimo Petretti  per il Borgo.

Prima delle partite dei grandi, in ogni giornata, si sono disputate quelle dei 30 ragazzini partecipanti alla Scuola calcio di Bagnaia, premiati tutti con una medaglia alla fine del torneo.
Le squadre dei bar hanno ricevuto ognuna una targa in ricordo del torneo.
Le coppe, sono state offerte dall’AIDO, dalla famiglia Varletta-Urbani, da Nicola Becattini, da Augusto Turchetti, da Oliva Boccolini, dal Centro Sociale Polivalente di Bagnaia, dal Panatlon Viterbo (associazione che promuove lo sport), da Guido Urbani, dai fratelli di Enzo Varletta, Sandro, Saverio, Luana e Roberta.

I premi sono stati distribuiti tra il giocatore più anziano, il giocatore più giovane, miglior portiere (Daddezio), capocannoniere (Alessio Arriga), miglior giocatore del torneo (Daniele Buzzi), miglior Fair play (alla squadra del Borgo), secondo posto consegnato al capitano della squadra del Barcollo (Simone Varletta) e, infine, ma al primo posto, il trofeo del vincitore consegnato al capitano del Maxim (Marco Varletta).
A consegnare la coppa del 1° classificato, la signora Angela Urbani in Varletta insieme a Susanna Stefanoni nipotina di nonno Enzo.
Il calcio d’inizio della finale è stato dato da Federico Stefanoni fratellino di Susanna.
Lo zio Pasquale Varletta, che l’ha accompagnato al centro del campo, portandolo in braccio, ha potuto rendersi conto di quanto Federico fosse emozionato per l’importante compito che gli era stato assegnato, tanto, da poter sentir battere il suo cuoricino tenendo il bimbo tra le braccia.

Grande soddisfazione tra i familiari Varletta per la riuscita dell’iniziativa, grazie anche a tutti i ragazzi che si sono prodigati per il servizio del bar e per la distribuzione del cibo.
Tutto ciò ha contribuito a che le serate all’aperto, all’insegna dello sport e dello stare insieme, riuscissero a pieno, rendendo possibile  la particolare partecipazione di tutto il paese riunito sul campo per dimostrare l’affetto e la stima per il caro Enzo.
Agnese Galeotti



Ricordi bagnaioli del periodo bellico
Pietro Gregori

Gregori-pietroSabato 1° aprile 1944, feci una nuova scappata a Bagnaia col solito scopo di rifornirmi di viveri, cosa che avevo già in programma da tanto tempo ma che non avevo ancora attuato perché si era saputo che, a causa di un bombardamento, era rimasto danneggiato il ponte sul fiume Treja, poco prima di Civitacastellana, per cui la ferrovia Roma-Nord in quel punto era interrotta e si doveva trasbordare. Ora però il danno era stato riparato.
Quando nel tardo pomeriggio giunsi a piazzale Flaminio per prendere il treno, trovai che alcuni agenti della P.A.I. (Polizia Africa Italiana) avevano instaurato un servizio d'ordine per regolare l'afflusso in stazione del numeroso pubblico.
(Segue dal numero precedente)
Si era così formata una consistente fila sul marciapiede destro guardando il fabbricato, dalla quale ogni tanto si consentiva il distacco di un piccolo gruppo. Quando era arrivato il mio turno e mi trovavo tra i primi della fila, ci fu un certo sussulto d'impazienza che provocò un immediato scatto di reazione da parte di una guardia, la quale, non so bene se per errore o volutamente, lasciò partire un colpo dall'arma di cui era dotato. Per fortuna il proiettile si andò a conficcare soltanto nel muro che si trovava alla nostra destra.
Il corpo della PAI, dalla caratteristica divisa color kaki e con il casco coloniale, che evidentemente, essendo stati ormai abbandonati i nostri possedimenti in Africa, non aveva più ragione d'essere, era utilizzato dalla Repubblica Sociale Italiana per i servizi dell'area metropolitana. I suoi componenti, sebbene spesso usassero fare la faccia feroce, erano in fondo quasi tutti dei poveri diavoli che si erano venuti a trovare loro malgrado in quella imbarazzante situazione.

Il viaggio iniziò che era ormai notte fonda utilizzando dei vagoni merci all'interno dei quali erano state fissate delle panche assai scomode. Quando arrivammo in prossimità di Fabrica di Roma, vedemmo in lontananza, attraverso piccole feritoie, un rapido susseguirsi di forti bagliori che i soliti bene informati attribuirono ad un bombardamento nella zona di Terni.
Il giorno successivo, domenica delle Palme, a Bagnaia c'era un tempo meraviglioso. Ricordo di aver sostato per un po’ nella piazza inondata di sole a parlare con vari conoscenti, alcuni dei quali, da poco ritornati fortunosamente a casa, mi raccontarono le loro peripezie di guerra. Emilio Milioni, che era stato in Francia, dette sfoggio della sua erudizione in fatto di lingua francese.

Quando la sera mi trovavo nella stazione di Bagnaia in attesa di intraprendere il viaggio di ritorno a Roma, fui avvicinato da tre individui, vestiti in borghese, che mi chiesero i documenti. Io, sebbene fossi già in possesso anche di una tessera rilasciatami dalla banca con tanto di vidimazione tedesca, estrassi invece e mostrai quella, fasulla, in cui io ero definito dipendente del Pontificio Ateneo Lateranense, che quei tipi, certamente membri della polizia "repubblichina", guardarono e riguardarono in silenzio dandomi tanto l'impressione di non sapere quali pesci pigliare. Ricordo che del loro abbigliamento facevano parte dei lunghi impermeabili biancastri, stile "Bandito Giuliano".

Appena otto giorni dopo, nel lunedì di Pasqua, Bagnaia subì il suo primo e più importante bombardamento nel quale perirono almeno quindici persone, tra cui cito, perché parenti di miei conoscenti, Alessandro Chiodo, un bambino di tre anni, figlio di Santina Milioni, Cesira Serafini, moglie del mugnaio Zeffirino Pierini, Elia Riacci figlia di Gualdo, l’ex capo-stazione del luogo, nonché Giuseppina Ceccarelli, sorella di Alessandro. Tra le vittime c’è da annoverare anche Salvatore Celso Paganini, detto Servio, il sessantaquattrenne postino del paese, a me ben noto. Le bombe colpirono, oltre a qualche altro sito, un gruppo di case di via Zuccari alla cui base si trovava un’osteria, la salitella posta nei pressi dell’ingresso della Villa Lante e la ripida strada in discesa per il Pisciarello.
Ma ci fu anche un altro fatto, che mi riguardava da vicino, di cui ebbi cognizione solo verso la metà di giugno.

La sera del 27 maggio Bagnaia aveva subito un ulteriore attacco aereo durante il quale erano state lanciate non più di due o tre bombe. Ebbene, una di queste aveva colpito in pieno la casa della famiglia Bernini, anch’essa in via Zuccari, che, crollando, si era trascinata appresso una parte della nostra. In particolare, furono distrutte tutte le cucine del nostro fabbricato che allora erano situate una sopra l'altra.
Per fortuna stavolta non ci furono vittime perché tutti gli abitanti delle abitazioni colpite avevano avuto l'accortezza di sfollare da qualche giorno in casali di campagna, se non altro per non trovarsi in paese al passaggio del fronte che si riteneva imminente. Così aveva fatto anche la famigliola di Ines Biscetti, allora nostra affittuaria.

Eppure più di una volta mio padre aveva in precedenza espresso l'opinione che sarebbe stato opportuno, almeno per i membri della famiglia che non avevano impegni di lavoro, di trasferirsi a Bagnaia al fine di evitare il pericolo di eventuali bombardamenti!
Nel 1983, durante i lavori che mio cugino Nicola Pierini stava facendo per ristrutturare l'appartamento posto sotto al mio, fu da lui rinvenuta, interrata nel giardino, una scheggia metallica che non è improbabile possa essere appartenuta alla bomba caduta 39 anni prima. Ora la conservo in casa, opportunamente incorniciata.
(Continua)
Pietro Gregori



Presentato ‘Recuerdos de viaje’

Maurizio Pinna

Il nuovo album del Maestro Fabio Barili

Maurizio_PinnaWFabio Barili, un artista viterbese di grande caratura che, come spesso accade, è più noto ed apprezzato nel mondo che in “patria”.
Si è tenuto sabato 20, presso l’Auditorium della Facoltà di Lingue, il concerto di chitarra “Recuerdos de viaje”, del M° Fabio Barili. Una importante presenza di pubblico ha assistito per circa un’ora ad una esibizione di chitarra classica, osservando il più rigoroso silenzio, incantato dagli accordi che per gli effetti melodici prodotti, parevano provenire da più strumenti a corda.
Ovazioni di grande gradimento per le composizioni del M° Barili, ma anche manifestazioni di simpatia e ammirazione per un uomo cordiale, pacato, disponibile e, al tempo stesso, sicuro delle proprie doti, padrone della propria materia, così come può essere soltanto un grande professionista. Un’ora di concerto con brani impegnativi che hanno attirato lo sguardo del pubblico sulle mani del Maestro, mentre con estrema disinvoltura  scivolavano, accarezzavano e pizzicavano le corde dello strumento. “Recuerdos de viaje”, segue a distanza di due anni il precedente successo ottenuto al Piccolo dell’Unione con “Carosello Napoletano”. 

Il Maestro Barili, classe 1971, ha studiato sotto la guida del M° Francesco Taranto con il quale si è diplomato al Conservatorio Briccialdi di Terni e all’Accademia Internazionale di alto perfezionamento “Arts Academy” di Roma, con una tesi sulle forme musicali dell’Ottocento, specializzandosi nell’ interpretazione del repertorio chitarristico dello stesso secolo. Ha seguito i corsi e partecipato ai relativi concerti organizzati da “Orfeo” officina di musica contemporanea, presso l’Istituto Italo-Latino Americano di Roma. Ha partecipato ai corsi di perfezionamento dei Maestri Francesco Taranto, Roberto Fabbri, Roland.Dyens, Edoardo Fernandez (Perugia Classico 1999), Sandro Di Stefano, Carlo Carfagna. Ha inciso per la FNB Records un CD dedicato alla musica di J.S. BACH Sonata BWV 1001, Suite BWV 995, Suite BWV 996. Diplomato in Chitarra Elettrica presso la “Lizard Centro Didattico Musicale” di Firenze, suona costantemente come solista ed in duo di chitarra, chitarra e canto, chitarra e violino. Ha collaborato come esecutore con lo staff del Teatro “ Bagaglino“ di Roma per Castellacci e Pingitore. Iscritto alla S.I.A.E. in qualità di compositore, ha depositato oltre 50 brani di musica per chitarra e per chitarra e voci. Ha composto le musiche per vari spettacoli teatrali, tra i quali La Tempesta di William Shakespeare con la quale ha partecipato alla tournée nazionale con la compagnia del Teatro S. Leonardo di Viterbo.

Ha suonato al festival musicale di Red Hill a Londra, eseguendo brani per sola chitarra acustica di sua composizione. Collabora con il direttore d’orchestra M° Marco Boemi (Pavarotti & Friends 1998 –Phil Collins 2003) in alcune incisioni di famose arie d’opera, eseguite dai migliori cantanti lirici in attività e non, tra i quali il famosissimo baritono Giuseppe Taddei.
Per questo nuovo CD, nella affannosa ricercatezza della perfezione musicale, il M° Barili ha curato personalmente l’aspetto audio e tecnico per la registrazione dei suoi brani, al fine di non disperdere nulla dell’alto livello raggiunto nelle sue performances.
Forse è il caso di pensare che a Viterbo siamo ancora troppo superficiali per dare il giusto valore ed attenzione ai nostri talenti?
Maurizio Pinna


Patrizia Labellarte è giornalista
Mauro Galeotti

Un'altra collega amica ha raggiunto il traguardo e lo dico con orgoglio perché questo quindicinale ha sfornato molti giornalisti consentendo loro di operare nel mondo della comunicazione in piena libertà, nel rispetto reciproco tra cittadino e giornalista. Patrizia, oltre che essere una bella donna, con degli occhi stupendi, è una persona dolcissima, affettuosa, seria e quello che conta molto è pure brava a scrivere, dote non facile in questi tempi.
Ora inizia per la giornalista Patrizia Labellarte, tra la felicità di sua madre, di suo padre, che la vede dal cielo, e di tutti coloro che le sono accanto giornalmente, una nuova strada, a volte in salita, a volte in discesa, ma Patrizia, caparbia come è, col suo forte carattere, saprà affrontare ogni giorno ogni difficoltà e godere ogni gioia.
Pa' sono davvero felice ed orgoglioso di esserti stato vicino in questi anni, di averti dato quel poco che spero tu possa trasformare in molto nella tua vita, che sarà lunga e piena di bei sentimenti, per una tua vecchiaia colma di tranquillità e di ricordi.
Pa' un forte abbraccio, affettuoso, duraturo e gioioso, tutto per te, nuova giornalista, da parte mia e di tutta la redazione della Città, con l’augurio che si avveri ogni tuo sogno.
Mauro Galeotti



Imprenditrici si può
Patrizia Labellate

patrizia_Labellarte_2008WDiventare oggi imprenditrici si può! Spirito d’iniziativa, coraggio e voglia di mettersi in gioco sono i requisiti giusti per intraprendere una nuova carriera, il tutto unito al forte sostegno delle associazioni di categoria e all’intervento delle banche. Questi ed altri i temi affrontati al workshop “Imprenditrici o aspiranti imprenditrici?” tenutosi lo scorso 15 giugno presso il Cefas ed organizzato dal Centro per l’Inclusione Finanziaria Femminile di Viterbo in collaborazione con BIC Lazio di Viterbo.
Una mattinata che ha visto susseguirsi tematiche quali: gli studi nell’ottica dell’imprenditorialità e della professionalità; la propensione all’imprenditorialità femminile giovanile e la consapevolezza del problema del credito secondo dati acquisiti presso il Ceiff di Viterbo; l’analisi della propensione all’imprenditorialità delle studentesse e l’articolazione di progetti per la formazione dei soggetti coinvolti.

Ciò che è emerso dai dati analizzati e presentati è che i rapporti tra i servizi pubblici gratuiti e gli operatori del settore è difficile. E l’accesso al credito? Questo risulta essere un problema cruciale , in particolare per le donne, soprattutto, quando la possibilità e la consapevolezza di disporre, in autonomia, di risorse economiche da investire nello sviluppo dei processi di autodeterminazione professionale e personale costituisce uno degli elementi principali per il superamento di forme di esclusione, in particolare lavorativa. All’evento ha partecipato anche il presidente Giovani Imprenditori di Confartigianato imprese di Viterbo, Ombretta Pecugi, portando la sua testimonianza molto significativa e diretta ad attirare l’attenzione non solo delle donne ma anche dei giovani. “Coinvolgere i giovani partendo dalle basi”. Questo l’obiettivo che ha spinto il presidente ad avvicinarsi agli studenti, organizzando incontri formativi presso gli istituti scolastici, stage presso aziende associate a Confartigianato per far toccare con mano la realtà imprenditoriale ai ragazzi. Della stessa opinione anche i rappresentanti di Unicredit Banca di Roma – Centro Sviluppo, della Carivit e della Banca di Spoleto.

Da quanto è emerso dall'indagine effettuata ed illustrata nel corso del workshop i giovani viterbesi mettono al primo posto la banca come punto informativo per l'accesso al credito di una impresa. Scarsa importanza viene data dunque, alle associazioni di categoria. Perché? Mancanza di informazione e soprattutto di comunicazione sono alcuni dei problemi riscontrati nell’intervento di Vita Sozio, presidente Imprenditoria Femminile della Camera di Commercio di Viterbo. È essenziale, precisano entrambi i presidenti, che i ragazzi, futuri imprenditori si rivolgano alle Associazioni di categoria ancor prima di aprire un’impresa, usufruire così dei servizi e della consulenza necessaria per affrontare tutte le difficoltà presenti all’avvio di una nuova attività.
Patrizia Labellarte



Scuola Media: via i pantaloni corti!!!
Fabio Ernesti

ernesti-fabioL’ingresso alla Scuola media apportava una modifica fondamentale nell’abbigliamento: si abbandonava il grembiule, dai pantaloni corti si passava a quelli alla zuava e poi ai lunghi. Insegnante non era più il maestro unico ma professori per le varie materie. Si faceva conoscenza con il latino e con la lingua straniera. Le tre classi costituivano un percorso di formazione per le materie che incominciavano a essere affrontate in modo più approfondito.
Per italiano, latino, storia e geografia, nel triennio 1954-1957, insegnante fu la professoressa Caterina Vaggi Francesini, una distinta signora, alta e longilinea che vestiva con tailleur di color grigio, portamento anglosassone, voce suadente, proprietà di linguaggio, maniere signorili, severa nelle occasioni giuste.

Ci insegnò le basi della lingua latina iniziando dalle declinazioni, poi i verbi, le frasi, le favole di Fedro e i componimenti. Studiavamo numerose poesie italiane a memoria, a lei piacevano Carducci, Pascoli e Leopardi. Non amava la geografia e preferiva la storia, forse mi ha trasmesso la passione per questa materia che poi ho coltivato per tutta la vita.
Sostenni un’interrogazione in italiano, arrivata un po’ a sorpresa, nella quale mi fece prima declamare e poi spiegare alcuni passi de “Il cinque maggio“ di Alessandro Manzoni. Quando arrivai al passo che recita “lui folgorante in solio vide il mio genio e tacque”, considerai lui come soggetto invece che complemento oggetto. Errore clamoroso! Ma senza risentimento, perché ancora ricordo a memoria la poesia e in seguito ho apprezzato le opere dell’autore. Per par condicio devo ricordare che un mio tema svolto in classe riportò un notevole successo. Dovevamo immaginare la nostra vita vent’anni dopo. Impostai l’argomento come si trattasse dell’inizio di un romanzo.

Mi trovavo dietro le finestre del mio ufficio in un grattacielo di New York e ripercorrevo il mio passato, da quando lasciai l’Italia per frequentare l’università negli Stati Uniti, l’ingresso nella Polizia dove ero arrivato al grado di Ispettore, la moglie americana e la giovane figlia, la vita che conducevo e la nostalgia che alcune volte provavo per la mia città natale.
Per Matematica i primi due anni avemmo la professoressa Conti, piccolina, con gli occhiali, molto severa, che conosceva bene la materia, il terzo anno venne da Roma la professoressa Maciocchi, carattere mite con grande capacità per le spiegazioni,  con lei raggiunsi brillanti risultati.

Come lingua straniera in molti scegliemmo il francese, alcuni inglese, pochissimi tedesco.
Insegnante di francese era il professor Arduini, ormai vicino alla pensione, piccolo e grassottello, calvo, con un volto bonario, assomigliava a Dotto dei sette nani, e portava due orologi, uno per ogni polso, perché aveva il timore di perdere l’autobus che lo doveva riportare al paese, vicino a Viterbo, dove abitava.
I più bravi della classe erano Stefano Bombardieri e Sergio Boni.
Insegnante di educazione fisica era il professor Jacchini, diplomato alla Scuola Superiore di Educazione Fisica della Farnesina e schermitore della scuola di Musumeci Greco. Per questa disciplina impartiva lezioni private che si svolgevano due ore a settimana, nel pomeriggio, in palestra. Provai a praticare la scherma, avevamo però delle attrezzature sommarie, quattro fioretti e altrettante maschere che adoperavamo a turno e, quando non ci esercitavamo, stavamo a guardare gli altri.

Mi annoiavo ad apprendere la corretta impugnatura dell‘arma e imparare le parate, dalla prima all’ottava, inoltre non avevamo il giubbotto da scherma, di conseguenza quando arrivava la stoccata, anche se il fioretto sulla punta aveva il bottone, faceva male riceverla sul petto, attraverso il leggero maglioncino di lana o la camicia.
In educazione fisica ammiravo Eraldo  Menichini che già era un provetto giocatore di pallacanestro e Bruno Costantini, bravissimo nelle evoluzioni al cavalletto e nelle arrampicate sulla corda.
La sede della scuola era nell’edificio ex GIL in via Tommaso Carletti, però la metà del primo anno, per mancanza di aule, fummo sistemati nella sede distaccata di San Leonardo.
L’aula era piccola e munita di una stufa di terracotta a legna che il mattino era accesa dal bidello. In seguito ci trasferimmo all’ultimo piano della sede principale, aula ampia e termosifoni.
Della mia classe della scuola elementare ritrovai Giorgio Bevilacqua, Massimo Compagnoni e Mario Beccherini, gli altri compagni non li conoscevo ma, con il passare del tempo, con alcuni di loro stabilii un rapporto di amicizia.

Maurizio Morena, Enrico De Antoni e Claudio Biagini furono quelli che frequentai di più.
Spesso il pomeriggio ci trovavamo nelle rispettive abitazioni per studiare.
Maurizio abitava in via Cavour, la madre, originaria di Cesena, ci preparava ottime merende e sul tardi arrivava il padre, signor Tobia, con baffi e cappello e con gli stivali, perché andava a cavallo nella tenuta della Roccaccia, della quale era amministratore.
(Continua)
Fabio Ernesti


Viterbo Norimberga d’Italia
Pantaleo Spagna

Spagna foto cittaSempre da quel bellissimo libro trovato nel mio cassetto, vado ad estrapolare alcuni brani che agli inizi del XIX secolo, Olave M. Potter, viaggiando verso Roma, così scriveva nel suo diario.
“Sebbene siano sorelle di nome, Urbis Vetus e Vetus Urbis – e sebbene nella storia mediovale del papato la loro funzione sia stata la stessa, trovare due città così differenti come Orvieto e Viterbo sarebbe difficile.
La mistica tristezza di Orvieto è adombrata nella pallida vallata del Paglia, disseminata dai resti sismici vulcanici; mentre ci avviciniamo alla bella e gaia città di Viterbo, il nostro spirito sorgeva d’istinto là per le ondulate piane laziali che i piedi di tutti gli eserciti han calcato cercando di invadere il santuario di Roma. E’ un campo pieno di fascino e di ricordi.
L’origine di Viterbo è misteriosa come le sorgenti del Nilo. Si sa che al suo posto ci fu una città etrusca; che occupa una grande posizione di grande forza con speroni collinari difesi da forre ben in accordo con il sistema etrusco di fortificazione.
Così mettendo da parte, su Viterbo, lo sciocco e falso documento di Annio che “rivendicava per la sua città nativa un’antichità più grande di quella di Troia”, è curioso come la Vetus Urbis non sia nominata prima dell’ottavo secolo, quando i vecchi cronisti parlano di un antico castello - Castrum Viterbii – che sta nel presente sito della cattedrale. Ma nell’anno 773 , quando attirò l’attenzione dell’ultimo re dei Longobardi, Desiderio che ne fece la base per la pretesa conquista degli stati della chiesa.

Poco si sa della Viterbo dei tempi dei Longobardi. Non fu che all’inizio del secolo XII che balzò in importanza nella storia del Medioevo come capitale del patrimonio lasciato dalla Contessa Matilde di Toscana ai detentori di san Pietro.
Viterbo per la sua posizione in collina la rendeva una fortezza del papa in tempo di pericoli guerreschi e un sanatorio nei periodi di pestilenza. Nel XII secolo, Eugenio III convocò a Viterbo in assemblea i vassalli della Chiesa, e nel XIII secolo entro le sua mura furono eletti cinque papi e quattro ve ne morirono. Nel 1240 a Viterbo Federico ci viveva in pace; e cinque anni dopo la città scrisse la pagina più gloriosa dei suoi annali quando umiliò il grande Federico con l’eroica difesa contro i suoi assalti e lo costrinse a ritirarsi in territorio pisano.
Arrivando da Orvieto, trovammo Viterbo molto gaia e graziosa con pregevoli fontane a far musica in tutte le piazze, e le strade mediovali piene dell’aria allegra della vendemmia.
I grandi tini erano gia stati puliti e avevano incontro enormi botti gementi e rintronanti giù per le colline mentre ruzzolavano alle fontane per essere inzuppate, addolcite al sole e all’aria o a rotoli le riportavano alle consuete cantine. Per tutto il giorno buoi aggiogati incedevano lenti per le antiche porte, tirando carri pieni di bigonce d’uva; e di fronte a più di un osteria , trovammo a cantare e ridere gruppi di uomini e di ragazze, mentre con i bianchi piedi scalzi, su e giù, su e giù, pigiavano i grappoli, e per un condotto il fluido scuro fluiva nei tini di sotto.
Ma Viterbo la “Norimberga d’Italia”, è piena d’incanto. E’ una delle città più mediovali d’Italia: ha un intero quartiere di case del XIII secolo guancia a guancia con totti di baroni e con chiese antiche. Ha chiostri bellissimi come Santa Maria della Verità, la città si coccola una gemma di architettura gotica, il Palazzo vescovile, che fu una volta palazzo dei papi.

Questo fu il palcoscenico su cui i personaggi più importanti della storia viterbese e del papato ebbero la loro parte. Qra venne il Barbarossa a tributare contro voglia l’omaggio al fiero Adriano IV, che credeva di umiliare la dignità umana molto di più di quanto avrebbe fatto un Latino.
Qua venne Federico II in pace perché in quel tempo Viterbo prese le distanze dalla lealtà col papato, dal momento che la causa di Gregorio IX era stata abbracciata dall’antica nemica, Roma.

Qua fu eletto Urbano IV, il papa che non entrò mai in Laterano o san Pietro. Qui Carlo d’Angiò e il re Filippo III di Francia, in viaggio da Tunisi con il corpo del padre Luigi IX, attese nel 1271 la elezione di Gregorio X. Quello stesso anno, in presenza del re di Sicilia e del re di Francia, Enrico il figlio di Riccardo, Duca di Cornovaglia, che tornava in Inghilterra dalla crociata in Tunisia , fu ammazzato da Guido di Monfort, il vicario di Carlo in Toscana.
A questo sanguinario guerriero, la vista del Principe anglosassone risvegliò la furia che lo costrinse a vendicarsi della casa reale inglese dalla quale il nonno, Simone di Leicester e di Monfort, era stato ucciso in battaglia e oltraggiati i suoi resti privi di vita. Scuola Media: via i pantaloni corti!!!
Pugnalò l’innocente Enrico all’altare della chiesa, trascinò il cadavere per i capelli e lo scaraventò per la scalinata del portale.
Dante relego l’anima di Guido di Monfort, tras i tiranni che serano votati al sangue e alla rapina. “Colui che fesse in grembo a Dio, lo cor che ‘n sul Tamigi ancor si cola”.
Questa l’immagine di Viterbo che ha riportato Olave M. Potter, nella sua visita a Viterbo nel 1911.
Pantaleo Spagna


postato da: Spvit | 14:22 |

lunedì, giugno 15, 2009

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10 Giugno 2009
Anno XIX n° 11


Ma quanto sono più bello!!!

Sì, mi sono colorato
Mauro Galeotti

fotogaleottiSplinderFino ad oggi mi hai sempre visto in bianco e nero, come erano una volta i film e come era una volta la televisione.
Ma siccome a te lettore, quando mi prendi in mano per leggermi, ti vedo a colori, ho pensato che andando a festeggiare nel 2010 il mio ventesimo anno di età, fosse stato proprio il caso di arrivarci, almeno lo spero, col vestitino nuovo di zecca, come quando si va a fare la Comunione o quando ci si sposa.
E be’ sì è proprio un’altra cosa il colore!
Ho sofferto un po’, in verità, perché ho dovuto abbandonare mio fratello, lui si chiama Come eravamo la Tuscia in foto, sì l’ho dovuto zittire, ma lo sai? ha protestato così tanto che si è voluto accasare con me.
Infatti, ‘sto birbante e non s’è infilato tra le mie pagine.
E l’ha fatto di prepotenza, togliendomene ben quattro, tutte intere, senza rispetto per chi, come me, è più anziano di lui.
Ma un fratello è sempre un fratello e come fai a zittirlo per sempre?
Allora ho detto, e vabbè pigliati pure ‘ste quattro pagine e andiamo avanti insieme, anche perché in fin dei conti non sei manco tanto male anche tu a colori.
Hai quel sapore di antico che ti caratterizza e ti rende indimenticabile, grazie al passato che ti distingue ad ogni tuo sguardo.
Ed allora inizia una nuova avventura insieme ai miei amici sponsor, insieme ai miei genitori della Redazione e insieme a te, che hai sempre la bontà di guardarmi, di leggermi, di portami via dai tavoli dei bar, dalle edicole, dai locali in cui vengo poggiato.
Vivo ogni volta che esco dalla tipografia e mi consenti di  dire la mia, senza peli sulla lingua, in difesa di questa nostra bella Città di Viterbo.
Firma per me il mio caro babbo, al quale devo la mia esistenza...
Mauro Galeotti


Conosci le scie chimiche?
Agnese Galeotti

AgneseSplinderMai sentito parlare di chemtrails o meglio dette chemical trails? In italiano vuol dire scie chimiche.
Quante volte alzando gli occhi al cielo, si possono vedere quelle enormi, lunghissime scie bianche che lo attraversano?
Pensaci un attimo tu che mi leggi.
Ti è capitato sicuramente tantissime volte.
Quelle sono le scie di condensazione degli aerei. 
Le condensation trails, cioè scie di condensazione, sono le scie che gli aerei lasciano e sono formate dal vapore acqueo e dai gas di scarico immessi nell’atmosfera fredda dai motori riscaldati degli aerei.
Questa condensazione può avvenire esclusivamente con le seguenti condizioni.
- Temperatura inferiore a - 40 °C.
- Umidità relativa non inferiore al 70%,
- Quota di almeno 8000 metri.
Secondo alcuni scienziati che studiano tali fenomeni però qualcosa di strano c’è. Infatti, spesso è capitato di vedere le scie anche al di sotto dei suddetti parametri. Sono così sorti numerosi dubbi a riguardo. Possibili esperimenti militari che interessano il cambiamento climatico?
Possibili interessi nell’avvelenare l’aria che respiriamo facendo passare scie chimiche per scie di condensazione?
Certo sono solo supposizioni. Ma, fatto sta, che scienziati e persone comuni hanno cominciato a parlarne, a studiare le conseguenze e i danni di queste scie chimiche.
I ricercatori, hanno effettuato diverse analisi chimiche sul territorio, analizzando terra, polveri, acqua nelle zone sottostanti all’usuale presenza di scie chimiche. Tali analisi hanno riscontrato la presenza e un’elevatissima concentrazione di numerosi elementi chimici: ossido di alluminio, calcio, sali di bario, potassio, magnesio, quarzo, ed altro.
Per quanto riguarda le conseguenze delle concentrazioni degli elementi chimici sugli umani basti pensare che nel 1998 in Canada, i primi studi a riguardo, diedero come risultato problemi di salute come: letargia, forti dolori alle giunture, perdita di memoria a breve termine, disturbi alle vie respiratorie, sintomi da depressione o simili a quelli influenzali.
I più deboli, come gli anziani, i bambini, le persone già debilitate da altri problemi respiratori e motori, sono i primi ad essere colpiti da tali conseguenze. Ma, recenti studi hanno dimostrato che le scie chimiche possono anche causare ben più seri problemi per la nostra salute: facilitazione nel contrarre diversi tipi di leucemie, varie affezioni all'apparato respiratorio, un incredibile aumento dell’inquinamento. Milioni di persone hanno perso la vita a causa di queste malattie.
Molti sospettano che al disopra di tutto ci siano privati, grandi case farmaceutiche che per guadagnare sulle malattie delle persone fanno in modo che queste effettivamente si ammalino.
Queste sono solo supposizioni, ovviamente, ma molte persone sono convinte che siano realtà.
Forse hanno ragione a riguardo o forse no, fatto sta che le analisi chimiche sui territori parlano chiaro e anche le reazioni devastanti che queste sostanze hanno sulla gente sono palesi.
È giusto che le persone siano informate, per poi credere a quello che riterranno.
Per chi volesse ulteriori informazioni consiglio diversi siti su Internet dove anche io ho potuto prendere diverse informazioni.
www.sciechimiche.org è un sito completo. Oppure su Youtube, si possono trovare diversi servizi sull’argomento, nonché una puntata di Voyager.
Agnese Galeotti


MI.CUL.PRO.FUMAT.
Fummo fumo - Dicembre 2015
Fabio Ernesti

ernesti-fabioSpero che queste mie memorie giungano a un ex fumatore onesto, affinché le conservi a futura memoria.
Alla fine degli anni ottanta del secolo scorso fu introdotto il divieto di fumare nei teatri e nei cinema, poi fu vietato reclamizzare le marche di sigarette, poi fu vietato fumare sugli aerei, treni, autobus e nel 2005 anche nei ristoranti, bar, uffici e altri locali pubblici.
Dopo iniziò progressivamente la persecuzione.
Il Paese era angosciato dalla crisi economica, aggredito dalla malavita, sopraffatto dall’immigrazione clandestina, invaso dalla corruzione.
I politici ritennero opportuno trovare un argomento.

Un argomento per distrarre l’opinione pubblica dalle questioni gravi e serie e, di comune accordo, lo individuarono nel fumo che divenne la causa di tutti i mali.
Si scatenò allora la crociata contro i fumatori.
Si formò un Governo di Salute Pubblica nel quale il Presidente del Consiglio era anche Ministro della Salute, Ministro degli Interni e Ministro della Difesa, mentre gli altri ottantacinque dicasteri furono equamente distribuiti tra tutti i partiti, in base al numero dei loro rappresentanti in Parlamento, il cui numero complessivo era stato portato a 1500.
Attraverso i medici di base furono censiti i fumatori che poi furono schedati dalle Prefetture e fu loro consentito di fumare in spazi all’aperto, costruiti appositamente nelle periferie delle città, e denominati Z.I.N.N.A, Zona Inquinata Nube Nicotina Allargata.
Era permesso fumare a giorni alterni; chi aveva l’iniziale del cognome con lettera dall’A alla L, nei giorni pari, i restanti nei giorni dispari.
In tutte le città si formarono le R.A.F. – Ronde Anti Fumo – costituite da fanatici che intervenivano in modo violento contro le persone che fumavano fuori dagli spazi assegnati. 
Fu istituito il Ca. Co. – Capo Condominio - che aveva il compito di controllare e denunciare ogni odor di fumo nell’edificio di sua competenza.
Fu costituito il V.A.F.A.QU. – Vigile Anti Fumo Addetto al Quartiere - che dipendeva dal CO.RE.FU. – Corpo Repressione Fumatori – posto sotto il comando dell’A.C.A.F. -Alto Commissariato Anti Fumo - che subentrò a quello Antimafia poiché la lotta a quest’ultima fu abbandonata, presentandosi più importante e urgente per il paese quella contro i fumatori.
Rapidamente si estese il clima di paura derivante dalla delazione che i malvagi usavano per vendetta e rancore.
Il prezzo di un pacchetto di sigarette fu decuplicato e fu istituita la tessera  annonaria che consentiva di acquistare solo due pacchetti al mese pro capite.
I fumatori furono obbligati a portare sugli indumenti un distintivo formato da un cerchio nero.
Un gruppo di appartenenti al mondo politico e artistico provocatoriamente fondarono il P.N.F. - Partito Nazionale Fumatori - e portavano un distintivo nero con una sigaretta bianca, furono perseguitati, processati, espulsi dal Parlamento e dagli ordini professionali e inviati al confino a Lampedusa nei C.r.e.f.,  - Centri Rieducazione Ex  Fumatori.
Il fumo fu poi dichiarato fuori legge, furono promulgate leggi eccezionali che decretarono la pena di morte per i contrabbandieri di sigarette e punizioni severissime per i fumatori, pene comminate attraverso lo S.T.I.C.A. Speciale Tribunale Istruttore Competente Antifumatori.
In compenso fu liberalizzato il commercio della droga, smerciata nelle apposite rivendite.
In sostanza le vecchie tabaccherie furono riconvertite, i proprietari espropriati e condannati come venditori di fumo e costretti a cedere la gestione dei negozi a drogati incalliti che divennero titolati delle rivendite di droga.
Gli stabilimenti già appartenuti al Monopolio Tabacchi furono destinati a centri di accoglienza per gli extracomunitari clandestini, quello di Bologna fu destinato a Museo delle nefandezze del fumo e visitato dalle scolaresche in gita culturale.
Molti politici, accaniti fumatori, furono costretti a dare le dimissioni dal loro mandato.
Tale sorte toccò a Marini, Buttiglione, Bertinotti.
Fu stroncata la folgorante ascesa di Fini.
Andreotti rilasciò una dichiarazione giurata nella quale diceva di non aver mai fumato, neanche in gioventù, presentò una testimonianza della Conferenza Episcopale Italiana e fu eletto Presidente della Repubblica.
L’onorevole Tina Anselmi presiedette una Commissione d’indagine e alla fine dei lavori presentò un voluminoso elenco di personaggi famosi iscritti alla loggia PF2 - Propaganda Fumo 2 – costituita da Licio Gelli che aveva svolto opera di proselitismo assicurando agli iscritti fumate a volontà in loggia coperta.
Dopo l’epurazione di numerosi esponenti, cambiò radicalmente lo scenario politico, si ritornò ad avere un gran numero di partiti.
Casini chiamò il suo partito Unione Cristiana Antifumo, modificò il simbolo e  al posto della croce fu messa una spada che trafiggeva un mozzicone di sigaretta.
Berlusconi cercò di ricompattare i suoi sostenitori e per accattivarsi le simpatie dei moderati pensò di includere nel nome del nuovo partito un chiaro riferimento cattolico, ritornando alle origini avrebbe voluto chiamarlo Forza Italia, aggiungendo Cattolica Antifumo, ma poi pensando all’acronimo che si sarebbe creato, scelse il nome di Movimento Italiano Cattolico Antifumo, pertanto si chiamò M.I.C.A.
Anche le sinistre trovarono nuovo slancio e riunirono le loro forze fondando un nuovo partito e come simbolo, dopo l’ulivo, la margherita e l’asinello scelsero il Panda anche perché la concentrazione si chiamava P.A.N.D.A. acronimo del Partito Autonomo Nazionale Democratico Antifumo, condotto dal triumvirato Fassino, D’Alema, Veltroni che accampavano meriti di non fumatori conclamati, attaccarono duramente la Destra che aveva avvelenato per decenni i lavoratori con la vendita delle sigarette.
Prodi, Parisi e Castagnetti fondarono un nuovo schieramento denominato P.I.P.P.A - Popolo Italiano Per Progresso Antifumo.
Di Pietro, con uno sforzo ideativo, chiamò il suo partito IVA – Italia dei Valori Antifumo.
Calderoli capeggiò la Lega Antifumo evidenziando che questo vizio era stato portato dagli arabi e che tutti gli stabilimenti di sigarette erano collocati nel meridione.
Bossi aveva dato le dimissioni perché fotografato più volte con un mezzo toscano in bocca.
Si era giustificato dicendo che si trattava di un messaggio provocatorio, volendo significare che il nord si fumava il sud, ma non fu creduto.
Il Partito Radicale fu sciolto d’autorità perché i suoi vertici erano tutti accaniti fumatori.
Gli appartenenti ai Centri sociali scesero in piazza con manifestazioni a favore del Governo che aveva abolito il fumo e liberalizzato la droga.
Fu costituito il Ministero Cultura e Profilassi dei Fumatori, meglio conosciuto come MI.CUL.PRO.FUMAT. che interveniva in tutti i settori, cinema, teatro, televisione, giornali per esercitare la censura nei confronti di qualsiasi argomento che trattasse il fumo.
Anche la Chiesa intervenne, il Papa condannò il fumo come peggior pratica contro la procreazione partendo dall’assunto che il fumo rende sterili.
Approvò il matrimonio tra coppie gay, ma proclamò la scomunica contro i fumatori.
Con l’istituzione del telefono nero ogni cittadino poteva sporgere denuncia nei confronti di presunti fumatori.
Per settimane centinaia di fumatori attraversarono l’Adriatico con imbarcazioni di fortuna e chiesero asilo politico all’Albania.
E’ di ieri la notizia che due anziani pensionati, scoperti mentre fumavano nella loro abitazione, sono stati arrestati e costretti a sfilare per le vie della città con appeso al collo un cartello con la scritta – Sono un fumatore.
Chiudo questa mia, ormai sono vecchio e stanco, ho subito il carcere, il confino, la terapia rieducativa, ma sono sopravvissuto. Con un gruppo di amici ci siamo ritirati in un casolare isolato tra i Monti Cimini e la sera, attorno al camino, accendiamo le pipe fumando le foglie del tabacco che coltiviamo.
Fin quando non ci scopriranno noi, continueremo a fumare.
Fabio Ernesti


I martelletti dove li metto?

Agnese Galeotti

Domenica scorsa sono andata a fare una passeggiata al centro della città con il mio ragazzo.
Ci siamo trovati a posteggiare la macchina al parcheggio di piazza del Sacrario gestito dalla Francigena che, a sua volta, fa parte del Comune.
La prima cosa che ho notato è che non ci si deve più munire di biglietti per sostare, direttamente dall’apposita macchinetta all’entrata.
Infatti, da qualche giorno i cittadini devono munirsi del classico bigliettino da grattare presso la cassa del parcheggio stesso.
Subito mi è sorta in mente una domanda: ma perché dobbiamo pagare lo stipendio a una o più persone che stanno lì nel gabbiotto esclusivamente per dare in mano al cliente il bigliettino gratta e spendi?
Perché non vengono utilizzate le classiche macchinette in cui metti i soldi ed esce fuori il bigliettino con scritta l’ora fino alla quale hai pagato per posteggiare?
Perché questi soldi non vengono spesi per cose più utili?
Abbiamo le strade che sembrano groviera, piangiamo che non ci sono soldi per sistemarle e poi quelli che abbiamo li sprechiamo pagando persone che non hanno motivo di essere lì!
Inoltre, tornando al parcheggio, ho notato con disappunto che si paga anche la domenica, ma di ciò all’entrata non è scritto da nessuna parte.
Quando ho posto la mia domanda all’addetto nel gabbiotto, mi sono sentita rispondere, non molto carinamente, che all’entrata, nel cartello sovrastante, non era presente il disegnino dei due martelletti incrociati e che, poiché posseggo la patente di guida, si presuppone che debba conoscere i segnali stradali e quindi notare che quel parcheggio, che prima di domenica non si pagava, ora si paga!
Chissà come mai però, che tanto scontata è la cosa, che subito un uomo dietro di me si lamentava della stessa faccenda e faceva la mia stessa domanda?
Io, che sono un po’ maliziosa, penso invece che tanto scontata la cosa non sia, ma che piuttosto è l’ennesimo equivoco che male informa chi vuole usufruire del parcheggio pubblico.
E come al solito chi ci va a rimettere è il cittadino che, se non paga il posteggio, viene pure multato dai vigili.
Penso a quell’automobilista che dà per scontato, vista la consuetudine passata, che se la sbarra è aperta, il parcheggio la domenica non è a pagamento, e che certo non va a cercare i due martelletti incrociati su per il cartello!
Ha sicuramente altro a cui pensare!
Comunque, non essendo stata l’unica a porre la domanda riguardo al pagamento della domenica, è opportuno che il Comune faccia chiarezza al riguardo e che installi al più presto un cartello con su scritto a pagamento anche nei giorni festivi!
Agnese Galeotti


Ricordi bagnaioli del periodo bellico
Pietro Gregori

Gregori-pietroNei primi anni di guerra, i miei soggiorni a Bagnaia hanno subìto un arresto non precisamente voluto.
Essendo io ancora minorenne (avevo meno di 21 anni), la Banca dalla quale ero stato assunto mi concedeva, per contratto, un periodo annuale di ferie molto breve, che per questo motivo cercai di sfruttare al meglio utilizzando, annualmente, un biglietto ferroviario gratuito spettatomi in quanto figlio di un dipendente della Regia Dogana. Le mete, da me raggiunte in compagnia di qualche familiare, portandomi appresso la mia brava carta annonaria, furono, nel 1941, alcune città della Liguria, nonché, nel 1942, Firenze, Bologna, Milano e la Repubblica di San Marino
Nel 1943 le cose cambiarono: i bombardamenti, lo sbarco degli Anglo-americani in Italia e la stipula dell’Armistizio, con le relative conseguenze, consigliavano di non esporsi più di tanto.
Verso la fine dell’ottobre di quell’anno, essendomi stato concesso di prendere un residuo di ferie, iniziai comunque a fare una serie di viaggi a Bagnaia con lo scopo principale di racimolare qualcosa di mangereccio, di solito castagne o patate.
Quei viaggi non erano certo dei più sicuri: qualche giorno prima, esattamente il 18 ottobre, aerei alleati avevano mitragliato un convoglio della Roma-Nord, la ferrovia di cui mi servivo, uccidendo diverse persone. Tra queste c'erano alcuni residenti a Bagnaia: il generale G. Battista de Romanis e il marito di Cesira Belli, di nome Mario Mengolini, il quale perdette la vita, mi dissero, per aver commesso l'imprudenza di avvicinarsi ad un finestrino del treno per meglio vedere cosa stava succedendo.
Ricordo che, la mattina successiva al mio primo arrivo, alcuni miei cugini ed altri amici vollero condurmi alla Chiesola, nei pressi della quale mi mostrarono i resti anneriti di un caccia tedesco abbattuto poco dopo l'8 settembre. C’era stato chi aveva visto il pilota dell’aereo bruciare come una torcia.
La sera stessa, se non erro, si verificò un allarme aereo durante il quale Viterbo subì uno dei primi bombardamenti. Il fatto dovrebbe essere avvenuto il 26 ottobre. Potei così avere un’esperienza che mai mi sarei aspettato di fare proprio in quel piccolo paese. Infatti, assieme ad alcuni miei cugini, scesi a rifugiarmi nella cantina di una casa di via Jacopo Barozzi, quella stessa dove in passato, in tempo di pace, ero più volte sceso a prelevare del vino.
La cantina aveva subito una radicale trasformazione perché era stata messa in comunicazione con un’altra che si trovava un po’ più verso la piazza e questo al fine di poter utilizzare, in caso di necessità, più di una uscita.
In quel periodo era stato chiuso al traffico, anche pedonale, il tratto di strada tra Bagnaia e La Quercia e questo per il motivo che un comando militare tedesco si era insediato in una villa posta lungo tale itinerario, guarda caso si chiamava Villa Tedeschi dal cognome dei proprietari.
Accadde così che quando tornai a Bagnaia dopo qualche giorno, io, a causa dell’oscuramento che inibiva l’accensione delle luci sui treni, mi addormentai proprio verso la fine del viaggio e mi risvegliai soltanto quando il treno stava ripartendo da Bagnaia.
Naturalmente fui subito colto da un grande sgomento al pensiero di quelle che avrebbero potuto essere le conseguenze della mia poca avvedutezza perché, conoscendo la storia della strada chiusa, già mi vedevo costretto, una volta sceso alla Quercia, a tornare indietro a piedi, per di più di notte, passando per strade secondarie che non avevo mai percorso neanche di giorno, come quella lunga e tortuosa, detta dell’Acqua Bianca, che dalla Quercia conduce a Vitorchiano e l’altra che costeggia il Cimitero. Non mi era neanche venuto in mente che forse sarebbe stato più pratico, se non altro per abbreviare il percorso, camminare lungo la linea ferroviaria.
In preda a vivo sconforto andai per chiedere al capostazione della Quercia qualche consiglio sul da farsi, ma, con mia grande sorpresa e sollievo, questi mi comunicò semplicemente che non c’era alcun problema, perché la strada principale era stata riaperta al traffico quello stesso giorno!
Questo fatto dovrebbe essere accaduto un paio di sere prima del 1° novembre, giorno in cui, comunque, io mi trovavo sicuramente a Bagnaia, perché ricordo che nel pomeriggio, mentre ero in casa della famiglia Pierini, ubicata sotto alla nostra, sentii il nonno Nicola che, standosene a rimestare le caldarroste di fronte al caminetto, disse alla nipotina Filomena questa frase: Ogge so’ tutt’e ssante, domane so’ tutt’e mmorte!
Il 23 marzo 1944 ci fu a Roma il famoso attentato di via Rasella che provocò la reazione tedesca conclusasi con l’eccidio delle Fosse Ardeatine.
Qualcuno la sera stessa mi parlò di una sparatoria che correva voce ci fosse stata dalle parti di via del Tritone, cosa che io misi in relazione con l'anniversario della fondazione dei fasci che in quel giorno ricorreva, non attribuendovi molta importanza.
Quello che era successo veramente l’ho saputo soltanto dopo l’arrivo degli Alleati.
Lo stesso comunicato emanato dai Tedeschi due giorni dopo l’accaduto, non mi pare fosse stato preso da me e da altri nella dovuta considerazione, forse proprio per l’assurdità del fatto. Eppure in quel gravissimo episodio rimase coinvolto un mio collega d’ufficio di nome Angelo Fochetti che io, pur non essendo mai stato a stretto contatto di lavoro con lui, avevo conosciuto molto bene perché, abitando egli a Vignanello, lo avevo più volte incontrato sul treno della Roma Nord in occasione dei miei viaggi a Bagnaia.
Qualche tempo dopo il 23 marzo, in banca cominciò a circolare la voce che il Fochetti non si era presentato al lavoro da diversi giorni perché arrestato; giammai io avrei immaginato che l’assenza fosse dovuta a motivo di ben altro genere.
Comunque non sono mai riuscito a sapere la motivazione esatta del suo arresto, né tanto meno mi è stato possibile appurare con quale dei diversi gruppi di morituri abbia diviso il tremendo destino.
Quando nel 1981, per iniziativa del nostro direttore generale dell’epoca, gli fu dedicato il Largo sito di fronte alla Direzione centrale del Banco di Santo Spirito, io ero uno dei pochissimi ancora in servizio che si ricordavano di averlo conosciuto.
Pietro Gregori


Quello che hanno scritto di Viterbo

Pantaleo Spagna

Spagna foto cittaNel 1920, Andrea Scriattoli, parlava di Viterbo come di una città poco conosciuta e apprezzata, nonostante la ricchezza dei suoi monumenti mediovali. Viterbo s’era affacciata  sulla scena del turismo colto e internazionale, in virtù dell’eccezionale sopravvivenza di interi quartieri della città murata.
Sviluppatosi sul percorso della via Francigena, Viterbo è città di traffici intensi dal Medioevo all’Età moderna e a quella contemporanea. Ai pellegrini, diplomatici e mercanti, si aggiungono viaggiatori del Gran Tour con le prime descrizioni, Viterbo, annota Montagne nel 1580, è una bella città della grandezza di Semlis.
Vi notano molte case belle, gran folla di artigiani, belle strade d’aspetto gradevole e fontane bellissime.
Nel 1706, s’avverte nei viaggiatori una più professionale esigenza di completezza, come nella guida  del Sieur de Rogissart,  Les délices de l’Italie, che parla delle fatidiche fontane, delle tombe dei papi in cattedrale, del Corpo di santa Rosa, della chiesa della Madonna della Quercia, del Bulicame…
Il geografo Jeròme de Lalande, sposta la sua attenzione sulle acque sulfuree e in genere minerali del territorio.
Lalande descrive un singolare esperimento, quello del cane. Il Bulicame è un laghetto di acqua solforosa ad un quarto di lega dai Bagni di Viterbo. Esso è stato delimitato da muri ed ha la forma di un bacino quadrato. L’acqua sembra che vi sia in continua ebollizione ed emette fumi intensi e un acuto odore di zolfo.
Se vi si getta un cane, diventa lesso, mentre un uovo non si rassoda. Forse questo è dovuto alla sostanza corrosiva dell’acqua che non attacca quella terrosa del guscio, come avviene sulla carne dell’animale.
A quanti hanno modo di fermarsi, Viterbo non lesina grazie e bellezza. John Evelyn nel 1644 così dice: Oltre Montefiascone percorremmo una campagna amena e piana fino a Viterbo che, con le sue torri  e gli alti campanili, si presenta da lontano come una città di notevole imponenza.
Nè delude l’attesa poiché un gran numero di fontane pubbliche la rendono particolarmente gradevole, specie quella che si trova  all’ingresso della città che è tutta di bronzo (?) con figure di rara bellezza. Ella saluta il viandante con il più gradito dei monumenti e l’acqua fresca.
Nel 1668, Francois-Maxmilien-Misson, redattore di una celebre guida, parla molto delle epigrafi del Comune che si riferiscono alla riunione dei castelli operata da Desiderio e alla donazione della Contessa Matilde, ma anche il suo bozzetto della città, al suo primo apparire, è fresco e libero di stereopiti: Viterbo è una città di media grandezza costruita quasi del tutto in pietra, fasciata da mura. Oltre ai campanili delle chiese, da lontano si vedono otto o dieci alte torri quadrate che le conferiscono un effetto bizzarro...
Interessante la perlustrazione di prima mano compiuta dal Misson fra i dipinti del Comune tra i quali rammenta quello che descrive l’invasione delle cavallette che s’era abbattuta sulla città nel 1776: vi si vedono le genti fuggite in campagna che cercano con ogni mezzo di liberarsi di questo flagello d’Egitto: portano in processione la Croce e il gonfalone con l’acqua benedetta per mettere in fuga e liberarsi da questi voracissimi insetti.
Il viaggiatore straniero che giunge a Viterbo sulla soglia del Novecento, si trova al cospetto di una città mediovale singolarmente intatta, impegnata nel restauro dei propri quartieri e delle case. La dovizia dei saggi di storiografia locale e soprattutto di guide turistiche, lascia intendere  una certa continuità del flusso dei visitatori, flusso alimentato dalle linee ferroviarie e dalle prime forme di turismo automobilistico.
Le annotazioni di questi viaggiatori trasmettono lo stupore di chi per primo si trova a scoprire una città emersa senza trasformazioni sostanziali da un sonno di secoli.
Non c’è che dire, nel novero delle città italiane, Viterbo è una delle poche che ha saputo evitare quelle che James definiva con ironia la cacciata dei venerandi fantasmi del passato, che ha saputo farsi apprezzare dai suoi primi estimatori, come una delle più intatte ed affascinanti fra le città ritrovate.
Queste note di Attilio Brilli, le ho trovate in un libro riposto nel mio cassetto da tanto tempo e che ho ritenuto opportuno farle conoscere ai giovani di oggi.
Pantaleo Spagna


Prodotti tipici e cultura
Simone Galeotti

Galeotti Simone SplinderPiazza del Comune a Viterbo, sabato 13 e domenica 14 Giugno, dalla mattina alla sera, torna ad essere animata da una moltitudine di persone.
Infatti, dopo il successo del mese scorso, il Mercatino di prodotti tipici regionali, unito al Mercatino del libro e del collezionismo, eccoli insieme alla sesta edizione con varie prelibatezze di prodotti regionali come miele, biscotti, vino, formaggi, salumi, pane, olive, pesce fritto sul posto, insomma ci sarà un bel da fare per i buongustai.
Saranno presenti bancarelle con libri nuovi e vecchi, libri economici, libri rari, libri di interesse locale. Non mancavano stampe, cartoline, monete, orologi, quadri, segnalibri, francobolli, insomma ci sarà di tutto.
Saranno di nuovo, come nella precedente edizione, assai impegnati i banchi dei prodotti tipici, proprio grazie agli alimenti, a volte poco noti, o introvabili, che grazie agli assaggi offerti dai rivenditori, consentono di conoscere nuovi sapori.
Saranno presenti esposti coi prodotti della Sardegna, della Puglia, dell’Umbria, della Sicilia, dell’Abruzzo dell’Alto Adige e della nostra Maremma, e poi tanto miele delle laboriose api. Miele dai mille colori, tutti esposti nei trasparenti vasetti, garantiti dal venditore-produttore.
Gli amministratori comunali sono forti sostenitori della manifestazione, che in essa vedono rivalorizzare la piazza, ossia il luogo naturale di incontro tra la gente, proponendo un connubio infallibile: cultura e prodotti alimentari.
C’è poi cultura grazie alla presenza dei banchi di libri e collezionismo, tutti in fila sotto lo splendido porticato del Palazzo dei Priori, tra essi importanti e rare opere del Regime fascista, volumi di storia, fisica, militaria, giardinaggio e quadri con pitture ad olio.
Per informazioni: 3382129568 o 3393337869
Simone Galeotti


“Donne mettetevi in gioco”
Patrizia Labellarte

fotopatrizialabellarte2Donne mettetevi in gioco: Ombretta Pecugi, presidente dei Giovani Imprenditori di Viterbo a Civita Castellana per discutere sul tema dell’occupazione femminile.
Il Presidente Giovani Imprenditori Confartigianato Viterbo, Ombretta Pecugi è intervenuta lo scorso giovedì, 28 maggio all’incontro-dibattito sull’occupazione femminile tenutosi a Civita Castellana presso la Sala Pablo Neruda.
Organizzato dall’Associazione Nausicaa, l’evento ha catturato l’attenzione dei partecipanti e delle istituzioni mostrando con un video - intervista la realtà lavorativa e sociale della popolazione femminile di Civita Castellana.
Molteplici gli interventi da parte delle figure istituzionali del luogo a sostegno di una maggiore emancipazione della donna, partendo innanzitutto dal diffondere e sviluppare un’azione culturale che possa formare e preparare adeguatamente le donne.
Analisi del fabbisogno del territorio, valorizzazione delle competenze e delle capacità della donna, superamento dei pregiudizi e degli stereotipi di genere, interventi mirati all’emersione del lavoro regolare ed imprenditoriale, servizi per la conciliazione ed infine campagne di comunicazione ed informazione sono un insieme di azioni concrete a favore dello sviluppo occupazionale e del protagonismo sociale delle donne. Donne mettetevi in gioco, niente è impossibile, credete più in voi stesse! E’ con queste semplici parole di conforto che il presidente Giovani Imprenditori Confartigianato, Ombretta Pecugi, ha esortato le donne a non arrendersi ed a credere di più nelle loro infinite capacità di lavoratrici imprenditrici, di mogli e di mamme.
Per rendere ancora più incisivo questo messaggio, la giovane presidente ha raccontato la propria esperienza lavorativa, partendo dai primi anni in cui era una semplice dipendente agli ultimi in cui ha ricoperto il ruolo di imprenditrice della ditta famigliare, a testimonianza, dunque, di una volontà e di un coraggio che  tutte le donne hanno e che devono solo far emergere.
Cambiamento forte, questo, incoraggiato anche dalla presenza costante dell’Associazione di categoria e in particolar modo dalla figura del presidente provinciale imprese di Viterbo Stefano Signori.
Anche Vita Sozio, presidente Comitato promozione imprenditoria Femminile della CCIAA di Viterbo ha sottolineato l’importanza di avere alle proprie spalle il sostegno dell’associazione di categoria, con il compito di accompagnare le nuove e future imprenditrici nella realizzazione dei loro obiettivi.
Ha inoltre suggerito ed esortato le donne del luogo a cooperare, unendo le loro abilità, la loro creatività con l’intento di creare un’unica attività in un centro più grande come Viterbo.
Patrizia Labellarte


Sogno


Tappeto di foglie,
musica ai miei passi.
Dedali di rami intrecciati
mi avvolgono,
mi liberano,
filtri soavi
di calore e di luce.
Avverto
gli sguardi di elfi giocosi,
nascosti
dietro macigni
scagliati
con ardore dal vulcano,
ora addormentato.
La malia del bosco
mi incanta,
melodioso labirinto
stregato.
Un sortilegio
di suoni vibranti
di odori penetranti
si offre all’armonia
del mio risveglio.

Lorena Paris
(dedicata alla Selva del Lamone)
1° giugno 2009


postato da: Spvit | 18:21 |

venerdì, maggio 29, 2009

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IL 13 e 14 Giugno 2009
MERCATINO DEI PRODOTTI TIPICI REGIONALI
MERCATINO DEL LIBRO, STAMPE, CARTOLINE
 E DEL COLLEZIONISMO

27 Maggio 2009
Anno XIX n° 10

Santa Rosa per i Viterbesi vive solo il 3 e 4 Settembre
Ferita nel Cuore
Mauro Galeotti


fotogaleottiSplinderE’ ormai un po’ di mesi che sto lavorando su una bella figura, su una bella fanciulla, dolce come lo zucchero, friabile come il pane, delicata come una rosa, sì sto preparando un libro su santa Rosa vergine viterbese, come dicevano un tempo.

Un libro che già conta oltre 650 pagine, con centinaia e centinaia di immagini che illustrano attraverso i tempi la Macchina di santa Rosa, le reliquie della Santa, i suoi Santini, il Santuario, il Monastero, l’Urna, i Souvenir, la Casa, le Brocchette, le Medaglie, e... scoprirai altre curiosità di un mondo divino, sublime, amorevole.

pulpito1madre sette doloriA tutto ciò farà corona una serie di favolose foto provenienti da quell’innato genio che è Maurizio Pinna.

settecentoMa tutto ciò non poteva essere speciale se non avessi visitato il Monastero di santa Rosa.

Mi sarebbe mancata quella scintilla che ha acceso il fuoco nascosto dentro di me, per consentirmi di sfiorare quei luoghi in cui respirò la mia concittadina bambina.




Ed ecco che per raggiungere il mio fine ho chiesto alla abbadessa, suor Maria Annunziata Campus, di poter visitare il Monastero e così è stato e la ringrazio di cuore.
Nel mio cammino all’interno del luogo tanto ambito da Rosa, ho trovato un angelo senza ali, suor Maria Chiara Agulli, o forse le ha sotto la tonaca e non le ho viste.
refettorio 1cChiara mi ha accompagnato come un bambino nei luoghi del mistero, della salvezza, del silenzio e mi ha parlato della storia che ha scurito il peperino, che ha arricchito quei muri, che ha sconvolto la vita di tutti coloro che hanno visto in Rosa la santa per acclamazione, la santa dei giovani, la santa profumata di bontà.

refettorio 1dMa tra quelle mura mi è caduto il cuore, così elevato, così felice, così ignaro, infatti, tra quelle mura la storia cade a pezzi, sì gli affreschi dei vari ambienti si stanno sgretolando, sciogliendo, sfarinando... e cadono e scivolano e cadono e scivolano e cadono e scivolano, si disintegrano giorno dopo giorno, giorno dopo giorno, giorno dopo giorno, inesorabilmente, dal muro sul pavimento, e dal pavimento nel secchio della mondezza senza che i Viterbesi, che dicono di amare santa Rosa, facciano qualcosa.gozzoli
Dicono, i Viterbesi, che la giovane Rosa è la loro protettrice, ma chi di loro protegge Rosa e la sua storia incredibile?

Nessuno!
Nessuno!!
Nessuno!!!

Oh sì, il 3 Settembre di ogni anno quei Viterbesi sono uniti attorno alla Macchina, attorno ai Facchini, attorno al costruttore della Macchina, la faccia è salva poi tutto finisce, tutto cade nel buio, nell’oblio più scuro.

E gli affreschi continuano a morire e le suore Clarisse, dolcemente silenziose, sono le uniche a vivere giorno dopo giorno la fine tragica della storia raccontata sui muri, senza poter fare nulla.
Ma io non ci sto!

... e per questo tempesterò questo pezzo di carta con ciò che ha bisogno di aiuto, con le ferite dei muri dalle quali non esce sangue, ma sospiri, ma respiri di sofferenza, di abbandono, di agonia.

refettorio 1eE lancio un appello ad Alessandro Giacchetti prefetto di Viterbo; al sindaco Giulio Marini; al presidente della Provincia Alessandro Mazzoli; ai consiglieri provinciali e comunali; a Aldo Perugi, presidente della Carivit; a Luigi Manganiello presidente della Banca di Viterbo; a Franco Cordelli presidente della Fondazione Carivit; a Ferindo Palombella presidente della Camera di commercio, ad Antonio Delli Iaconi direttore di Confindustria; a Rino Orsolini presidente della Federlazio e qui mi fermo perché passo ai fatti.



refettorio 1aEcco le foto sparse nel giornale, spero tocchino il cuore e il portafogli dei su nominati e di te che mi leggi, perché tu puoi fare molto, anche solamente parlandone con chi veramente ha a cuore il cuore di santa Rosa.

Non si può spolverare santa Rosa solo il 3 e 4 Settembre riempiendoci la bocca con le sue gesta, con la sua festa, per poi abbandonare tutto ciò che la circond
a e che le dà vita.
Ciò ci disonora.

Mauro Galeotti





Niente altro che sciocco  e stupido vandalismo
Amilcare

Viterbo è sempre stata una città tranquilla, senza crimini di un certo livello, pochi furti o fatti eclatanti. La popolazione rispettosa delle cose e dei costumi, insomma la città era vivibile nel miglior dei modi.
Oggi le cose sono un po’ cambiate, è sorto un nuovo costume: il vandalismo.
Girando per le vie cittadine, non è insolito vedere o assistere ad episodi che non fanno onore alle persone civili: depositi di qualunque tipo sul suolo pubblico,  scritte sui muri che hanno imbrattato tutti i caseggiati.

Appena un proprietario rifà la tinteggiatura alle pareti, arriva il vandalo e di nuovo si diverte a fare delle scritte, svastiche o quant’altro, chi rovescia cassonetti o occupa il suolo pubblico con ogni sorta di materiale, panchine divelte o sfasciate, insomma gesti poco edificanti per persone civili.
Un altro tipo di vandalismo è quello di rovinare le carrozzerie delle auto, rigandole  con un aculeo, mettendo in crisi il proprietario del mezzo meccanico. Quest’atto, oltre ad essere immorale, è odioso perché una persona fa dei sacrifici per avere una vettura in buono stato e vedere vanificati i suoi sforzi da questi gesti effettuati da persone evidentemente malate, che si divertono a far dispetti di cattivo gusto al prossimo, non è certamente una cosa gradita.
Anche la mia vettura, parcheggiata sotto la mia abitazione, ha subito, questo genere di vandalismo. Non è bastata una volta, l’individuo che aveva preso di mira la mia auto, dopo che avevo provveduto a verniciare la ferita sulle portiere del mezzo, è tornato di nuovo ad effettuare lo stesso atto vandalico,  (avevo un vago sospetto di chi poteva fare queste azioni, ma non avevo prove).  Provveduto di nuovo al ritocco sullo sportello con la vernice, pensavo che la persona interessata alle mie portiere, avesse esaurito la sua mania, invece a distanza di tempo, per la terza volta, è tornata a rigare lo sportello dell’auto.

Quest’ultima  volta, ho perso il controllo di me stesso, ho fatto le foto dell’auto, deciso a sporgere denuncia contro ignoti ai carabinieri. Ho desistito di esporre denuncia, per  le parole del mio parroco, che nel corso dell’Eucarestia, quando dice “scambiatevi un gesto di pace, poi aggiunge, non è la stretta di mano a dare la pace, ma perdonare le offese, perdonare chi vi invidia,  perdonare gli insulti, amare il prossimo”.
Pochi giorni fa, stavo seguendo il giro d’Italia, era la settima o ottava tappa, un interessante arrivo in salita, quando della grida concitate provenienti dalla strada, mi hanno distratto dalla corsa e mi sono affacciato dal balcone ed ho visto due persone che discutevano animatamente, mentre l’uno inveiva, l’altro a mani giunte giurava di non essere stato lui a compiere un brutto gesto.

Era successo che il signore che aveva parcheggiato la propria auto sul margine della strada, aveva sorpreso l’altro, che le aveva rigato la propria vettura con una chiave che aveva ancora in mano. Finiva la discussione che il proprietario dell’auto rigata, si recava dai carabinieri per sporgere denuncia. Non so come è andata a finire.
Quello che mi ha profondamente addolorato, aver constatato che la  persona che ha effettuato quel gesto odioso, è la persona che purtroppo  sospettavo, era un amico e non capisco la sua cattiveria nei miei confronti. Oggi, che cosa penserà che sa che io so chi può essere l’autore di quei gesti vandalici sulla mia vettura. Solo per carità cristiana rispondo al suo saluto, ma certamente ho perduto la stima che avevo riposto in lui.
Amilcare


Scuola elementare, quanti ricordi!!!
Fabio Ernesti

ernesti-fabioNell’anno 1949-50 ho frequentato la prima classe presso le Maestre Pie Venerini in piazza San Carluccio.
Insegnante era suor Andreina, magra, alta, severa nel suo abito lungo e nero, un bel volto ovale reso ancor più perfetto dalla cuffia rigonfia sulla nuca.
La Madre superiora era anziana e affetta da sordità, portava un auricolare collegato a un piccolo microfono, appeso al collo, nel quale bisognava parlare avvicinandosi a lei.
C’era poi suor Angela, sempre sorridente, che si divertiva a sentirmi raccontare alcuni brani di una trasmissione radiofonica del tempo chiamata “Briscola”.
Nella scuola c’erano due grandi aule, quella al primo piano per l’asilo e l’altra al piano superiore per la prima classe. Attraverso una scalinata si accedeva in un ampio salone riservato alle ragazze (di età tra i 15-20 anni) che imparavano l’arte del cucito e del ricamo attraverso l’insegnamento delle suore.

Accanto a questa sala, separata da una grande porta di legno, era ubicata la cappella, nella quale si svolgevano le funzioni religiose, che aveva sopra l’altare una statua della Madonna con abito bianco e mantello celeste.
Al primo piano c’era anche il refettorio per le suore alla cui mensa, su espressa richiesta e per motivi particolari, potevano partecipare pochi allievi. Qualche volta sono rimasto a pranzo e ancora sento il profumo del minestrone che a casa non avrei mangiato, ma che dalle suore diventava un pasto prelibato.
 Mi piaceva molto disegnare e Carlo Danna, mio compagno di banco, durante la ricreazione, mi forniva quaderni dove disegnavo scene di battaglie tra indiani e cow boy.
Ho un paio di foto scattate nel giardino in occasione dell’inaugurazione dell’edicola dedicata alla Madonna, gli scolari indossano grembiule bianco e fiocco azzurro, e le femmine rosa, sono insieme ai compagni Alfredo Fortini, Luigi Minissi, Carlo Danna, Marcello Fortini e tra le bambine c’è anche Dina Costantini che vent’anni dopo divenne mia moglie.
Recentemente, su gentile invito di suor Graziella, ho visitato quei luoghi dopo tanti anni e passando per le stanze sentivo le voci gioiose di tutti i bambini che insieme con me frequentavano la scuola e di alcuni rivedevo i volti.

In seconda passai alle scuole ex Principe di Napoli, o Rosse per il colore della tinteggiatura esterna, e la maestra era la signora Caliento che, imponente, appariva severa, ma in realtà aveva un carattere mite.
Nelle classi successive, 3ª 4ª 5ª, insegnante era il maestro Cataudella, un bell’uomo, giovane, alto e longilineo con capelli e baffi neri e occhi magnetici, era severo, aveva prestato servizio militare nei paracadutisti, esigeva disciplina e studio e non tollerava intemperanze.
Indossavamo grembiule nero con colletto e fiocco bianco. Miei compagni di classe erano Mario Cerocchi, Massimo Compagnoni, Massimo Caporossi, Alfredo Fortini, Nuccio Tosto, Mario D’Angelo, Giorgio Bevilacqua, Mario Beccherini, Tonino Iantorno, Nicola Jaquinto. I più bravi erano Muniz e Samaritani, però anch’io me la cavavo nelle gare dei verbi e in aritmetica. Mi piaceva leggere i fumetti, ma lo zio Sabatino mi stimolava attraverso articoli del quotidiano, della Domenica del Corriere e del Corriere dei Piccoli. Avevo una discreta proprietà di scrittura, un mio componimento fu letto nelle altre classi come esempio di tema ben svolto, dovevamo parlare di una persona cara ed io avevo descritto lo zio Sabatino.
Alcune volte il pomeriggio, dopo aver studiato, andavo a giocare a casa dei compagni che abitavano vicini. In casa di Giorgio, a piazza Fontana Grande, ci trovavamo anche con Massimo, in via Cavour da Nuccio che aveva un bel teatro dei burattini, in via della Sapienza da Massimo Caporossi a giocare a Monopoli, al Corso da Mario Cerocchi con Mario D’Angelo a lavorare con il traforo.

Quando invece restavo in casa, invitavo le amiche che abitavano a poche decine di metri di distanza, venivano Laura e Mariolina Zanobbi, Graziella Cappetti e Anna Antonicello. Avevamo a disposizione il camerone, una serie di stanze sottotetto, dove allestivamo i nostri giochi. Il più amato era il negozio; trascorrevamo ore a preparare i soldi disegnando il loro valore su pezzi di carta, allestivamo le merci sopra un tavolo, che era il banco di vendita, con i cartellini dei prezzi e poi io ero il negoziante e loro le signore che facevano la spesa.
In 4ª come materia di geografia si studiava l’Italia, bisognava conoscere i nomi dei fiumi, dei laghi, delle montagne, dei capoluoghi di provincia. Per ricordare il nome delle Alpi si faceva ricorso a una frase mnemonica: ma con gran pena le reti cala giù, ovvero Marittime, Cozie, Graie, Pennine, Lepontine, Retiche, Carniche, Giulie. Ciascuno sceglieva una regione della quale doveva compilare una ricerca. Scelsi L’Emilia Romagna (premonizione per il mio avvenire, infatti da quarant’anni vivo a Bologna) perché mio padre, per il suo lavoro di rappresentante di generi alimentari, aveva contatti con numerose aziende di quella regione dove si recava spesso. Le cartoline che aveva inviato da Bologna, Modena, Parma, Reggio Emilia, mi servirono come illustrazioni da inserire nel mio componimento dove trattavo l’aspetto geografico, storico e produttivo. Venne fuori un bel lavoro e ricevetti gli elogi dall’insegnante.      

A proposito di prodotti, ero affascinato da due autoveicoli che spesso sostavano in piazza delle Erbe, uno era nero, aveva l’abitacolo per guidatore e passeggero e poi un lungo pianale sul quale era adagiata una grande foca nera che, appoggiata sulle pinne e sulla coda, teneva in equilibrio sul muso una grande scatola rossa di lucido da scarpe Ebano. L’altro invece era bianco e sul pianale aveva un enorme tubetto di dentifricio con l’etichetta Durban’s, la figura di un antico studio dentistico.
Era uscita la serie di figurine dedicate agli Animali, si acquistavano in edicola e venivano incollate sull’album che in copertina aveva l’immagine di un Koala.

La casa produttrice della Magnesia San Pellegrino stampava alcuni giornalini a fumetti che erano distribuiti gratuitamente nelle farmacie, a me li regalava il dott. Carlini. Ricordo I promessi sposi e Don Chisciotte, nell’ultima pagina di copertina c’era la figura della scatoletta della magnesia effervescente e la scritta “fa veramente effetto”.
 Una volta, il sacerdote che insegnava religione aveva assegnato un compito nel quale dovevamo rispondere ad alcune domande. C’era una che chiedeva “Perché i sacramenti sono efficaci?”. Io risposi “ i sacramenti sono efficaci perché fanno effetto e fanno andare al gabinetto”.
Avevo associato il termine effetto alla Magnesia San Pellegrino e al suo slogan. Credevo di aver fatto una battuta spiritosa invece, dopo qualche giorno dalla consegna del compito, il maestro mi comunicò che l’indomani dovevo andare a scuola accompagnato da un genitore. Passai la notte in agitazione perché non riuscivo a capire il motivo della convocazione.
Insieme a mio padre fummo ricevuti dal direttore didattico Scarelli, dal maestro e dall’insegnante di religione, che io avevo battezzato don civetta perché aveva il naso schiacciato, come un corto becco, e le sopracciglie incurvate per il suo sguardo arcigno.
Il direttore riferì la frase che avevo scritto ritenendola oltraggiosa e ne chiese ragione a mio padre, il sacerdote imbastì un discorso per evidenziare la gravità del fatto, il maestro si astenne dal commentare l’episodio, anzi precisò che ero un alunno educato e diligente. Mio padre rassicurò che non avevo voluto vilipendere la religione evidenziando che frequentavo la parrocchia e lui era cavaliere di San Giorgio.

Il sacerdote si ritenne soddisfatto delle giustificazioni, ma volle impartirmi una reprimenda. Quando restammo soli, mio padre, pur rendendosi conto che il mio era stato solo un gesto superficiale, mi rivolse la raccomandazione di prendere la scuola seriamente. All’inizio ritenevo di aver scritto una frase spiritosa, pensandoci meglio, forse discutibile, ma non da suscitare tanto scalpore ed esser  messo sotto processo. Con gli anni ho imparato che “ l’ottusità è la serietà che si fa adulta“ (Oscar Wilde).

Quell’anno accadde una tragedia. Un compagno di classe, una domenica, era andato ad aiutare il padre che svolgeva l’attività di falegname in via Santa Maria Egiziaca. Nel laboratorio, per cause imprecisate, si sprigionò un incendio violentissimo, alimentato dal legname esistente. Il padre riuscì a salvarsi mentre il povero ragazzo morì tra le fiamme.
Seppi del fatto subito dopo l’accadimento, perché abitavo vicino, a piazza delle Erbe, e avevo seguito l’accorrere delle persone e dei Pompieri.
L’indomani il maestro Cataudella comunicò alla classe la triste notizia e tenne un breve discorso sulla crudeltà della morte, che tante volte aveva visto nel corso della guerra, poi ci accompagnò in chiesa per partecipare al funerale.

In prima e seconda avevo la cartella di fibra dove erano riposti il libro di lettura, i quaderni, con copertina nera e righe larghe per scrivere meglio, carta assorbente, l’astuccio di legno per cannello, pennini, netta pennino, matita, gomma.
Nei banchi di legno c’era un buco con un piccolo contenitore, che giornalmente era riempito d’inchiostro dal bidello, per scrivere ci servivamo del cannello con inserito il pennino che doveva essere in continuazione intinto nell’inchiostro.
In terza mio zio Sabatino mi regalò una cartella “da grande”, andammo nel negozio di Costantini, che vent’anni dopo diventò mio suocero, e scelsi una borsa di cuoio che poteva far invidia a un avvocato, la tenni anche nel corso delle scuole medie, poi al liceo c’era il vezzo di portare pochi libri, pertanto usavo una borsa attachè e poi in 4ª e 5ª classe i pochi libri erano tenuti legati con un grosso elastico con gancio metallico.
 Alle elementari, quando eravamo in 5ª classe, arrivarono le signorine del tirocinio, in pratica erano le alunne dell’ultimo anno delle scuole Magistrali che venivano a fare pratica. Ricordo che dedicarono molta attenzione a Mario D’Angelo perché conoscevano il fratello maggiore Pippi, da loro considerato un bel ragazzo.
In quinta si sosteneva l’esame finale e chi voleva proseguire la scuola, per accedere alle medie, doveva superare l’esame di ammissione di fronte ad una commissione d’insegnanti. La preparazione era eseguita privatamente, con alcuni compagni ci trovavamo in casa del maestro Cataudella e prendevamo posto nella sala da pranzo, attorno al tavolo allungato con prolunghe, e ascoltavamo gli insegnamenti e sostenevamo le interrogazioni sulle varie materie d’esame.

Il programma prevedeva anche “i personaggi storici “ ovvero la vita di una decina di personaggi del Risorgimento. Ancora ricordo l’inizio della prima biografia studiata: Ciro Menotti, giovane commerciante modenese, approfittò delle sue relazioni commerciali per stabilire una rete di rapporti e conoscenze…
Nelle prove scritte di esame era previsto il tema d’italiano, il problema di aritmetica e il dettato senza punteggiatura. Questo consisteva nello scrivere il testo che era letto dall’insegnante e apporre i segni della punteggiatura in base alle pause, al tono e al senso del discorso.
Quando frequentavo la quarta classe delle scuole elementari, su sollecitazione di mia madre, partecipai al saggio di ballo che si teneva al Teatro dell’Unione. Il saggio si svolgeva la fine di maggio ed era l’epilogo di una lunga attività iniziata sei mesi prima. Animatrice, insegnante, organizzatrice era la signorina Saveri la quale, coadiuvata da alcune collaboratrici, ricevute le adesioni da parte di numerose famiglie di scolari, iniziava a concepire lo spettacolo, sceglieva i brani, formava i gruppi, ideava le coreografie e i costumi e allestiva uno spettacolo della durata di un paio d’ore. I partecipanti erano esonerati dalle lezioni per un’ora, due giorni la settimana, per partecipare alle prove che si svolgevano nella palestra della scuola. Per la signorina Saveri, sulla quarantina, magra, nervosa, con gli occhiali, sempre accompagnata dal suo cagnolino, quel saggio rappresentava lo scopo della sua vita, finito il saggio di giugno, a ottobre inizia a organizzare il successivo.

Fui assegnato al gruppo che avrebbe eseguito il minuetto di Boccherini, alcuni erano impegnati in una tarantella napoletana, altri in un flamenco, e poi ancora numerosi gruppi per altre scene della rappresentazione. Per mesi fummo addestrati per eseguire il minuetto, eravamo una quindicina di coppie e ballavamo con cadenza al ritmo delle note suonate al pianoforte e sotto stretta sorveglianza della signorina Saveri.
Furono scelti i costumi e poi realizzati. Ero un vero cavaliere del Settecento.
La parrucca, bianca con boccoli sulle tempie e codino, fu confezionata con la bambagia dal parrucchiere Riccetti, le scarpe, nere con leggero tacco e fibbia, le realizzò il calzolaio Biagio e il vestito venne cucito dalla sarta signora Amelia Zanobbi. Avevo una giacca redingote di broccato marrone con arabeschi neri, pantaloni, aderenti e al ginocchio, di raso verde, calze bianche, camicia bianca con jabot e polsini di merletto.
Quale dama mi fu assegnata Maria Grazia Gori, una bellissima ragazzina e brava nella danza, e poiché costituivamo una bella coppia, fummo disposti nella posizione centrale della prima fila.
Altre coppie erano costituite da Adalberto Gueli, sistemato in fondo perché era il più alto, Nando Ricci, di lato, e rispettive dame.

Guardo la foto del saggio e ripenso all’emozione di quel pomeriggio al Teatro dell’Unione, gremito di spettatori; l’attesa sul palco e poi l’apertura del sipario, la luce dei riflettori, le note che accompagnarono la nostra danza e il grande applauso finale.
Ero veramente soddisfatto perché mi sentivo un protagonista, però in cuor mio per un attimo invidiai Rino Fanti che aveva cantato “vecchio scarpone” in divisa da soldato della guerra ‘15-‘18 con tanto di elmo e fucile. Un vero guerriero. Ma fu solo per un attimo perché poi decisi che era meglio avere al fianco una bella ragazza piuttosto che il fucile.
Fabio Ernesti


Ricordi bagnaioli
Pietro Gregori

Gregori-pietroDodicesima e ultima puntata
In quel periodo io, ormai diciassettenne, ebbi anche modo di rendermi utile nei confronti dello zio Primo, mettendomi tutte le sere dietro al banco a vendere le sigarette. La cosa non era affatto impegnativa perché i tipi che più si davano via erano soltanto tre. Infatti, le persone che se lo potevano permettere chiedevano di norma le “Macedonia” (20 centesimi di lira cad.), mentre quelle con scarse possibilità economiche si accontentavano delle “Popolari” (10 cent.); una via di mezzo era rappresentata dalle “Nazionali” (17 cent.).  

C’è anche da dire che a quell'epoca i negozi di Bagnaia non avevano orario e potevano rimanere aperti anche fino a notte tarda per cui lo zio, ormai non più giovane, arrivava alla sera che era piuttosto stanco e in più occasioni l'ho sorpreso a dormire nel retrobottega. Nel ricordarlo, mi piace aggiungere che nell'espletamento della sua attività era notevolmente abitudinario. Molto spesso l'ho visto compiere, al momento di vendere un determinato articolo, le stesse, precise, operazioni: ad esempio, quando doveva dar via una scatoletta di lucido da scarpe (parlo dei tempi in cui non era stata ancora inventata la farfalla laterale che ne consentiva facilmente l'apertura), si prendeva sempre la briga di aprirla in presenza del cliente, non so bene se per fargli constatare il perfetto stato del prodotto, ovvero per evitare a questi di impazzire in detta operazione. Allora prendeva con una mano la scatoletta, quasi con movenze di prestigiatore, e poi con il cavo dell'altra cominciava a stringerla sul bordo in vari punti, finché quella, con grande soddisfazione, si apriva.

Una scena che si ripeteva frequentemente all'esterno del suo negozio era il gonfiamento di una ruota che qualche ciclista metteva in atto prima o dopo essere entrato nello spaccio, magari a comprare le sigarette. I vicini gradini della mia abitazione, consentendo un facile appoggio del velocipede, erano forse proprio il motivo principale per cui veniva scelto quel luogo per compiere tale operazione.
Recentemente ho avuto la sorpresa di veder eternata una simile scena nella foto riprodotta su una vecchia cartolina di Bagnaia, edita dallo stesso zio Primo.

Il giorno 25 settembre 1939 io, mio fratello e i cugini Sandro e Onofrio Milioni, facemmo una delle più belle gite di cui abbia memoria. Si trattava di accompagnare i fratelli Roberto ed Enzo Topi che dovevano andare a raggiungere il padre Angelo, il quale, con la sua segheria trasportabile, si trovava a lavorare in un bosco di faggi alle pendici del monte Venere, nel comprensorio del Lago di Vico.
Per me quel luogo, che conoscevo soltanto per averne sentito parlare in relazione alle spedizioni che i Bagnaioli vi facevano ogniqualvolta si apriva la stagione della caccia, significava qualcosa di misterioso e irraggiungibile, specialmente a piedi. Lo consideravo come le mitiche “Colonne d’Ercole”!

Partimmo, che era ancora buio, intorno alle 5 di mattina, dopo aver acquistato pane e prosciutto nel negozio di Giocondo Topi, il padre dei miei amici Nello e Pia, a quell’ora già aperto. Poi ci incamminammo per la via Zuccari e, dopo aver lasciato sulla destra la fontana del Bacio, imboccammo la Strada Romana che allora era percorribile soltanto da pedoni e quadrupedi, tanto era stretta e sconnessa.

La giornata si presentò ben presto splendida; indescrivibile fu per me il momento in cui vidi sorgere il sole, quando, dopo essere passati nei pressi di un casale chiamato "Grottone" sfociammo nella pianura di Piangoli. Respiravo a pieni polmoni; il profumo di una infinità di essenze quasi mi inebriava.
Indimenticabile fu anche la sensazione che ebbi quando, prima di arrivare al passo del Cimino, attraversammo una verdissima e lunga valletta che corre sulla sinistra della strada Cimina, quella stessa che in questi ultimi lustri è stata ricoperta di una anche troppo fitta vegetazione di pini silvestri.
Giunti a destinazione che era ancora molto presto, ci spingemmo fin sulla riva del lago e la realtà non fu certamente inferiore all'aspettativa. C'era allora in tutti quei luoghi un grande senso di pace e di serenità che attualmente, sebbene il paesaggio non abbia affatto perduto il suo fascino, è impossibile trovare. Ogni poco si incontravano greggi di pecore e persino piccoli branchi di maiali condotti al pascolo.

Il percorso da noi coperto per arrivare da Bagnaia era già abbastanza lungo. Ciononostante, due dei miei accompagnatori vollero fare un supplemento di passeggiata e arrivarono fino a Ronciglione da dove, forse per confermare la loro impresa, spedirono una cartolina.
Io invece, con gli altri, preferii restarmene nel luogo della segheria dove potei osservare il lavoro che veniva compiuto. I tavoloni, spessi almeno 5 centimetri, che si ricavavano in un primo momento dai tronchi di faggio, venivano successivamente tagliati in pezzi più piccoli secondo un particolare disegno che riproduceva, molto approssimativamente, la sagoma di un fucile. Era una fornitura che, ci dissero, doveva essere esportata in Giappone.
Come è noto, dal 1° settembre di quell’anno, con l’invasione della Polonia da parte della Germania, aveva avuto inizio la seconda guerra mondiale; anche a Bagnaia se ne incominciò a sentire un pallido effetto perché, quando ancora mi trovavo in paese, fu effettuata una rapida prova di “oscuramento”.

Dopo pochi giorni dai fatti che ho appena descritto, ebbe termine l’ultima vacanza bagnaiola di cui ho potuto usufruire.
Nell’anno successivo, a causa della crisi internazionale in corso, le scuole furono chiuse in largo anticipo rispetto alla norma, ma io, che mi ero appena diplomato, ricevetti l’invito da parte di una banca a presentarmi presso i propri uffici per un’eventuale assunzione, cosa che regolarmente avvenne.
Fortuna? Non direi assolutamente, visto che la richiesta mi fu indirizzata proprio il fatale 10 giugno 1940, giorno dell’entrata in guerra dell’Italia, in un periodo, quindi, in cui i datori di lavoro erano in cerca di altro personale, in sostituzione di coloro che erano stati chiamati alle armi!
Comunque, per me, in quell’anno, niente vacanze: ma anche niente ferie impiegatizie…
Pietro Gregori

postato da: Spvit | 09:28 |

giovedì, maggio 14, 2009

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13 Maggio 2009
Anno XIX n° 9


Sono sveglio o son desto? Sono sveglio!!!
Finalmente... si uniscono
Mauro Galeotti

fotogaleottiSplinderMi sembrava di non essermi svegliato l’11 Maggio 2009, quando ho partecipato alla conferenza stampa alla quale hanno partecipato il presidente della provincia, Alessandro Mazzoli, il sindaco, Giulio Marini, il rettore dell’Università, Marco Mancini, l’assessore alla cultura della Provincia, Fausto Furietti, l’assessore alla cultura del Comune, Fabrizio Purchiaroni e Giovanni Cucullo, direttore amministrativo dell'Università.
Insomma c’era un bel po’ di gente, di quella che conta, e quindi quello che doveva essere comunicato era di particolare importanza.
Infatti, ecco qua che da quelle bocche sapienti, è venuto fuori che le biblioteche viterbesi si uniscono in una unica sede!!!
Un sogno credevo, quello della notte appena passata, mi sono dato un pizzico sul braccio e ho sentito dolore.
Non dormivo affatto!
Non sognavo affatto!!
Non credevo alle parole che mi entravano nelle orecchie!!!

Le biblioteche degli Ardenti e Anselmi si uniranno in matrimonio nell’area posteriore alla Chiesa di santa Maria del Paradiso, in Via Palmanova, dove una serie lunga lunga di edifici ad un piano, che il Demanio ha ceduto alla nostra Università, già adibiti a scopi militari, cambieranno faccia alla cultura locale, accoglieranno le oltre 4000 pergamene, gli oltre 2000 manoscritti, insomma un fondo librario di 250mila unità, insomma una festa della cultura in uno spazio ampio 4800 metri quadrati.
A questi vanno aggiunti quasi mille periodici e 5800 audiovisivi.
Dal 1973, quando si costituì il Consorzio per la gestione delle Biblioteche comunale degli Ardenti e provinciale “Anselmo Anselmi” di Viterbo, e scusa se è poco, e riprendo fiato!!! si sarebbe dovuto trovare un luogo in cui unire la massa cartacea in possesso alle biblioteche pubbliche.
Ma da allora, chiacchiere tante fatti nessuno.

Sono state indicate, attraverso il tempo, varie possibili sedi: l’ex tribunale, il palazzo Balletti dietro la Camera di commercio, lo stabile già dell’Okay.
E’ stato così firmato il protocollo di intesa tra Università, Provincia e Comune, che dovrebbe portare alla fine del sogno, durato trentasei anni, entro tre anni, con una spesa di sei milioni di euro, a cui parteciperà anche la Regione Lazio.
L’Università ha al suo attivo ben 300mila volumi che uniti ai 250mila del Consorzio biblioteche costituiranno un importante punto di riferimento per i numerosi studenti della Tuscia.
E’ importante la sede scelta che oltre ad essere capiente, presenta sul fronte un ampio terreno libero per la realizzazione di comodi parcheggi e aree verdi.

Ci volevano tre emme amiche e intelligenti: Mazzoli, Marini e Mancini, per realizzare dopo decenni una biblioteca viterbese in cui potessero accedere, finalmente, anche i meno abili.
E ci voleva la pazienza e la professionalità di Romualdo Luzi, ora commissario straordinario, già presidente del Consorzio biblioteche, per raggiungere l’obiettivo.
Mauro Galeotti


“Viterbo con (dis)amore”?
proprio un bel fiasco
Mauro Galeotti


Non ho capito perché certi giornali debbano scrivere al positivo, solo perché si trovano “vicini” a un individuo, anche se questi propone e fa cose che danneggiano la città ed i suoi abitanti, con manifestazioni inutili, in cui vengono impegnati soldi pubblici per raggiungere il nulla più completo e la irrisoria partecipazione del pubblico. Mi riferisco a quella manifestazione organizzata dall’Associazione “Viterbo con amore”, distinta con il titolo “Città a colori” che cambierei più propriamente in “a Viterbo ne facciamo di tutti i colori”.

VITERBO-CON-AMORE-2Io non ho ancora compreso a cosa serve un Pino Genovese che con la sua “Viterbo con amore” si permette di bloccare la vita di tutta la città, da destra a manca, da sopra a sotto, dall’alto in basso, per realizzare una serie di flop in ogni dove. Piazze e strade occupate dalle ore 7 alla notte, vuote per ore ed ore, per attendere povere, temporanee e isolate manifestazioni.
Neppure per “san Pellegrino in fiore” c’è stato tanto affanno per ripulire vie e piazze dalle auto, e in quella festa dei fiori di gente ce n’è stata un botto dalla mattina alla sera.
Per la “Città a colori”, misera manifestazione, dovuta alla megalomania di Pino Genovese & C., vengono mobilitati addirittura Polizia di Stato, Carabinieri, Polizia locale con tanto di autovetture, che girano a destra, girano a sinistra, di qua, di là per fare che cosa? Ripulire le vie del centro dalle auto in sosta per poi vedere desolazione, spazi vuoti, il tutto ingiustificabile.

VITERBO-CON-AMORE-1Dalle ore 7 del 10 Maggio è stato un continuo via vai di carriattrezzi che non facevano altro che unire il loro rumore a quello dei fischietti dei vigili urbani, i quali erano tutti indaffarati a fare, ovviamente, il loro dovere: diffondere sui parabrezza foglietti gialli e bianchi delle contravvenzioni, per il salasso degli automobilisti ignari del “grande evento”, o forse è meglio definirlo grande “vento”, visto che solo aria e presunzione hanno invaso Viterbo. Dalle foto che gli stessi autori di “Viterbo con amore” mi hanno inviato, si vede ciò che affermo, e nessuno può nasconderlo, le foto parlano da sole, quanto sia inutile dare contributi pubblici ad una associazione di tale fatta.
Le piazze e le vie sono semideserte e certo il fotografo incaricato dall’associazione stessa, è stato attento ad infilare nel suo obiettivo persone il più possibile. Ma che infruttuoso sforzo, poverino!!!
Una manifestazione che ha penalizzato i commercianti con vendita fissa, con vendita ambulante, ha svuotato decine e decine di portafogli ai residenti che si sono visti portare via le auto da sotto casa e che hanno dovuto recarsi nei depositi in cui i carriattrezzi hanno portato le loro vetture con il pagamento immediato di 70 euro oltre alla contravvenzione e la spesa del taxi per raggiungere la destinazione.

Un arricchimento per le casse comunali, questo fa “Viterbo con amore” con le sue idee protagoniste di una serie di fallimenti, checché ne dicano gli organizzatori e i giornali a loro vicini.
Speriamo che sia l’ultima volta di “Città a colori” e di Pino Genovese, che non disdegna di fare pure le piazzate in pubblico, da maleducato e da persona assai poco “solidale”. I Viterbesi, a questo punto, attendono, comunque, il conto delle entrare e delle spese della onlus di solidarietà “Viterbo con amore”.
Mauro Galeotti

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Leggi pure l’articolo redatto da “Viterbo con amore”
e dimmi se chi lo ha scritto era a Viterbo il 10 Maggio 2009
o ha visto un film!!!

Eccolo qua diffuso come "comunicato stampa" dall'Associazione "Viterbo con amore"

CITTA’ A COLORI: EDIZIONE DA TUTTO ESAURITO.
“UNA MANIFESTAZIONE DA RIPETERE PIU’ SPESSO”


Grande successo di partecipazione per la Città a colori 2009. Tante le persone di tutte le età, dai più piccoli ai più grandi, che hanno affollato le vie del centro viterbese per prendere parte alla kermesse promossa dall’associazione Viterbo con amore. L’apertura della giornata ha visto protagonisti i bambini: diverse centinaia quelli che hanno preso parte, a piazza del Comune, a Bimbimbici, rassegna ciclistica organizzata dalla Teambike, a via Marconi a “il calcio nella città a colori” con i più piccoli che hanno potuto dare i primi calci al pallone. A seguire spazio, invece, al canestro con il minibasket.
“Un caos gioioso – ha detto all’inaugurazione, l’assessore al Comune, Giovanni Arena – con tanti bambini che hanno rallegrato il centro di Viterbo”. Nel prosieguo della giornata spazio alla danza, alla musica, al teatro, agli sbandieratori e ai clown, tutto all’insegna dei colori della solidarietà con attore principale il mondo dell’associazionismo.
“Un offerta variegata per tutti i gusti – ha detto l’assessore al Comune, Giovanni Arena -  per una intera giornata che ha una finalità nobile: la solidarietà. Grazie agli organizzatori che hanno allestito questa manifestazione alla perfezione, non era facile allestire un programma simile con tutti questi eventi”. 
Spazio anche agli animali, con anteprima di Nitriti di primavera che a Valle Faul ha divertito grandi e piccoli. E alle degustazioni con i ristoratori iscritti alla Fipe e alla Fiepet che hanno proposto menù a tema e con gli stand della Camera di commercio che hanno permesso ai visitatori di assaggiare i prodotti a marchio Tuscia viterbese. “Visto il successo di questa iniziativa - ha chiuso Arena – sarebbe bello poterla ripetere due o tre volte all’anno. E comunque vero che lo staff degli organizzatori è composto tutto da volontari, che trascurano anche la propria famiglia per realizzare questa bella manifestazione”.
Chiusura, a piazza del Sacrario, con le band del concorso musicale “Vivi la musica”, sul palco: gli Wat, i Reset, gli Hell’n’heaven, i Mizar, i Repsel, i Plazen la reveri. Ospiti della sera i Circle e la Costa Volpara.   
“Un grazie particolare – ha detto il presidente della Onlus viterbese, Pino Genovese – a tutte le istituzioni che hanno permesso la realizzazione di questo evento. A partire dal Comune che ha dato un contributo fondamentale, passando per la Provincia, per la Regione, Camera di commercio e la Fondazione Carivit. Fondamentale - chiude - il contributo della Smam del comandante Gaudenzi che ha messo a disposizione uomini e strutture per la perfetta realizzazione di questa giornata”.

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Non sai come fare? Intanto copia poi si vedrà
Maurizio Pinna


Maurizio_PinnaWCome si fa a scuola quando si ha difficoltà in un compito? Si copia, ma anche questo richiede capacità.
A Viterbo si parla, si parla, ma le idee restano poche e ben confuse.  Non sappiamo cosa fare oltre il settembre viterbese? Copiamo gli altri. Per alcuni fatti che citerò nelle prossime righe, non indicherò le fonti per non aprire inutili polemiche, ma rimango veramente rammaricato della limitatezza che regna in certi cervelli.

A fine estate scorsa si parlava di una opportunità di organizzare nella nostra città un raduno nazionale di circa 600 camper, con un chiaro ritorno economico per le attività che ruotano intorno al turismo.
In quell’occasione, essendo stato contattato dai promotori dell’evento, ho dovuto soffrire un pensiero filosofico tutto viterbese. “Ma non sarà che questi (i turisti), dopo, ogni settimana stanno qui?”. Chi non vorrebbe a Viterbo 600 camper equivalenti e circa 1800 turisti, ogni settimana, adeguatamente ospitati in luoghi idonei? L’opportunità è ormai persa, ma andiamo avanti. Un altro personaggio, che secondo la celebre regola politica “Se l’idea è mia è ottima, ma se è tua la contrasto”, per probabili problemi con il sottoscritto si è sentito di sfogarsi dicendo: “Tanto l’area di sosta per i camper a Viterbo non te la faranno mai”. Te che leggi commenta da solo, io aggiungo soltanto che a me personalmente la vita non cambia, non avendo alcuna attività che potrebbe trarne vantaggio.
Il mio è soltanto un gratuito contributo di idee derivanti dall’osservazione di cosa accade di buono altrove. Se l’area camper non la faranno mai, il dispetto sarà verso tutti quegli imprenditori che vivono di turismo specialmente nel centro storico, ovviamente esclusi gli albergatori.
Stiamo parlando di un turismo sostenibile, che quando riparte non lascia strutture vuote, ma si riporta a casa la propria abitazione mobile. Dicevo in apertura, a scuola si copia e aggiungo, chi lo nega è un ipocrita. Prendiamo spunto da un piccolo comune,  Castiglion del Lago, che con il supporto delle associazioni di volontariato si è inventato una manifestazione di richiamo europeo, “Coloriamo i cieli”. Su un sedime aeroportuale non più attivo, per tre giorni si radunano appassionati di aquiloni e mongolfiere, famiglie con bambini di ogni età e tutti, da 5 a 100 anni,  possono far volare il proprio aquilone acquistato nei vari stands allestiti da professionisti del settore.
Quindi, aquiloni che  volano veramente. Cosa accade in quei giorni in quel piccolo e accogliente paesino di lago? Oltre mille camper, con una media di tre persone di equipaggio, adeguatamente ospitate, soggiornano in un luogo che diversamente potrebbe ricevere poche decine di turisti nelle strutture alberghiere.

La cordialità e la dinamicità della gente del posto, in quei giorni fa vivere le botteghe di prodotti tipici che offrono degustazioni a tutti i passanti. Il cinema del paese, sapendo che nessuno andrà mai a pagare il biglietto per vedere un film in quell’occasione, la sera offre spettacoli gratuiti di grande richiamo. 
Oltre ai turisti in camper, ovviamente, si contano migliaia di persone che raggiungono il posto in auto per ripartire la sera e tutto con estrema scorrevolezza del traffico, grazie all’impegno di tutte le organizzazioni di volontariato del luogo. A seguito del successo ottenuto in ogni  edizione di questa importante manifestazione all’aria aperta, qualcuno ha già copiato. Si legge, infatti nel numero di PleinAir di maggio, che a Trapani il comune e altre istituzioni territoriali, hanno organizzato il primo Festival internazionale degli aquiloni.
Nei giorni dal 23 al 31 maggio, San Vito Lo Capo ospiterà aquilonisti di ventiquattro nazioni e nel programma non mancheranno degustazioni, concerti e chi ne ha più ne metta. Allora, abbiamo la capacità di inventarci qualche cosa di nostro oppure dobbiamo copiare?
Maurizio Pinna


Convegno: “Orientamento, inclusione sociale e imprenditorialità una chance per le donne e per le donne immigrate nella Provincia di Viterbo”
Patrizia Labellarte


fotopatrizialabellarte2Presso la Sala Conferenze della Camera di Commercio di Viterbo, lunedì 27 aprile si è tenuto un convegno sul tema del Microcredito destinato alle donne immigrate e non, con forme di svantaggio sociale.
Organizzato in collaborazione con il Comitato per la promozione dell’Imprenditoria femminile della Camera di Commercio di Viterbo, il convegno si è aperto con i saluti del presidente dell’Ente, Ferindo Palombella, il quale ha sottolineato come il tema del Microcredito sia anche una questione di responsabilità etica: “Tutti hanno diritto al credito. La nostra associazione – aggiunge – proprio per facilitare e migliorare l’accesso delle donne nel mercato lavorativo ha elaborato mini guide sul lavoro autonomo, tradotte in sette lingue; ha realizzato insieme alla Caritas studi sull’immigrazione ed ha infine, costituito con ‘Viterbo con Amore’ un Osservatorio”.
All’evento ha partecipato anche Vita Sozio, presidente del Comitato per la promozione dell’Imprenditoria femminile della Camera di Commercio di Viterbo che ha presentato il protocollo di adesione al Microcredito Sociale: il “Progetto PODI”.

Il presidente della Fondazione Risorsa Donna, fondazione che si occupa di questo progetto ha tenuto a precisare quali sono le difficoltà che le donne incontrano nell’intraprendere con successo un’attività: “La mancanza di un orientamento iniziale, il rapporto con le banche e la scarsa  comunicazione, trasparenza e fiducia in esse sono i motivi principali che scoraggiano la donna in questo nuovo percorso”.
Della stessa opinione anche Andrea Nardone, segretario generale della Fondazione e coordinatore del Progetto PODI: “L’obiettivo del nostro Ente è valorizzare il ruolo della donna nella società, attraverso attività di ricerca, formazione e microcredito. Creare uno sportello unico di consulenze ed orientamento, aiutare la donna a realizzare un curriculum vitae, ad affrontare la domanda e il colloquio di lavoro informandola sulla normativa vigente.

Ed aggiunge “Mettersi in proprio può rappresentare anche un percorso di affermazione sociale e nel realizzare ciò la donna deve avere tutte le informazioni e gli strumenti necessari che le conferiscano sicurezza. Ecco, dunque, l’esigenza di corsi di formazione gratuiti per educare le donne immigrate non comunitarie alla Microimpresa e giornate di orientamento al lavoro. La prima si terrà a Viterbo presso la sede Camerale il 7 maggio 2009”.
Il convegno si è concluso con l’intervento di Daniela Bizzarri, consigliera di Parità della Provincia di Viterbo soddisfatta e fiduciosa del successo dell’imprenditoria femminile viterbese. “Un successo questo – commenta  la consigliera – dovuto alla presenza e al sostegno costante dell’Ente Camerale”. Ed aggiunge: “Bisogna puntare all’ascolto, alla disponibilità ed alla collaborazione attiva di tutte le istituzioni”.
Patrizia Labellarte


“Anchio festevole”?
Fabio Ernesti


ernesti-fabioMia madre aveva conservato un legame affettivo con la Chiesa della Trinità, sua prima parrocchia, ed era devota alla Madonna Santissima Liberatrice e a Santa Rita.
Da bambino mi portava con lei alla messa domenicale e ad alcune funzioni religiose. Ascoltavo le preghiere, le litanie, le giaculatorie e spesso non capivo il loro significato.
Ricordo quando, alla fine di una cerimonia, i fedeli intonavano il canto che avrebbe dovuto essere: Mira il tuo popolo, bella Signora, che pien di giubilo oggi ti onora; anch’io festevole corro ai tuoi piè, o Santa Vergine prega per me.
Per la terminologia e l’unione  delle parole la canzone diventava per me incomprensibile.
Già il termine mira mi faceva pensare alla scatola del detersivo Lauril con l’immagine di un agnellino e la scritta Mira Lanza. Giubilo mi riportava alla mente la frase della nonna “dolce come il giulebbe”, anche perché avrei detto gioia o contentezza, ma non giubilo. Le fedeli cantavano “Achio festevole corre ai tuoi piè”, io associavo l’aggettivo festevole al cane che faceva le feste al padrone, ma anchio cos’era? Un animale?
Solo in seguito capii che era l’unione di anche e io.
Altro momento di dubbio era costituito dal sesto comandamento, poi sostituito con la dizione “non commettere atti impuri”, quando diceva “non fornicare” che per me diventava “non formicare”.
Pensavo alle formiche e poiché alcune volte avevo ucciso questi inermi insetti, pensavo che il precetto riguardasse il divieto di far del male a questi innocui animali, in seguito scoprii il vero significato. Ma non potevano essere più espliciti senza creare dubbi? E nell’Ave Maria recitavo: prega per noi pescatori, perché ancora non sapevo chi fossero i peccatori. Per me poi diventavano incomprensibili le parole pronunciate in latino. Immaginate le vecchiette, che parlavano il dialetto viterbese, alle prese con le litanie in latino. Le parole erano unite e distorte diventando incomprensibili: Sicutera, Nonchetinora, vasonorabile, federisarca, salusinfirmorum, torresdavidica.
E’ tipico del dialetto viterbese unire le parole, basti pensare all’invito che la madre rivolge al figlio essibono (ossia: e sii buono).

Quando alle scuole medie iniziai a studiare il latino, capii quelle definizioni che erano sicut erat (così era), nunc et in hora (ora e nell’ora), vas honorabile (cibario glorioso) federis arca (arca dell’alleanza) salus infirmorum (salute degli infermi) turris davidica (torre candida e inaccessibile).
Onestamente c’erano frasi difficili anche per chi conosce il latino, tipo regina sine labe originali concepta (regina concepita senza macchia originale) e poi nel Pater noster abbiamo una frase ostica che metterebbe in difficoltà anche un latinista: dimitte nobis debita nostra sicut et nos dimittimus debitoribus nostris (rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori), pensate a come veniva recitata con frasi storpiate, unite, in un gorgoglio di us ut e is.
In seguito frequentai il catechismo per la preparazione alla Comunione e Cresima (allora impartite insieme) e il sacerdote e le signorine della dottrina ci insegnavano tutte le preghiere in italiano e in latino, poiché la liturgia della chiesa era celebrata in quest’ultima lingua. La preparazione era lunga, ogni domenica e per alcuni mesi, nel primo pomeriggio in chiesa per un paio d’ore. Il parroco di Sant’Angelo in Spatha, monsignor Alessandro Selvaggini, da noi chiamato affettuosamente Bonsignore, alto, imponente nella sua tonaca nera, con i capelli candidi, sovraintendeva allo svolgimento della nostra preparazione e alcune volte ci interrogava.

 Alla fine c’era poi il ritiro di tre giorni a San Leonardo dove, divisi in gruppi, passavamo le giornate in aula ad ascoltare i racconti delle tremende pene inflitte ai martiri che non avevano voluto rinnegare la fede: uno era stato arrostito sulla graticola, un altro scuoiato vivo, una annegata, un’altra immersa nell’olio bollente. In cuor mio mi ponevo la domanda: e se capitasse a me? E alla fine trovai la risposta. Di fronte alla minaccia del supplizio e della morte avrei abiurato, il Padreterno mi avrebbe perdonato perché sapeva che lo avevo fatto senza convinzione. Non si doveva parlare, c’era la regola del silenzio, a pranzo si poteva mangiare il panino ripieno portato da casa mentre si camminava in circolo nel cortile, come i carcerati. La sera in chiesa, nella penombra, le prediche riguardavano le tentazioni del diavolo, i peccati della carne (non quella vietata il venerdì di vigilia) e come contrastarli. Ricordo in particolare una predica nella quale il sacerdote, a proposito delle tentazioni diaboliche, disse che a un eremita il maligno si era presentato sotto le sembianze di una bellissima donna e il sant’uomo,“per evitare il contatto con quell’essere mostruoso“ (disse proprio così), si era gettato in una siepe di rovi.
Ragionando conclusi che una bella donna non è un mostro, anzi, e mi resi conto che non sarei mai diventato santo. Una volta a casa, dovevamo cercare di parlare il meno possibile e poi subito a letto, senza leggere i giornalini o ascoltare la radio.
Una prolungata influenza m’impedì di partecipare alla  Prima Comunione e Cresima nella mia parrocchia e ricevetti i Sacramenti alcune domeniche dopo nella chiesa de La Quercia.
Vescovo di Viterbo era monsignor Adelchi Albanesi, veneto, con naso aquilino e voce nasale, cui piaceva dialogare con i giovani.

In quell’occasione, dopo la consueta predica, rivolgendosi ai cresimandi chiese: Volete bene a Gesù? – Il parroco don Sante, alle sue spalle, suggeriva annuendo con la testa e allora tutti i bambini di Bagnaia e La Quercia in coro risposero: Sine, e allora il vescovo chiese: Volete bene alla Madonna? E i bambini, guardando don Sante, risposero sine e poi il vescovo chiese: Volete bene al diavolo? E i bambini, abituati, risposero sine, ma poi videro don Sante che scuoteva la testa e si sbracciava e allora in coro dissero: None. E alla fine il vescovo aggiunse: Leviamo alto il canto alla Madonna della Quercia, e tutti i fedeli intonarono: Madonna della Cerqua salvatece ognor.
La parrocchia era anche un luogo di ritrovo per i ragazzi e le ragazze, sempre rigorosamente tenuti separati e mai in promiscuità.

Allora era così, anche alle scuole elementari, classi maschili e classi femminili, quando frequentavo le scuole medie iniziarono a sperimentare timidamente le classi miste. In Parrocchia, dicevo, si radunavano i ragazzi perché disponevano di una sala con il tavolo da ping pong e di alcuni libri. Viceparroco era don Vittorio, un prete alla don Camillo, simpatico e gioviale che accettava le sfide a braccio di ferro con i ragazzi più grandi e organizzava giochi per tenerci impegnati. Erano usciti i primi biliardini, calcio balilla, ma costavano troppo e la parrocchia non aveva soldi per acquistarne uno. Don Vittorio s’ingegnò, prese un tavolo con il ripiano di marmo, ci fissò un bordo perimetrale di legno nel quale lateralmente inserì le stecche di ferro sulle quali aveva fissato i giocatori, da lui lavorati nel legno e trasformati in pupazzi. Veramente geniale.
Quel gioco per lungo tempo fu sfruttato da decine di ragazzi per le ore di svago.
Don Vittorio era anche una persona preparata, ci aiutava nei compiti, specialmente di latino, oppure ci leggeva brani della Bibbia e del Vangelo illustrandoci il loro significato con riferimenti ai periodi storici. Quando celebrava le funzioni religiose si avvertiva la sua sincerità e riusciva a trasmettere un senso di vero amore cristiano con le sue prediche, semplici ma toccanti. Rimanemmo tutti dispiaciuti quando se ne andò per assumere l’incarico di parroco a Vetralla e purtroppo morì quand’era ancora giovane e avrebbe potuto dare ancora molto alla comunità.

A quei tempi si cantava, sentivi cantare per strada, se passavi vicino ad un cantiere sentivi cantare i muratori, in campagna cantavano i contadini, a scuola cantavano gli alunni e anche in parrocchia ci facevano cantare. Dopo le prime prove, la corista  mi impose di muovere solo le labbra in quanto ero veramente stonato. Alcune volte la domenica mattina mia madre si alzava e mio padre indugiava a letto perciò lo raggiungevo e mi facevo cantare alcune canzoncine.
La preferita, perché sollecitava la mia fantasia, diceva: Un ramarro, un ramarro in bicicletta, si lustrava, si lustrava gli stivali e una rana con gli occhiali, la calzetta, la calzetta stava a far.
Giù nel mare, giù nel mar dei Dardanelli, c’è la pesca, c’è la pesca degli uccelli e sui candidi Appennini si sementa, si sementa il baccalà.
Quando poi in bagno si radeva la barba, cercavo di imitarlo passandomi il pennello insaponato sulle guance e gli facevo cantare quell’inno al vino che recita: se ti viene il mal di testa non far uso di aspirina, scendi, scendi giù in cantina ed il mal ti passerà. Se ti viene il mal di denti non far uso di calmanti, bevi, bevi, del buon chianti e il mal ti passerà.

Queste canzoni le sentii poi nell’ambiente degli esploratori perché, quando frequentavo le scuole medie, provai anche l’esperienza di giovane esploratore (ora si dice boy scout) e tramite il mio compagno di classe Maurizio Morena aderii al sodalizio dell’ASCI nella sede della Trinità; c’erano  anche a San Leonardo e al Collegio Ragonesi. Fui assegnato alla nuova squadriglia Camosci, le altre due erano Aquile e Volpi. Tenevamo riunione una volta a settimana e poi la mattina della domenica andavamo alla messa.
I più grandi di età erano chiamati Rover e l’organizzazione era diretta da Colao e Casciani, assistente spirituale era padre Trani, frate agostiniano, bravissimo suonatore d’organo e appassionato traduttore di testi antichi. Avevamo costruito i nostri mobili di legno e in un’unica grande stanza erano ospitate le sedi delle tre squadriglie. C’erano scout veramente appassionati che partecipavano ai campi invernali ed estivi in montagna, io partecipavo alle uscite domenicali che prevedevano una marcia alla Palanzana con pranzo al sacco e ritorno nella serata, una trasferta in treno a Cura di Vetralla, un paio di giorni (sabato e domenica) a Vitorchiano con pernottamento in tenda, giochi all’aperto e varie attività. In occasione di solenni processioni, come il Cristo morto o il Corpus Domini, eravamo impiegati di scorta e posti ai fianchi del corteo, mi sentivo gratificato per quel servizio d’ordine.
Dopo i primi tempi di entusiasmo iniziai ad avvertire un certo distacco, per mia pigrizia accettavo con fatica di alzarmi presto la domenica, quando avrei potuto dormire, per andare alla messa delle sette alla Trinità, e d’inverno con i pantaloni corti, prescritti dalla divisa, sentivo freddo, ottenni, infatti, di poter indossare la divisa invernale (pantaloni lunghi da sciatore e maglione, rigorosamente blu), partecipai solo una volta ad un campeggio estivo. In luglio ci trasferimmo sulla Strada Tuscanese, in un vasto terreno, dove era stato da poco mietuto il grano, accampandoci sotto l’unica pianta (una quercia secolare) nel raggio di un chilometro.

L’acqua potabile era in una sorgente e per attingerla bisognava percorrere un paio di chilometri tra andata e ritorno. Nelle vicinanze si trovava la Roccaccia, della quale era amministratore il signor Tobia Morena che, a cavallo, veniva a trovarci per rendersi conto delle nostre condizioni. Ci trattenemmo tre o quattro giorni e poi fummo costretti a ritornare, uno dei nostri fu colto da insolazione, un altro si ustionò accendendo il fuoco, due ebbero una reazione allergica provocata dalle rughe che numerose cadevano dalla pianta. Giorgio Baroncelli, Rover e già esperto di medicina, intervenne con i suoi medicamenti empirici che non furono sufficienti e decidemmo di ritornare a Viterbo. Quella vicenda mi fece decidere di abbandonare la mia esperienza scoutistica e a bandire dalla mia vita futura vacanze in tenda, in roulotte o in caravan preferendo il comodo letto degli hotel, residence, villaggi. Naturalmente con l’eccezione forzata e imposta nel corso del periodo di vita militare dove ho dormito nei posti più impensati e scomodi; però ho dormito, perché tanta era la stanchezza che mi sarei anche addormentato in piedi.
Fabio Ernesti


Ricordi bagnaioli
Pietro Gregori

Undicesima puntata

Gregori-pietroLa prima domenica del mese di ottobre del 1937, Bagnaia fu funestata da una grave sciagura. Una bambina di sei anni, di nome Maria Argentina, fu investita ed uccisa sul colpo da un carro agricolo, di quelli a quattro ruote che in paese chiamavano “carrioli”.
Il fatto è avvenuto in via Zuccari, nei pressi di un cancello laterale della Villa Lante. La bambina fu raccolta e adagiata su un tavolo della propria abitazione, che si trovava al piano terreno di un fabbricato li di fronte.
Quella di collocare i bambini morti sui tavoli, era una vecchia usanza di Bagnaia di cui mi aveva a suo tempo parlato anche mia madre, la quale, per questo motivo, non aveva mai sopportato che io e i miei fratelli ci stendessimo per gioco su quel tipo di mobile.
A piantonare il luogo del sinistro furono addetti due carabinieri a cavallo, in quel momento appiedati, che si trovavano per caso a Bagnaia, ai quali questo contrattempo non deve essere andato molto a genio e per le piste ci è andato un ignaro passante il quale non essendosi accorto di nulla si era avvicinato un po’ troppo al carro. Uno dei carabinieri lo allontanò ma avvedendosi che quello sosteneva con una mano un sacco di iuta, si fece mostrare il contenuto dello stesso che, guarda caso, era un fucile da caccia smontato. Purtroppo il malcapitato non aveva il porto d’armi e quindi quella sua disattenzione deve avergli procurato qualche noia.
Io, che mi ero recato sul posto della disgrazia, ho potuto intravedere la morticina ed ho assistito all’episodio dei carabinieri. Ritornato in piazza, la mia attenzione è stata attirata da un grande trambusto. Ad un certo punto ho visto il maresciallo dei carabinieri tenersi in piedi sul predellino di un'autovettura che si dirigeva verso la strada Ortana, lungo la quale probabilmente si era verificato un incidente.

Finché non è scomparso al mio sguardo, il solerte sottufficiale, sorreggendosi con una mano, faceva con l'altra eloquenti segni come a significare di non poterne proprio più, in quanto quella era già la terza volta in quel giorno che era stato richiesto il suo intervento!
Nel 1939 la villa Lante fu di nuovo chiusa al pubblico (cosa che non impedì a qualcuno di noi di farvi comunque qualche incursione scalando il famoso “muro Barco” dal lato prospiciente il Pian di Quercia) per cui l'interesse mio e dei miei amici coetanei fu rivolto verso la ricerca di altre esperienze. Tra queste mi piace ricordare la salita sulla cima della torre, cosa che non avevo mai fatto in precedenza. Naturalmente l’evento fu eternato con una ennesima fotografia.
Oltre che nel Circolo Cittadino, erano stati installati biliardi anche in altri locali, come ad esempio nel ristorante Checcarello e nel salone principale del vecchio palazzetto comunale, giù nella Bagnaia “di dentro”, e proprio lì ci siamo più volte recati a giocare qualche innocente partita.
Una sera in Bagnaia ci fu un grande movimento di curiosi perché era venuto in paese nientemeno che il famoso portiere della Roma di quei tempi, Guido Masetti, il quale, manco a dirlo, si recò a cimentarsi in una partita di biliardo nel ristorante Checcarello, contornato da uno stuolo di ammiratori e di tifosi.
Naturalmente tornammo a riservare buona parte del nostro tempo al compimento di gite più o meno impegnative, dedicando la nostra attenzione in particolare alle zone dei monti San Valentino e Palanzana, di cui raggiungemmo anche le rispettive sommità.

Quando il tempo non era precisamente bello, avevamo l’abitudine di andare a fare una visita alla Lisetta, una donnetta molto gentile e disponibile che abitava in via Jacopo Barozzi, la strada che porta alla villa. Appeso ad una parete del suo tinello a pianterreno potevamo infatti consultare uno di quei barometri di tipo montanaro raffiguranti una casetta da cui usciva un omino se il tempo prometteva il bello o una donnina in caso contrario.
Un giorno, nel corso di una passeggiata cui parteciparono anche degli adulti, ci spingemmo oltre il convento dei Cappuccini della Palanzana e giungemmo in una località fino ad allora mai sentita rammentare, denominata “La Bronca”, situata al terzo chilometro della via Cassia Cimina.
Nelle sue vicinanze, uno spiritoso quanto abbastanza geniale artista dal gusto “naif” aveva riempito il castagneto di sua proprietà con un’infinità di cartelli recanti motti e sentenze, spesso salaci, che facevano da corona a numerose figure, rappresentanti frati, carabinieri, ballerine e personaggi vari, dipinte a grandezza naturale sugli alberi o altro materiale, oppure costruiti a guisa di rozzi manichini che la gente del luogo chiamava “pucciarotti”.

Ho saputo recentemente che l’autore di tutto ciò si chiamava Vincenzo Lucchesi ed è morto, a 76 anni, il 1° novembre 1940.
L’ingresso era libero per tutti, tanto è vero che sull'approssimativo cancello che si incontrava a pochi metri dalla provinciale, era apposto un cartello con su scritta la seguente frase: “Aperto dall’alba al tramonto e viceversa”.
(Continua)
Pietro Gregori


DUE COSE BRUTTE BRUTTE BRUTTE!!!
Agnese Galeotti


AgneseSplinderalbero-secco







Due grandi alberi secchi sulla curva a sinistra di Via Aldo Moro, a pochi metri dalla rotonda.








transenna-rotta





Una transenna tutta rotta appoggiata alla facciata dell’ex tribunale in Piazza Fontana Grande.






Agnese Galeotti


Sara Orsini si è laureata

Il giorno 5 Maggio 2009 presso l’aula magna dell'Università di Perugia, Sara Orsini di Viterbo, ha conseguito la laurea in Statistica informatica per la gestione delle imprese, con la votazione di 110 e lode.
La dottoressa Orsini ha brillantemente discusso la tesi di laurea su: “Autopalpazione del seno”.
Alla neo dottoressa giungano le congratulazioni dei familiari, dei nonni, degli zii, dei cugini e di tutti gli amici.
A questi si uniscono anche i redattori e il direttore responsabile della redazione La Città, con i migliori auguri per un futuro radioso e pieno di felicità.



Trevignano Romano

Armoniose colline racchiudono lo  specchio
di acqua e di luce accarezzato dal sole.
Odore di casa, l’odore del lago.
Indelebile traccia dell’oscura forza,
della meravigliosa bellezza della natura.

Radici di un tempo passato tornano,
con gioia, alla mente.
Giochi d’estate,
armonia di pigre cicale
confuse tra le fronde  di alberi maestosi
ancorati alla rive della rena.

Lorena Paris

postato da: Spvit | 11:08 |

sabato, maggio 02, 2009

Ti aspetto su
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DSC03668-300pdiDomenica 3  MAGGIO 2009
ED OGNI PRIMA DOMENICA DEL MESE
MERCATINO DELLE CURIOSITA’
SUL PARCHEGGIO ESTERNO
DEL CENTRO COMMERCIALE TUSCIA
A VITERBO - TANGENZIALE OVEST
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IL 13 e 14 Giugno 2009
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29 Aprile 2009
Anno XIX n° 8


Franco Taurchini, un avvocato geniale
Susy ringrazia Franco
Mauro Galeotti

fotogaleottiSplinderA Viterbo di bella gente ce n’è, eccome, e tra questa bella gente entra di tutto diritto il mio caro amico Franco Taurchini, avvocato.
Un personaggio, senza dubbio! Io potrò buggerarlo con il fiocco al collo, se andiamo per estrosità, ma lui mi batte pienamente con la sua vistosa, ingarbugliata, chioma capelluta, del tutto originale, unita alla barba in un rigoroso sale e pepe.
Franco non fa l’avvocato, ma è nato avvocato, lo si capisce dall’amore e dalla professionalità che infonde a chi lo conosce a chi lo frequenta.
Non so se tu che mi stai leggendo hai saputo dell’ultima particolare impresa da difensore di Franco.
Ebbene, siccome non mi puoi rispondere, te la racconto.
Un ragazzo, di nome Marco, tossicodipendente, è stato trovato, dai Carabinieri, in possesso di mezzo grammo di eroina, che il ragazzo aveva acquistato da uno spacciatore, ma che quest’ultimo, a sua volta, lo aveva accusato di avergliela venduta.
Insomma, in qualche modo, comunque, la colpa di Marco c’era e il giudice l’ha condannato, sì, ma non col carcere, bensì agli arresti domiciliari, per un motivo di umanità, o meglio per una esigenza animale.
taurchini-francoWInfatti, il ragazzo ha in casa Susy, una simpatica cagnoletta, tutta pelosa, di color bianco, tanto da sembrare un morbido batuffolo d’ovatta.
Se Marco restasse in carcere, Susy morirebbe di fame e di stenti, perché l’unico che può accudirla è proprio Marco.
Franco Taurchini lo sa bene, infatti, ha sottoposto il caso, del tutto particolare, al giudice Rita Cialoni. Un giudice severo, rigoroso, che applica la legge come si deve, ma in questo caso, ha compreso le difficoltà di Susy, un cagnoletto innocente, ed ha optato per gli arresti domiciliari del suo padrone, perché lo accudisse.
Bravo Franco Taurchini per aver sottoposto la insolita circostanza al giudice.
Bravo il giudice che ha sapientemente applicato la legge col suo cervello e non freddamente, come troppo spesso  impongono gli articoli del codice penale.
Il caso, assai originale, ha fatto il giro delle tv e delle pagine dei quotidiani nazionali, sia on line che a stampa, tra questi propongo la pagina di Visto, con la foto di Marco, Susy e l’ineguagliabile Franco Taurchini, del quale mi vanto essere amico... non si sa mai!
Mauro Galeotti


Condannata Antonella Properzi
dell’Associazione culturale Next


Antonella Properzi e Claudio Fioretti, dell’Associazione culturale Next, rispettivamente presidente e socio collaboratore, sono stati condannati, dal giudice Salvatore Fanti, del Tribunale di Viterbo, il 24 aprile 2009, per aver esercitato con arbitrio le proprie ragioni.
Il P.M. ha esposto i fatti ed ha chiesto al giudice la condanna degli imputati.
Gli imputati sono stati condannati a pagare la multa di euro 350 ciascuno, alle spese processuali.
Ed inoltre alle spese legali e al risarcimento del danno da quantificare in sede civile.

I fatti risalgono al giugno 2005, allorquando l’Associazione condannata appose una spranga di ferro fissata al muro, bloccata da un lucchetto, davanti alla porta d’accesso dell’Associazione Itinera, impedendo così di fatto il libero accesso ai soci di quest’ultima associazione, titolare di un regolare contratto d’affitto dei locali di proprietà comunale.
Oltre alla spranga era stata sostituita, nottetempo, anche la serratura della porta d’accesso della sede sociale dell’Associazione Itinera, no profit di volontariato, dei locali comunali e addirittura delle scale d’accesso alle terrazze condominiali.
Gli imputati hanno confessato il reato commesso e durante il dibattimento sono emersi altri particolari che hanno colorato di giallo la vicenda di per sé assai lontana dai fini istituzionali di una associazione culturale.
A seguito della decisione del giudice Fanti, l’Associazione culturale Itinera, procederà in sede civile per la quantificazione ed il risarcimento dei danni morali e materiali subìti, valutando anche alcuni particolari emersi durante il dibattimento.
Difensori sono stati, dell’Associazione Next l’avvocatessa Carla Salvatori, dell’Associazione Itinera l’avvocato Franco Taurchini, il quale ha brillantemente sostenuto la difesa, illustrando al giudice ogni particolare della vicenda, evidenziando la natura no profit di volontariato dell’associazione da lui rappresentata.
E’ emerso dalle testimonianze un documento inviato al sindaco di Viterbo, al segretario comunale, a tre assessori comunali, al dirigente del settore patrimonio e al consigliere delegato alla cultura, nel quale la Next denigra l’Associazione Itinera nella persona della vice-presidente Patrizia Coppa.
Il documento di cui sopra porta la firma dell’imputato Claudio Fioretti, insieme ad altri cento firmatari, tra cui, sindacalisti, giornalisti, professori, commercianti e professionisti, alcuni dei quali sono stati contattati dall’Associazione Itinera, che sta raccogliendo le dichiarazioni sottoscritte di quanti non erano a conoscenza, che le proprie firme supportavano il documento denigratorio inviato ai politici e ai dirigenti del Comune di Viterbo.
L’Associazione Itinera sta valutando i vari aspetti dei fatti emersi per intraprendere successive azioni legali, sia in sede civile che penale, nei confronti dell’Associazione Next. Gli imputati Antonella Properzi e Claudio Fioretti hanno provato a sostenere tesi smentite, poi, da un testimone sul cui cellulare appariva un sms inviato dalla stessa imputata Antonella Properzi. Ci sarebbero, poi in possesso del testimone chiave, registrazioni degli imputati che riferiscono di intimidazioni subite da amministratori e politici locali “per far fuori Itinera, tramite Next”. In possesso di Itinera, invece, le dichiarazioni sottoscritte dei politici citati dagli imputati che smentiscono nettamente le affermazioni della Properzi ed del Fioretti.
L‘avvocato degli imputati, Carla Salvatori, ha esibito in aula un articolo di un quotidiano locale, che non ha fatto altro che far emergere la natura dell’associazione Next che di fatto è una scuola, a scapito di quella no profit dell’Itinera, come ben evidenziato dall’avvocato Franco Taurchini.
Insomma la cosa non finisce qui perché i retroscena della vicenda hanno convinto la vice presidente dell’Associazione culturale no profit di volontariato Itinera, Patrizia Coppa, ad andare avanti in sede legale allo scopo di ottenere giustizia anche per quanto riguarda gli aspetti emersi dal dibattimento.
Ascoltato in aula anche il presidente dell’Itinera il professor Loris Coppa, che con la tenacia e il cuore da leone di un novantaduenne, ha difeso l’associazione da lui rappresentata, ottenendo finalmente ragione.
Per l’Associazione Itinera si chiude un cerchio. E’ la fine di un incubo durato dieci lunghi anni, ma che ha visto alla fine trionfare la Giustizia, soprattutto per soddisfazioni morali.
Tutto cominciò con una causa di lavoro, nei confronti dell’Itinera e di Patrizia Coppa, portata avanti da Lorena Storcé, anche dopo l’invito a desistere da parte dello stesso sindacato al quale si era inizialmente rivolta.
Dopo qualche anno e una copiosa produzione di documenti e una lunga sfilata di testimoni a favore dell’Itinera, il giudice del lavoro, Alessandro Pascolini, dette ragione all’Itinera. Poi Patrizia Coppa subì una aggressione, presso la sede Itinera, che in un primo momento vide la Coppa accusata di simulazione di reato, poi assolta con formula piena.
Successivamente, la stessa Lorena Storcè, presentò una denuncia contro l’Itinera alla Guardia di Finanza, depositando proprio quei documenti che erano stati sottratti alla Coppa durante l’aggressione e che la stessa Coppa aveva dichiarato rubati la sera dell’aggressione. Scattò una multa stratosferica, specie se si pensa che l’Itinera è una associazione no profit, e che a pagare dovrebbero essere proprio Patrizia Coppa e Loris Coppa che, paradossalmente, oltre che lavorare volontariamente per l’Itinera, ne erano anche sponsorizzatori e finanziatori.
Ma la ragione venne data, come al solito, all’Itinera, sia dalla prima Commissione che dalla seconda, sia in primo che in secondo grado. I termini per il ricorso in Cassazione sono scaduti senza che si rinnovasse l’istanza e quindi Itinera è stata definitivamente riconosciuta regolare a tutti gli effetti.
Patrizia Coppa sentitasi oltraggiata dalla Storcè per tutti i fatti elencati, sporse denuncia e di nuovo si trovò in Tribunale per un altro processo, ma questa volta nel ruolo di parte offesa.
A giorni le motivazioni, ma la sentenza di condanna, nei confronti di Lorena Storcè, già emessa dal giudice Franca Marinelli, rende giustizia ancora una volta a Patrizia Coppa che ha dichiarato: «Sono pienamente soddisfatta, ringrazio il mio legale avvocato Franco Taurchini, che mi ha brillantemente accompagnato in tutti questi anni sostenendomi e difendendomi come meglio non avrebbe potuto fare, nonché mia madre e mio padre, che a novantadue anni ha saputo incoraggiarmi fino alla fine malgrado i non pochi inevitabili momenti di scoramento, i miei colleghi di lavoro che oltre a darmi sostegno in tutti questi anni, mi hanno anche consigliato.
Insomma mi sento un po’ come Rocky Balboa, un buon incassatore che alla fine stende l’avversario! Un solo rammarico, quello di essere stata assolta sempre e di aver vinto tutte le mie battaglie alla ricerca della Giustizia, ma condannata a dieci anni di… Tribunale, cosa che ormai posso superare immergendomi di nuovo nel lavoro e nel volontariato con nuove idee e stavolta…’speriamo che me la cavo!’».


Il segreto? Pura illusione

Maurizio Pinna

Maurizio_PinnaW“Mi raccomando, ti faccio una confidenza, ma non lo dire a nessuno”.
Questa, sembrerà strano, è tra le frasi più comuni e più efficaci per far correre una notizia.
A volte qualcuno, astutamente, lo fa di proposito per metterci alla prova o per far circolare la notizia che vuole che si sappia. Altri, invece, vogliono soltanto mostrarci la loro amicizia con una confidenza.
La storia ci insegna quante attenzioni e quanti metodi sono stati escogitati per far parlare – o per far tacere – gli uomini “informati sui fatti”.
Alcuni comparti delle Istituzioni che sul segreto fondano il loro motivo di essere, spesso vengono alla ribalta per qualche fuga di notizie.
Reggono meglio, ma non del tutto, gli ambienti dove viene esercitato preventivamente un addestramento al mantenimento del segreto, se poi, però, è supportato da leggi e regolamenti che prevedono dure sanzioni per chi parla troppo.
Negli ambienti militari, per esempio, sono vari i livelli di segretezza che autorizzano determinate persone alla conoscenza ed alla trattazione di certe tematiche.
Come dire, ci sono segreti e segreti, persone e persone.
Ora, senza arrivare a parlare dei programmi di formazione previsti per il personale della CIA, torniamo più a valle e soffermiamoci sui comportamenti della gente comune.
A parer mio, non esiste un trattato in merito all’impossibilità di mantenere un segreto, più chiaro e veritiero di come lo ha esposto Alessandro Manzoni nel capitolo XI dei Promessi posi.
Possibile!
Dirà qualcuno, ma andiamo a rileggere con le conoscenze e l’esperienza che abbiamo da adulti, una meraviglia della letteratura italiana scritta nel 1820 che potrebbe esserci sfuggita in età scolastica e predisponiamoci a perdere ogni speranza riguardo all’esistenza di un segreto, perché è soltanto questione di tempo, ma tutto si verrà a sapere.
Con che velocità?
Manzoni ha risposto anche a questo.
“Una delle più gran consolazioni di questa vita è l'amicizia; e una delle consolazioni dell'amicizia è quell'avere a cui confidare un segreto.
Ora, gli amici non sono a due a due, come gli sposi; ognuno, generalmente parlando, ne ha più d'uno: il che forma una catena, di cui nessuno potrebbe trovar la fine.
Quando dunque un amico si procura quella consolazione di deporre un segreto nel seno d'un altro, dà a costui la voglia di procurarsi la stessa consolazione anche lui.
Lo prega, è vero, di non dir nulla a nessuno; e una tal condizione, chi la prendesse nel senso rigoroso delle parole, troncherebbe immediatamente il corso delle consolazioni.
Ma la pratica generale ha voluto che obblighi soltanto a non confidare il segreto, se non a chi sia un amico ugualmente fidato, e imponendogli la stessa condizione.
Così, d'amico fidato in amico fidato, il segreto gira e gira per quell'immensa catena, tanto che arriva all'orecchio di colui o di coloro a cui il primo che ha parlato intendeva appunto di non lasciarlo arrivar mai.
Avrebbe però ordinariamente a stare un gran pezzo in cammino, se ognuno non avesse che due amici: quello che gli dice, e quello a cui ridice la cosa da tacersi.
Ma ci son degli uomini privilegiati che li contano a centinaia; e quando il segreto è venuto a uno di questi uomini, i giri divengon sì rapidi e sì moltiplici, che non è più possibile di seguirne la traccia”.
Maurizio Pinna


Cacca di cane Aprile 2015
Fabio Ernesti


ernesti-fabioLe prime avvisaglie si erano avute alla fine degli anni Novanta del secolo scorso quando incominciò una campagna pressante contro gli escrementi dei cani nelle città.
Successivamente furono censite le razze di cani considerate pericolose, poi fu approvata la disposizione di munire i cani di museruola, dopo fu vietato l’ingresso dei cani nei negozi e uffici,poi fu disposto di abbattere i cani randagi.
Emeriti studiosi convinsero la popolazione che gli escrementi canini erano propagatori di virus e infezioni.
Il Vaticano ne approfittò per ribadire l’inutilità dell’uso del preservativo poiché l’AIDS non era trasmesso attraverso atti sessuali ma dalle esalazioni delle feci dei cani.
Il Paese, aggredito dalla malavita, assediato dagli immigrati clandestini, annientato dalla crisi economica, invaso dalla corruzione, fu spinto dai politici a trovare un nemico comune da combattere, i cani. Il PD condannò il cane come servitore del padrone e osannò il gatto per la sua indipendenza.
Il PdL, per non apparire conservatore, proclamò superato il rapporto cane - padrone e scelse come animale di riferimento la giraffa che identificava la lungimiranza, per la possibilità di vedere avanti e sopra a tutti.
La Lega infierì contro il cane sostenendo che, al seguito delle legioni romane, aveva invaso il ricco e indipendente Nord.
Gli uomini politici, come loro abitudine, per avere il consenso degli elettori, fecero a gara nel proclamarsi contro i cani, in appoggio ad una soluzione definitiva.
Molti dichiararono di non aver mai posseduto un cane.
Alcuni,di fronte a prove inoppugnabili di foto e filmati in compagnia di cani, ammisero la loro buona fede e giurarono di non aver saputo che fossero cani gli animali con loro ritratti.
Altri si dissero vittime di una congiura di potenze straniere che volevano destabilizzare il paese attraverso l’infiltrazione di cani spia. Una vasta schiera di personaggi, autoproclamatisi intellettuali, parteciparono a numerosi programmi televisivi sostenendo la necessità di intervenire drasticamente nei confronti dei cani e dei loro proprietari per il bene del progresso e dell’umanità.
I proprietari, che già erano stati obbligati a raccogliere le deiezioni dei loro cani, furono muniti di un Kit, in vendita nelle ASL e con geniale originalità chiamato Kit-Kan, composto di paletta, disintegratore chimico, disinfettante, che doveva essere adoperato alla bisogna e per i bisogni.
In seguito si disse che anche le orine dei cani provocavano gravi malattie e contagi agli umani, nel Kit-kan fu compreso un contenitore per le orine, che dovevano poi essere portate presso i centri di raccolta, predisposti per lo smaltimento di sostanze nocive.
Furono costruiti appositi spazi, tipo giardino, chiamati CA.ZO – Canina Zona - dove i cani erano obbligati a trattenersi, essendo loro vietato passeggiare per le vie delle città.
Per risolvere il problema del tragitto, i Comuni rilasciarono al proprietario lo S.T.O.CA.ZO – Salvacondotto Transito Obbligatorio CAnina ZOna - nel quale era indicato il percorso da seguire dall’abitazione alla Zona Canina più vicina.
Il cane, durante il tragitto, doveva essere munito di pannolone e nelle aree apposite il proprietario doveva usare il kit-kan.
I proprietari, che stando a contatto con i cani potevano essere portatori di virus, per essere individuati, furono obbligati ad applicare sui loro abiti, quale simbolo di riconoscimento, un triangolo isoscele di colore rosso, tipo muso di cane stilizzato.
Fu approvata una legge per la quale i cani non potevano abitare nei condomini. Per alcuni mesi solo agli abitanti di ville con giardino fu permesso di tenere i cani ma poi, per par condicio, anche questi furono requisiti.
Tutti i cani furono preventivamente censiti e poi raccolti nei canili municipali, in attesa del trasferimento nei C.AC.CA - Centri ACcoglienza CAnina- che sarebbero stati costruiti in ogni regione.
Fu istituito il reparto SE.CA.CO (SErvizio CAnino COntrollo) che sovraintendeva e vigilava alla rigorosa osservanza delle disposizioni.
Furono presi provvedimenti per svolgere le attività socialmente util, i cani furono sostituiti con scimpanzé per l’accompagnamento dei non vedenti, con delfini per il salvataggio in mare, con stambecchi per il salvataggio in montagna, con faine per il servizio antidroga.
Ai proprietari fu garantito che mensilmente avrebbero potuto far visita al loro cane, invece nessuno riuscì a farlo, perché i canili municipali vennero smantellati e i Centri regionali non furono mai costruiti.
Alcune persone asserirono di aver visto centinaia di carri bestiame, da cui provenivano latrati e lamenti, recarsi nottetempo presso gli inceneritori regionali.
Molti proprietari di cani protestarono con manifestazioni di piazza ma furono contrastati duramente, processati e imprigionati come sobillatori e facinorosi.
Gli schieramenti politici ritrovarono la compattezza. Maggioranza e opposizione furono concordi nel presentare al paese la grande opera di bonifica ,che aveva evitato una pericolosa epidemia, e di manovra economica ,con l’eliminazione delle spese superflue per il mantenimento dei cani. Una campagna televisiva, sapientemente organizzata, convinse l’opinione pubblica a considerare giusti i provvedimenti adottati.
Le associazioni per la protezione degli animali furono blandite e convinte a non occuparsi dei cani e riversare le loro attenzioni verso altre specie animali.
Iniziò una tambureggiante pubblicità per acquistare tartarughe, pesci, lumache, lucertole, serpenti, rane,animali ritenuti affettuosi e soprattutto puliti, che potevano vivere in casa ,nell’apposito alloggiamento, senza riversare le loro lordure per le strade. Tutti erano contenti di non vedere più per le strade i cani, invadenti, infidi, sporchi e apportatori di malattie.
Con il tempo si notò però che gli umani erano diventati più scostanti, irascibili, scontenti, aggressivi.
Io sono riuscito a salvare il mio cane perché denunciai la sua morte e invece lo nascosi in un rifugio isolato. E’ un Carlino, l’ho colorato di rosa e si mimetizza tra un branco di piccoli maiali in un recinto intorno alla capanna sui Monti Cimini.
La notte, se c’è la luna, usciamo a passeggiare per il bosco e poi andiamo a dormire insieme nella capanna. Prima di addormentarmi guardo i suoi occhi languidi, dove vedo riflesso il dolore per i mali del mondo e tutto il suo affetto di cane.
Fabio Ernesti


Benedetta

Bruno Matteacci


Matteacci Bruno SplinderNovità il libro curato da don Gianluca Scrimieri, sacerdote viterbese, vice parroco a Fabro (Tr) “Suor Maria Benedetta Frey testimone della sofferenza per amore” (Roma 6.3.1836 – Viterbo 10.5.1913), edito con il Centro Volontari della Sofferenza (www.sodcvs.org), con la prefazione di mons. José L. Redrado, segretario del pontificio consiglio per la pastorale della Salute. Sono state inserite alcune novità della vita rispetto al precedente libro del 2005 “Lo specchietto per vedere il cielo”; la scoperta di avere avuto come confessore, per poco tempo, il venerabile padre Germano di S. Stanislao, direttore spirituale e primo biografo di S.Gemma Galgani.
Un nuovo capitolo descrive Suor M. Benedetta come donna di fede e di speranza nonostante il lungo e faticoso stato di malattia e infine altre frasi tratte dalle lettere che possono fare bene all’anima. Il nuovo postulatore che segue la causa è don Armando Aufiero del C.V.S. di Roma mentre il vice postulatore è don Gianluca. Nel 2008 ci sono stati due anniversari; il 23 aprile per i 40 anni dalla ricognizione del suo corpo e il 2 luglio per i 150 anni dalla solenne professione religiosa.
La Frey ha vissuto con una fede straordinaria, fortezza e umiltà affrontando e offrendo questa chiamata di Dio a una vita di sofferenza. Insegna che si può essere soggetto attivo e protagonista nella malattia, con la forza della fede cristiana ha esercitato la fede e la fortezza, virtù che sono oggi molto deboli per la fragilità e la frammentazione nella vita e nelle scelte allergiche al “per sempre”.
Suor Maria Benedetta è attuale ed esemplare perché:
•ha saputo dare senso alla vita, alla sofferenza, al dolore, perché era innamorata fortemente Cristo;
•nonostante l’immobilità, è stata capace di creare un grande movimento: di preghiera, di carità e di relazioni; sempre di buon umore e sorridente
•per la virtù della fortezza che ha esercitato. Oggi ci si domanda: quanta fragilità, quanti pensieri deboli, quanto pessimismo, indifferenza! Tutto ciò fa pensare che si ha più paura di vivere che di morire;
•per la consolazione con cui ha consolato i disperati, i bisognosi,
•è stata una “guaritrice ferita”: ha amato e si è offerta totalmente, si è donata e si è impegnata a tal punto da essere disposta a venir ferita nell’intimo di se stessa. Una persona che ha saputo trasformare i propri limiti e sofferenze in una fonte di guarigione per gli altri, con la grazia divina.
•non ha scelto l’eutanasia, ma ha preferito seguire la Croce. Si tende a fuggire dalla sofferenza, ne rimaniamo schiacciati e passivi, è la scelta più facile e più comoda. E’sempre più forte la tentazione di togliersi la vita, di staccare la spina, perché la vita di un feto malato, di un vecchio o di un malato grave o disabile… non è utile a nessuno tanto meno alla società.
Meditando la vita, le parole, i gesti di questa monaca, possiamo far tesoro del messaggio forte che ci ha lasciato: la vita umana è un dono di Dio, con la sua dignità degna essere vissuta come dono e impegno con equilibrio, fede ed umiltà. Per il cristiano il dolore è trasformato, è finalizzato alla salvezza. Monache e laici pregano affinché Dio compia un miracolo attraverso l’intercessione di Suor Maria Benedetta. Viene pregata per i malati gravi, per coloro che hanno difficoltà a procreare un figlio e per la riconciliazione tra persone. Una scoperta curiosa dell’autore è che il 6 marzo non è solo la data di nascita di Penelope Frey, ma anche di S. Giacinta Marescotti (nata a Vignanello) mentre S. Rosa, nella stessa data, saliva in cielo, nella casa del Padre.
Concludo augurandomi che, quanto prima, Suor Maria Benedetta venga dichiarata venerabile, beatificata e canonizzata, come del resto è avvenuto per coloro che in vita le chiesero consiglio, suggerimenti, preghiere come don Bosco, don Orione, il Bartolo Longo, che sono stati proclamati santi. Sarà forse, come mi auguro, sua Santità Benedetto XVI a compiere questo atto solenne con il quale si addita la Frey come modello di santità per la Chiesa universale, data l’assonanza dei Loro nomi? (…Benedetto XVI e Benedetta).
Chi volesse acquistarlo può rivolgersi alla libreria S. Paolo in via Roma o alla libreria Fernandez di via Mazzini; è visitabile il sito internet: www.suorbenedettafrey.it (scrimgia@libero.it)
Bruno Matteacci


Evviva, arrivano i contributi. Spariti!
Murizio Pinna

L’argomento che scatena le riflessioni che seguono, è sicuramente il terremoto in Abruzzo, ma in questo caso lo prendiamo come spunto e non come argomento preminente. Tutti abbiamo visto e, forse, partecipato alle tante forme di solidarietà che si sono attivate per reperire i soldi.
Contributi via sms, conti correnti postali e bancari, promossi attraverso radio, televisione e internet, per citarne alcuni. Le domande che in molti ci siamo posti, però, sono: ma questi soldi, poi, arrivano veramente ai nostri amici abruzzesi? Con quale criterio i diversi canali di raccolta, suddivideranno equamente questi soldi tra le famiglie colpite dal sisma? Personalmente non conosco la risposta, anche perché quella teorica non m’interessa, e in ogni caso nessuno si è preoccupato di spiegarci i meccanismi di controllo, ripartizione e garanzia della trasparenza e correttezza delle operazioni. Il timore che secondo me non fa toccare questo delicatissimo tasto, è proprio quello che si possa fermare lo spirito d’altruismo della gente che invia il proprio piccolo ma, nell’insieme, grande contributo economico. E’ un po’ come dire, anche se qualche cosa si dovesse perdere per strada, il resto sicuramente arriverà a destinazione ed io avrò fatto la parte dell’obbligo mio. Ma quale è questo resto, se di resto si parla? Il ragionamento vale anche per altre costose questioni. Tutti, o quasi, abbiamo notato che di fronte al progetto di una qualsiasi opera di pubblico interesse o di una semplice promozione del territorio, si canta vittoria sin da quando si vocifera l’ottenimento di un contributo locale, regionale, nazionale o europeo. Cifre che per noi mortali, il più delle volte, non sono comprensibili per la loro lauta grandezza. Anche qui, che metro abbiamo noi cittadini per verificare e valutare se le somme effettivamente spese sono congrue, oppure quel chilometro di strada, se fosse stato realizzato su una nostra proprietà e con i soldi provenienti dal nostro conto, sarebbe costata venti volte di meno? E dei tempi che dire? Un cantiere aperto e chiuso nel giro di un anno, non può beneficiare dei contributi che si possono ottenere “con le varie alternanze”, se rimanesse aperto per venti anni. Le risposte a questi dilemmi, quando arrivano, appaiono del tutto inutili, poiché chi è interessato a far quadrare i conti ed i comunicati, ha l’accortezza di farli quadrare sempre prima di parlare. Purtroppo non tutti abbiamo la possibilità di capire e conoscere certi meccanismi. Le leggi scritte per regolare la vita di un popolo, troppo spesso, sono interpretate a suon di cavilli dagli astuti e colti disonesti per fregarlo. A noi miserabili che crediamo nella vita eterna, non rimane che appellarsi a questo viatico, in attesa di quel fatidico giorno della resa dei conti: “Dio, fammi accettare serenamente le cose che non sono in mio potere modificare. Dammi il coraggio di modificare quelle che posso e la saggezza di distinguere le une dalle altre”.
Maurizio Pinna


Ricordi bagnaioli
Pietro Gregori


Decima puntata
Gregori-pietroI festeggiamenti di San Rocco avevano ormai assunto una diversa fisionomia rispetto a quelli di qualche anno prima. Una novità ci fu anche nel 1936 e fu lo spettacolo cinematografico in piazza, un tipo di trattenimento che avevo già visto in funzione a Roma e che veniva organizzato mediante l'impiego di un attrezzato furgone contenente la macchina da proiezione, mentre il “telone” veniva piazzato davanti alla chiesa di Sant’Antonio..
Per “San Rocco” cominciarono anche a divenire di moda le corse ciclistiche. Una volta assistetti ad una di esse, durante la quale era previsto che i concorrenti provenienti dal ponte dovessero arrampicarsi per via Giambologna e ridiscendere per via Zuccari, per ritornare sul ponte verso La Quercia.
Sulla piazza a fare da controllore, onde evitare che a qualche ciclista venisse in mente di abbreviare il percorso e tornare indietro senza arrivare fino alla sommità della salita, era stato designato il "Sor Tito” Milioni, un ameno personaggio bagnaiolo. Il nostro amico però risultò talmente interessato ad osservare il lato spettacolare della corsa che dimenticò quasi  completamente di assolvere le mansioni che gli erano state affidate, tanto è vero che, trovandomi nelle sue vicinanze, mi sono reso conto che molto pochi furono i numeri dei corridori da lui annotati sul taccuino rispetto a quelli transitati davanti a lui!
Un’altra manifestazione che cominciò a prendere piede fu una gara tra i cosiddetti “poeti a braccio” che si svolse, richiamando un discreto pubblico, in quella piccola collina denominata “il Ciaffo” posta immediatamente sopra la fontana del Bacio. Ad essa partecipò anche Giocondo, soprannominato Gheghene, che era a quell’epoca il commesso del locale Circolo Cittadino.
Durante le vacanze del 1937, la sede principale delle scorribande di noi ragazzi fu la Villa Lante, che era stata di nuovo aperta al pubblico.
Allora chiunque desiderasse entrarvi doveva suonare un campanello che si azionava tirando un pomello. Ogni volta si affacciava alla finestra la portiera che di norma, se il visitatore era un adulto, apriva il portone mettendo a sua volta in funzione un congegno meccanico. Per noi ragazzi però le cose non andavano sempre del tutto lisce; comunque con una scusa o con l'altra riuscivamo sempre ad entrare.
Per le feste di San Rocco quell'anno era stato proiettato in piazza il film "Squadrone Bianco", ambientato nell'Africa Settentrionale, cosa che colpì molto la nostra fantasia giovanile e, naturalmente, per spirito di imitazione, i nostri giochi ebbero per qualche tempo per soggetto la guerra.
Certo la villa non aveva nulla a che vedere con un deserto e quindi dovemmo adattarci ad immaginare le nostre avventure in un ambiente del tutto diverso dalla realtà. Ci dividemmo in due “fazioni” e fu quasi certamente a me che venne in mente di costruire delle parvenze di fortini nell'interno dei punti più folti del bosco e questo sfidando le ire del “terribile” guardiano Righetto.
Quei fortini che noi normalmente chiamavamo "capanne", ma che tali non erano perché sprovvisti di qualsiasi apparenza di tetto, avrebbero dovuto essere assaliti dagli avversari una volta che questi fossero riusciti a localizzarli.
Ciò però in pratica non avveniva anche se, malgrado tutti gli accorgimenti che si usavano, l'ubicazione di ogni nuovo fortino veniva presto scoperta; era più frequente invece che ci scontrassimo in campo aperto lanciandoci con le fionde certe particolari bacche che coglievamo ancora acerbe e dure su un albero della villa situato vicino al muro confinante con la zona della fontana del Bacio. Quelle bacche che i ragazzi del luogo chiamavano "africa" erano in realtà, come seppi poi, dei comuni corbezzoli.
Per evitare possibili danni agli occhi portavamo tutti delle maschere di cartone munite di piccoli fori per vederci.
Ad alcune delle cosiddette capanne avevamo assegnato un nome. Fra le altre c'erano quella della "vipera" e quella della "roncola". Per costruire quest'ultima era stato addirittura da noi attraversato un folto intrigo di rovi, strisciando carponi dopo averne tagliato alcuni servendoci di una roncola. La cosa carina fu che quando iniziammo a costruire quel rifugio, essendo quasi giunta l'ora di chiusura del parco, seppellimmo in fretta e furia la roncola in un punto della "capanna" con l'intento di riprenderla il giorno dopo per continuare il lavoro, ma quando siamo andati per riesumarla quella non si trovò più.
Soltanto l'anno successivo, scavando con più cura, riuscimmo a recuperarla!
La "capanna" della vipera aveva quel nome perché un ragazzo, forse per fare un dispetto agli altri componenti della sua fazione, con cui aveva litigato, disse di avervi veduto quel poco raccomandabile rettile.
Quasi a voler testimoniare la “serietà” della cosa, mi ingegnai all’epoca di disegnare, il più accuratamente possibile, una piantina della Villa - che ho quasi religiosamente conservato - nella quale le famose “capanne” furono evidenziate da quadratini con una crocetta in diagonale.
Sempre nel folto del parco i proprietari della Villa, appassionati cacciatori, avevano fatto costruire sulla cima di un albero una piattaforma di tavole che si poteva raggiungere salendo per una scala a pioli alta almeno una dozzina di metri. Quella piattaforma ormai vecchia di anni, che i locali chiamavano "piccionaia", non era in condizioni proprio ottimali. Ciononostante un giorno a un paio di ragazzi della combriccola venne in mente di salire fino in cima e così fecero anche molti altri. Io, che sapevo di soffrire di vertigini, rimasi molto indeciso se salire o meno, ma alla fine con un moto di incosciente orgoglio, optai per il si.
Lo spettacolo che vidi da lassù mi fece per pochi attimi dimenticare tutto il resto, ma il dramma si presentò ancora più grave quando si trattò di dover discendere e lì non c'erano davvero alternative!
La passione dei duchi Lante per la caccia, o quanto meno per la selvaggina in se stessa, risultava evidente anche per altri particolari motivi: anzitutto i bossoli vuoti di cartucce e i piattelli spezzati che si trovavano in mezzo ai prati del parco e poi certe grosse trappole, sicuramente per lepri, in cui spesso ci imbattevamo durante le nostre scorribande in mezzo al bosco. Erano costituite da cassette lunghe circa un metro con alle estremità due aperture di forma quadrata di una ventina di centimetri per lato.
Una volta un mio cugino portò alla Villa un modellino di veliero che aveva costruito lui stesso e lo mise a navigare nella grande vasca del “Conservone”.
Il piccolo natante non era proprio ben rifinito, ma aveva la particolarità di essere munito di una duplice fila di cannoncini, una per ciascuna murata, tutti collegati da una miccia. Umberto, contornato da un nutrito gruppo di ragazzi, accese la miccia e poi sospinse il vascello verso il centro della vasca: dopo qualche istante i cannoncini cominciarono a sparare, con effetto alquanto suggestivo. L’operazione fu ripetuta un paio di altre volte.
Al termine della mattinata, mio cugino, che aveva intenzione di tornare il giorno successivo, per non portare il peso fino a casa, decise di nascondere il frutto delle sue fatiche in un grosso cespuglio, ma quando, all’indomani, tornò per riprenderlo, lo trovò semidistrutto!
Non ho mai capito chi può aver avuto interesse a compiere una simile cattiveria.
(Continua)
Pietro Gregori


Io vi tirerò fuori...
Maurizio Pinna


Il dolore per un grave dramma subito, come per una malattia, mette al nudo la personalità e i sentimenti di chi ne è colpito. Il terribile terremoto che nei giorni scorsi ha fatto tremare l’Abruzzo, oltre al dramma al quale il più delle volte abbiamo assistito nei vari eventi sismici che hanno devastato l’Italia, ha messo in luce la grandiosità umana degli Abruzzesi.
Questa meravigliosa gente, distante da noi due ore di macchina, residente in una regione che si distingue per la bellezza paesaggistica, dei piccoli centri e per la calorosa ospitalità, è riuscita a conquistare le attenzioni, la benevolenza e la simpatia del mondo intero. Tutti noi abbiamo notato il silenzio della riservatezza, della discrezione, della dignità di un popolo d’animo nobile e generoso. Personalmente ho seguito, come molti, i servizi televisivi minuto per minuto e, tranne un caso che non fa la regola, non ricordo scene di grida, di panico e di attribuzione di colpevolezze contro le Istituzioni ed i soccorsi. Abbiamo, invece, visto persone che non hanno più nulla e che hanno addirittura perso qualche familiare, avere cura di ringraziare tutti i soccorritori per lo straordinario lavoro compiuto. In Abruzzo non esiste il processo all’intenzione. Prima di colpevolizzare qualcuno, la gente s’impegna a vederne i pregi e questo è una caratteristica delle persone veramente nobili d’animo.
Chi ha Fede, nonostante le dure prove che la vita ci riserva, si sforza di cercare una ragione per motivare certe disgrazie e, nella migliore delle ipotesi, cerca di convincersi che i nostri progetti di vita, non sempre corrispondono ai programmi che il Signore ha scritto per ciascuno di noi. Ora però, dobbiamo porre tutta la nostra attenzione affinché di loro se ne continui a parlare anche dopo che sarà terminato il business dell’informazione; quell’informazione tendente a riempire gli spazi televisivi con le passerelle d’illustri personaggi ben vestiti che, tra un’esibizione di sapienza e l’altra, sono interrotti soltanto dalla pubblicità. Quei giornali che hanno sparato fiumi d’inchiostro in prima pagina, per attirare attenzione, per poi cambiare foglio e rendere il quotidiano aggiornatissimo su altri eventi. L’informazione fatta con sentimento, invece, spesso deve fare i conti con la tendenza.
Se la notizia non è più di moda non si legge più. Te che stai leggendo ne sei una prova. Non dirmi che quest’articolo ti ha appassionato, anzi, forse ti ha proprio annoiato e se sei arrivato a leggere fin qui, è perché mi vuoi bene. Lo capisco! Ma ciascuno di noi, nel proprio piccolo, deve mantenere vivo l’interesse verso queste persone colpite dal terremoto, fino a che non torneranno tutte e presto in possesso di una casa propria, di un lavoro e di una vita dignitosa.
Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi avanti alle telecamere si è assunto un impegno importante dichiarando: “Io vi tirerò fuori da quelle tendopoli, dovessi essere qui tutti i giorni”.
Ora, senza giocare all’ostruzionismo o alla propaganda politica sulla pelle degli altri, sport già vergognosamente iniziato e che in Italia sembra stia sostituendo il calcio, con serenità e serietà diamo voce a questa dichiarazione, affinché non si perda tra le centinaia d’ore dei servizi televisivi effettuati nelle zone disastrate. L’obiettivo? Impegnare fino all’ultimo il Presidente del Consiglio Berlusconi, che le ha pronunciate in un momento di grande, giusta e ammirevole emozione.
Maurizio Pinna


La Viterbo che vogliamo
Maurizio Pinna


Turismo, termalismo, eleganza, natura, mostre, relax e chissà cos’altro ancora. Sono questi gli ingredienti che ruotano intorno ad una nuova struttura ricettiva e che nei prossimi giorni avremo occasione di ammirare.
Una esclusiva esposizione di tappeti, infatti, si terrà nei giorni 1 e 2 maggio alla Corte delle Terme Resort, strada per Castel d’Asso.
Terme dei papi, un nome importante quanto il suo trascorso storico. Un luogo di cura, soggiorno e relax che da secoli fa parlare di se e che oggi rappresenta a Viterbo l’unico fatto compiuto in termini di turismo e attività termale.
Un angolo della città dei Papi che con stile, eleganza e grande professionalità da parte della società, come di tutto il personale che vi lavora con passione e responsabilità, richiama annualmente migliaia di persone da tutta Italia, oltre a personalità del mondo politico e dello spettacolo in cerca di serenità e riservatezza. Forse è proprio questo il metro per misurare il valore aggiunto che il complesso Terme dei Papi offre alla nostra città.
Un nome, come spesso accade, ben noto ed apprezzato più altrove che in casa propria dove, forse, siamo abituati a convivere con tali ricchezze.
Al prestigio delle Terme, mantenendo la stessa eleganza e riservatezza, si è affiancata La Corte delle Terme Resort, per rispondere alle maggiori richieste di soggiorno, completando così l’offerta ricettiva in un contesto naturale di vero incanto
E’ in questa cornice naturale, dove regna un silenzio che lascia parlare soltanto lo splendido panorama su Viterbo e i suoi monti Cimini, che nei giorni 1 e 2 maggio, dalle ore 18 alle 20, si terrà una esclusiva esposizione di tappeti di antica e contemporanea manifattura, selezionati per la raffinata clientela del Resort, dalla ditta House Carpets.
L’ingresso è libero e l’occasione, come dicevo in apertura, potrebbe rappresentare una buona opportunità per i Viterbesi, per conoscere i luoghi che silenziosamente diffondono un elegante biglietto da visita della nostra città, nei migliori ambienti.
Maurizio Pinna


Estate


Allegre rincorse
tra spighe di grano,
generose di oro,
di pane, di vita.
Papaveri colti,
a colorare le mani.

Gioioso vociare
allontana le rondini
su, verso il sole
che sembra non voglia
ancora svegliare
quell’altra parte di mondo.

Dolci ricordi
di una bambina,
ora donna
prigioniera
di questa assolata
giungla d’asfalto.

Lorena Paris

postato da: Spvit | 15:56 |

venerdì, aprile 10, 2009

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8 Aprile 2009
Anno XIX n° 7

Il terremoto, terribile flagello anche a Viterbo
Per non dimenticare
Mauro Galeotti

fotogaleottiSplinderPrima di tutto un abbraccio agli abitanti abruzzesi in questo momento drammatico, di disperazione, di desolazione, di morte e anche di vita, quella salvata dagli eroici soccorritori.
Col pensiero al terremoto abruzzese, a questa immane tragedia, mi viene in mente che anche la nostra città subì, attraverso il tempo vari terremoti.
A causa del terremoto, accaduto tra il 7 e il 9 Settembre 1349, la Chiesa di santo Stefano con fronte sul Corso angolo Piazza delle Erbe, subì gravi danni per la caduta dell’antistante Torre Gatti, la quale rovinò la facciata ed il porticato, o loggia, esistente sin dal 1331.
Ed ancora, nel 1695, per un terremoto che l’11 Giugno sconvolse la nostra città, gli abitanti si accamparono per vari giorni sull’area di Prato Giardino, dove fu anche innalzato un altare dal quale il vescovo dette la solenne benedizione.
Passato il pericolo fu fatta una solenne processione e fu stabilito che ogni 11 Giugno dei successivi sette anni si sarebbe ripetuta.

Poi in effetti, come leggo sulla Gazzetta di Viterbo del 27 Ottobre 1877, «Passati i sette anni, si è continuato a far la processione fino a pochi anni addietro».
Nei pressi del Ponte Camillario è l’edicola, innalzata nel 1696, probabilmente su altra, in ricordo della protezione da parte dei martiri Valentino ed Ilario, durante il terremoto avvenuto a Viterbo, come ho detto poc’anzi, l’11 Giugno 1695. 
Sempre nel 1695 venne organizzata una processione in onore di santa Rosa per il terremoto, tanto che si fece voto di digiuno da ripetere per sette anni, nella vigilia della Santa.
Protezione fu chiesta ai martiri anche per il terremoto che colpì la città il 14 Gennaio 1703, leggo sul periodico locale Speranze Nuove del 27 Gennaio 1903: «S’invocarono i nostri Santi, e non si ebbe a lamentare alcun inconveniente. 

Perciò ai 14 di Febbraio [1703] il Consiglio generale deliberò che per sette anni la Vigilia della festa dei Ss. Valentino e Ilario i fedeli digiunassero, e si ripigliasse per lo stesso tempo l’uso della processione delle Sante Teste. Tal voto fu approvato e confermato dal nostro Vescovo Cardinale Sª Croce. Compiuti i sette anni il voto fu rinnovato per altri sette anni, spirati i quali, si lasciò di fare quella Processione. Ma ai 28 di Agosto dello stesso anno un terribile terremoto scosse soltanto la nostra Città.
I Viterbesi esterrefatti corsero presso le Sante Reliquie al Duomo: la domenica seguente vollero portare processionalmente le Sante Teste, e determinarono di fare ciò ogni anno in perpetuo, come ancora si costuma: soltanto che a cagione de’ tempi è più ristretto il giro della processione, e invece, delle S. Teste si portano in processione due particelle dei crani de’ nostri Santi».

Il soffitto del coro delle monache di santa Rosa, per un terremoto, cadde nel 1705 e, per miracolo, non ferì alcuna monaca; fu ricostruito con il contributo del Comune.
In quell’occasione fu dipinta l’iscrizione posta sulla parete interna nel soffitto del cupolino del presbiterio:
Altra memoria.
Nell’Ottobre del 1979 è stata restaurata la Torre della Bella Galiana, dove era crollato l’arco a causa del terremoto del 1976. I lavori furono terminati nel Marzo del 1980.
Ma anche e soprattutto i pompieri del Corpo di stanza a Viterbo, parteciparono a numerosi interventi di salvataggio nelle più disparate località, nel 1915, ad esempio, furono presenti nei soccorsi per il terremoto marsicano, in cui fu colpita la città di Avezzano e in quello della Toscana del 1918.
Tra i recenti impegnativi interventi ricordo il contributo apportato per il terremoto che ha colpito Tuscania il 6 Febbraio 1971.
Tristi ricordi che mi fanno avvicinare ancor più alla tragedia che ha colpito L’Aquila e i paesi abruzzesi.
Mauro Galeotti


Camper: finanziamento nuova sosta
Maurizio Pinna

Maurizio_PinnaWTra tante promesse da marinaio che ci hanno propinato molti amministratori in passato, questa volta siamo di fronte a ben due promesse mantenute, ora speriamo di procedere e non di retrocedere come è già avvenuto, nonostante i buoni intenti iniziali. Andiamo per passi. Meroi, Contardo e Federici, si dimostrano politici di parola e trovano i finanziamenti necessari. Forse ci siamo, l’area di sosta per ospitare i camper dei turisti in visita a Viterbo, presto potrebbe diventare realtà. Le idee chiare, la tenacia e il desiderio di dare un contributo al turismo in entrata su Viterbo, sono stati ascoltati e soprattutto condivisi dall’amministrazione comunale.
Sono trascorsi quattro anni da quando chi scrive ha iniziato questa crociata in collaborazione con il quotidiano Nuovo Viterbo Oggi e recentemente, anche con il quindicinale “La Città” di Mauro Galeotti.
Onori quindi a tutti i promotori e sostenitori, ma ancor di più ai membri del consiglio comunale che nel dicembre del 2005, con delibera n. 129 avevano approvato all’unanimità un’area di sosta multifunzionale di circa cento posti che purtroppo ha dovuto fare i conti con diverse problematiche.
Tra queste ricordiamo le dimissioni del precedente sindaco di Viterbo sfociate in elezioni anticipate lo scorso anno, con tanto di commissario che dirottò su altri capitoli i finanziamenti destinati all’area sosta.

Noi non ci siamo arresi e non siamo stati presi per stanchezza e nell’ottobre scorso abbiamo organizzato unitamente al direttore dell’APT dottor Marco Faregna, un seminario sul turismo itinerante, rivolto ai sindaci della provincia di Viterbo, dove sono intervenuti relatori di valenza nazionale.
L’eco che tale iniziativa ha avuto nel settore del turismo itinerante, in poche ore ha raggiunto molti canali d’informazione specializzata nazionale, ed un quotidiano on-line con sede in Inghilterra.
La notizia del giorno, quindi, particolarmente attesa e sofferta, è il reinserimento in bilancio della somma di 50/60 mila euro, stanziati per la realizzazione dell’area di sosta.
Questo successo lo dobbiamo attribuire ancora una volta, in linea diretta, alla ferma volontà dei principali fautori della delibera 129/2005, i consiglieri Enrico Contardo e Maurizio Federici, sostenuti in quest’ultima decisiva fase dal vice sindaco Marcello Meroi, anch’egli rispettoso ammiratore dei turisti in camper.
Meritano, inoltre, un plauso tutti i consiglieri di maggioranza e opposizione che hanno votato favorevolmente la proposta. Meroi, Federici e Contardo, intervenendo al seminario dell’ottobre scorso presso il Palazzo Doria Pamphili di San Martino al Cimino, dopo aver ascoltato con attenzione i relatori, si erano assunti pubblicamente l’impegno che oggi hanno dimostrato di aver mantenuto: rimettere in bilancio l’importo necessario per realizzare l’area.
Rispetto ai cento posti deliberati nel 2005, la struttura destinata alla ricettività turistica ha indubbiamente risentito della situazione economica che grava sulle casse del Comune, visto che ora i posti ipotizzati sono scesi a venti.
Considerando, però, i tempi di magra e il luogo ideale individuato su un terreno adiacente l’Idisu in via Cardarelli, possiamo ritenerci ampiamente soddisfatti.
L’importante è avere al più presto un luogo dignitoso e ben attrezzato per fornire i servizi logistici necessari ai turisti itineranti.
Il resto si vedrà.
Maurizio Pinna


Gianfranco Sacco maestro FIN
Maurizio Pinna

Gianfranco Sacco, Maestro della F.I.N. e della ….vita
con i suoi 17 neo assistenti bagnanti

Informazione, affetto, gioia, sentimenti e riconoscenza, sono gli ingredienti di questo pezzo. Scopriamoli insieme fino alla fine.
La Società Sportiva Dilettantistica Nuoto Club di Viterbo, a conclusione del 2° corso di formazione per assistente bagnanti, svoltosi presso la piscina S.S.D. Nuoto Club Viterbo, ha rilasciato 17 brevetti di salvamento.
Il corso, diretto dal Maestro di Salvamento F.I.N. e Istruttore per le attività subacquee Maresciallo Gianfranco Sacco, è stato seguito dagli allievi: Albano Michele, Arcangeli Enrico, Bernini Lorenzo, Bracaglia Andrea, Campomaggiore Alessio, Ceccarelli Matteo, De Angelis Patrizia, Dionisi Sara, Fabbretti Marco, Fersini Mara, Fioravanti Giordano, Fortunato Riccardo, Maio Matteo, Muzzi Daniele, Pianura Alessandro, Politini Cristiano e Vitale Guido.
L’impegno dei ragazzi che hanno avuto la fortuna di essere formati da Gianfranco Sacco, un istruttore di grande spessore umano e professionale, plurititolato nelle discipline acquatiche di superficie e di profondità, è stato ulteriormente valorizzato dalla presenza del presidente della commissione esaminatrice, dottor Riccardo Capri, Fiduciario Regionale Laziale di Salvamento della F.I.N. e dal Prof. Gianni Baleani.

Riccardo Capri, personaggio di spicco a livello Nazionale per la sua trentennale esperienza nel nuoto e nel salvamento, è la figura più autorevole per controllare e certificare, presso le società sportive, i risultati raggiunti dai ragazzi che desiderano dedicarsi ad una professione di grande responsabilità sociale, destinata a preservare l’incolumità dei bagnanti.
A proposito di garanzie per i bagnanti, il maresciallo Sacco ha dato ampiamente dimostrazione di saper trasformare in pratica, tutti gli elementi teorici e tecnici assimilati nel corso della sua lunga ed impegnativa carriera nel settore del nuoto.
Molti ricorderanno, infatti, quando effettuò quell’impossibile salvamento di un giovane bagnante, rimasto privo di ogni minima funzione vitale per 30 minuti (dopo 6 minuti cessa ogni speranza di salvezza).
Un’attività di salvataggio che richiamò così tanta attenzione a livello nazionale, tanto da far ottenere al grande Gianfranco, prestigiosi riconoscimenti.
Il primo attestato istituzionale arrivò dalla V Circoscrizione di Viterbo (dal Comune sarebbe stato più appropriato).
Seguì il riconoscimento di benemerenza della F.I.N., consegnato personalmente dal Presidente, senatore. Paolo Barelli.

Nella stessa giornata arrivò il riconoscimento di Maestro Istruttore (colore oro) di Subacquea da parte del Presidente dell’ANIS, avvocato Diego Bartolani, fino a giungere all’Encomio Solenne del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, massima aspirazione per un professionista con le stellette, ricevuto direttamente dal Gen. di Corpo d’Armata Fabrizio Castagnetti.
Strano che sia mancato soltanto il riconoscimento del CONI. Sarà sfuggito?
Se vuole può ancora recuperare, perché il più grande e prestigioso riconoscimento sappiamo che è per strada e arriverà tra i doni di Natale prossimo.
Con un istruttore del genere, ai neo assistenti bagnanti rivolgiamo le nostre vive congratulazioni, sommate all’augurio che possano ripercorrere le orme del loro Maestro Gianfranco Sacco.
Maurizio Pinna


Gojerie viterbesi
Fabio Ernesti

ernesti-fabio(Segue dal numero precedente)
Altro personaggio indimenticabile era Gilberto. Svolgeva l’attività di sensale e il sabato mattina teneva contatti con i clienti a Piazza delle Erbe. Era un uomo robusto, giovanile rispetto alla sua età, indossava giacche di fustagno, camicia e cravatta e ombrello, sia in estate che in inverno,  fedele al detto: se non piove, pioverà.
Nel corso della mattinata si dedicava agli affari, poi finalmente arrivava il momento di interesse collettivo. Quando si formava un capannello di persone intorno a lui, Gilberto agganciava il manico dell’ombrello nel taschino della giacca, per avere le mani libere, e iniziava il racconto che riguardava episodi della Prima guerra mondiale alla quale aveva partecipato.
“Eremo sul monte Grappa e il generale m’eva detto di fa’ un giro d’esplorazione, perché io adero bersagliere bicicolista. Avevo la bicicoletta meqquì” (e con la mano indicava l’avambraccio sinistro dove, sulla divisa militare, aveva il distintivo).
 Il racconto proseguiva con scelta di vari episodi che però tutti culminavano con l’impiego delle famose cannonate a sdrappene.
Necessita un’annotazione. Lo Shrapnel è un tipo di proiettile a frammentazione per artiglieria inventato nel 1784 dall’ufficiale inglese di artiglieria Henry Shrapnel e venne ampiamente usato durante la Prima guerra mondiale, la sua efficacia scoraggiò la concentrazione di truppe sul campo di battaglia e contribuì a far diventare il primo conflitto mondiale una guerra di trincea.

Gilberto, come tanti disgraziati compagni di quell’orribile guerra, aveva subito i cannoneggiamenti di quell’arma tremenda e si era poi costruito il personale convincimento di essere stato l’artigliere di una poderosa bocca di fuoco che sparava le micidiali cannonate, da lui chiamate a sdrappene.
Nei racconti naturalmente mimava tutte le operazioni di puntamento del cannone, elencando le coordinate di tiro e i dettagli di artiglieria, preferita era “alzo zero a mitraglia”.
Un episodio tra i più celebri: dopo giorni di digiuno perché non arrivava il rancio, vedendo un grande stormo di uccelli, Gilberto azionò il suo cannone a sdrappene, ma avendo sbagliato di poco l’alzo, il proiettile  sfiorò gli uccelli falciando le zampette che caddero a migliaia e servirono a sfamare il plotone  per una settimana.
Un altro:  una grande casa era sul confine, in mezzo alle due trincee, il nemico era al di là e si era nascosto al riparo della casa abitata, allora Gilberto ebbe un’idea geniale, disse ai contadini che l’abitavano di aprire le finestre sui due lati della casa e poi sparò una cannonata a sdrappene che entrò in una finestra, uscì dall’altra e colpì con precisione le linee austriache.
In un’altra occasione nella trincea era rimasto lui e altri due compagni, perché gli altri erano stati uccisi dai gas asfissianti, quando ricevette la telefonata del generale Armando Diaz (Capo di Stato Maggiore) che lo pregava di resistere al prossimo attacco austriaco, Gilberto rispose “Armandì, sta’ tranquillo”, dimostrando di conoscerlo bene e di non essere tra quelli che credevano si chiamasse Firmato, perché il bollettino della Vittoria termina con le parole Firmato Diaz. Insieme ai due compagni disposero le cento mitragliatrici lungo la trincea e quando iniziò l’attacco sparavano spostandosi da un punto all’altro.
Alla fine gli Austriaci si arresero e a braccia alzate si avvicinarono alla trincea, quando videro i tre avversari, stupiti, dissero “tre soli, credevamo almeno dodici cento!” e Gilberto rispose “tre, ma saltavamo come palle d’elasteco“.

L’alternativa agli episodi della guerra erano quelli della caccia.
Un giorno Gilberto aveva cacciato e ucciso molta selvaggina, gli era rimasta una sola cartuccia quando vide passare a bassa quota uno stormo di dieci palombacci, aprì la cartuccia, vide che conteneva solo nove pallini di piombo, allora avendo le scarpe con le suole chiodate, rapidamente tolse una bolletta che aggiunse ai pallini, chiuse la cartuccia sparò  colpendo i volatili. Andandoli a raccogliere li contò solo nove, era contrariato perché credeva di aver mancato un bersaglio, ma poi vide il decimo palombaccio con l’ala inchiodata dalla bolletta in un vicino albero. Il conto tornava.
Quando andò in Jugoslavia a caccia, entrò in una riserva protetta, dove era un cinghiale gigantesco, si appostò, lo vide, era enorme “almeno dieci quintali” con un colpo preciso lo uccise, sentì però che arrivavano i guardiacaccia e si nascose. I guardiacaccia guardarono l’animale morto e poi ad alta voce dissero “Gilberto, esci fora, lo sapemo  che sei stato tu, perché solo tu potevi ammazza’ un cinghiale così grosso!”.

Quando i negozi abbassavano le serrande, Gilberto capiva che era l’ora di pranzo, salutava i suoi numerosi e fedeli ascoltatori che sciamavano commentando i racconti della giornata. Gigetto, il cameriere dell’Antico Angelo, in giacca  e camicia bianca, cravatta e pantaloni neri, con il tovagliolo sul braccio, a passi di tip-tap , ritornava al lavoro, richiamato dal titolare Gervasio, Giulio Cappetti partiva con il suo taxi  Fiat 509 e andava a prendere la zia Eugenia, che gestiva lo chalet di Porta Romana, per accompagnarla a pranzo, il posteggiatore Enrico Toti (così chiamato bonariamente, perché privo di una gamba e munito di stampella) si toglieva il berretto con visiera e terminava il servizio, il vigile urbano Petroselli, imponente nell’impeccabile uniforme, si avviava verso il Comando di piazza del Comune, Toto ritornava alla trattoria “Tre Re” dove la moglie Amelia già da alcune ore trafficava in cucina, Sigaro, il maresciallo della P.S. in borghese, con cappello e l’immancabile mezzo toscano in bocca, raggiungeva la Questura in via Saffi. In pochi minuti la brulicante Piazza delle Erbe si spopolava e restavano solo i quattro leoni della fontana che sembravano stupiti dall’improvviso silenzio.
Fabio Ernesti


Il terremoto

Agnese Galeotti

AgneseSplinderLunedì è tremata la terra in Abruzzo. Migliaia le vittime tra feriti e morti. Bambini… tanti bambini. Il sisma traditore ha colpito durante la notte, assetato di morte. Le case ridotte in polvere come le vite di chi in quel disastro ha perso più di una abitazione… Vedendo i telegiornali la cosa che mi ha colpito di più è stata vedere la gente intorno alle macerie. A separarla dai propri cari sotto un mucchio di cemento, un cordone di militari, di addetti alla protezione civile.
I vigili del fuoco scavavano tra cemento, polvere, pareti crollate per raggiungere una voce, un lamento, una luce o un rumore che potesse esser vita. Ad un certo punto ecco tirar fuori  da quell’inferno un sopravvissuto. I parenti con il cuore impazzito di angoscia e speranza premevano sul cordone di uomini per poter carpire un particolare da quel corpo sdraiato su una barella.
Un piccolo segnale che potesse dar luce a quella speranza infondo al cuore, a quel desiderio incolmabile che quella mano, quel jeans strappato,  quella scarpa fosse del proprio caro disperso….

Tanto dolore è stato provato in questi giorni, il dolore lancinante di chi la sera prima festeggiava un cinquantesimo di matrimonio con i nipoti, gli stessi schiacciati dalle mura che poche ore prima erano un dolce e caldo focolare casalingo, poi diventate assassine.
Quante volte riusciamo a governare la natura, ad usarla, a consumarla per i nostri comodi come fosse schiava dei nostri bisogni… Ma quando poi accadono tali disgrazie capiamo quanto impotenti siamo se la natura si sfoga in tutta la sua forza.
Quanto siamo piccoli e indifesi schiacciati dalla sua immensità. Un pensiero va a tutte le vittime, dai bambini agli anziani. Un pensiero per i sopravvissuti ai propri cari. Uno per quelli che non hanno più niente, che hanno perso tutto ma che possono ancora stringersi in un abbraccio. Un pensiero ai militari, ai pompieri, ai ragazzi della Protezione civile e a tutti i volontari che hanno dato aiuto a chi ne aveva bisogno.
Ora trovate il coraggio di ricominciare, sperando che le istituzioni, che il Governo, non facciano come al solito i propri comodi lasciando per anni le famiglie vittime di certi disastri da sole, come già successo in passato!
Agnese Galeotti


La Forza dei Viterbesi
Maurizio Pinna

Nasce una nuova Associazione, La forza dei viterbesi, voluta e fondata da Giulio Marini per continuare a dare un contributo al territorio, mantenendo vivi gli ideali, i valori e le idee che da 15 anni uniscono i militanti e i cittadini al movimento politico creato da Berlusconi.
Un contenitore, come lo definisce il sindaco Marini, che mira a rimanere il punto di riferimento di tutti gli amici che hanno animato le fila di Forza Italia. Non solo; grazie all’associazione, assicura Marini, oggi sarà possibile attrarre tante persone che vogliono dare il loro contributo di idee e di professionalità nell’interesse del territorio, fino ad ipotizzare la creazione di un centro studi, un comitato tecnico scientifico, commissioni tematiche e tutto ciò che le logiche di partito non hanno consentito in precedenza. Nel corso dell’incontro di presentazione, tenutosi sabato 21 marzo nella gremita Sala Congressi de La Domus a La Quercia, non sono mancati i riferimenti all’impegno di Marini, così come ai risultati raggiunti per il territorio, sin da quando amministrava la Provincia.

“Oggi l’impegno continua con grande attenzione per l’ambiente”, sottolinea Marini, evidenziando con chiare lettere che “l’ambiente è di tutti coloro che lo rispettano. Noi dobbiamo preservare questo territorio così bello, ma che logicamente deve vivere. Lo dobbiamo utilizzare nel miglior modo possibile, ma naturalmente dobbiamo creare le condizioni per uno sviluppo armonico e sostenibile”. Da un breve accenno dei programmi elettorali presentati da Forza Italia per le provinciali nell’anno 2000, emerge a chiare lettere chi parlò per primo della costituzione del parco dell’Arcionello. “Il rispetto per l’ambiente non è una prerogativa di pochi”, chiarisce Marini e lo sottolinea, come se volesse prendere le difese di tutti coloro che quotidianamente sono accusati di catastrofismo ambientale, per il solo fatto di non appartenere a certe ideologie. “Questo non è un valore di sinistra, ma è un valore appartenente a chi ama, a chi crede, a chi vuole dare risultati al proprio territorio”.

Un’associazione, però, ha motivo di esistere se esistono gli iscritti e per questo, nel corso della conferenza, si invitano gli amici presenti e assenti ad iscriversi presso la sede di via Gargana. Inutile dire, con rispetto verso tutti gli altri intervenuti, che il pubblico aspettava l’intervento di Giulio che finalmente arriva con la sua proverbiale chiarezza ed onestà che lo contraddistingue: “Lo sviluppo dell’aeroporto ci potrà essere qualora tutte le pedine che stiamo muovendo, possono essere messe nella stessa maniera, nel posto giusto, nel modo giusto. L’aeroporto potrà essere sicuramente un veicolo di sviluppo provinciale”. Marini, però, è un politico abituato a decollare con l’entusiasmo, solo quando siede dentro un aereo con le cinture già allacciate, non prima, quindi rimanda le maggiori gioie a cose fatte. Soprattutto mostra un grande rispetto per la disperazione della gente che spera in una occupazione, divenendo troppo spesso facile preda di gratuite e disgustose promesse da parte di millantatori: “Non promettiamo posti di lavoro, non promettiamo incarichi a nessuno. Promettiamo lo sviluppo provinciale”, dichiara con la massima chiarezza il sindaco. E giustamente non poteva promettere altro, non essendo in atto alcuna ricerca o selezione di personale da destinare allo scalo aeroportuale. Cari cittadini in cerca di occupazione, siete stati avvisati, se vi fate fregare la colpa è anche vostra.

La conclusione di Marini, relativa all’aeroporto, alle opere stradali e ferroviarie accenna ad un solo timore, serio, lecito, non allarmistico, ma generalizzato in tutto il paese; l’attuale crisi economica. Marini, però, tranquillizza e assicura che tutto ciò che si potrà avere nei tempi più ragionevoli possibili, sarà sicuramente oggetto del suo personale impegno. In sintesi, anche se tutto procede per il meglio, non è stata ancora realizzata materialmente alcuna opera, quindi il livello di guardia non deve assolutamente scendere di tono.
Pinna Maurizio


Ricordi bagnaioli
Pietro Gregori

Gregori-pietroNona puntata
Nel 1936 la nostra partenza estiva per Bagnaia fu molto anticipata, ma noi ragazzi rimanemmo molto contrariati in quanto non trovammo i cugini Milioni, che erano andati al mare.
Inoltre la Villa Lante, non so perché, rimase chiusa per tutta la stagione, per cui quando finalmente i cugini arrivarono dovemmo organizzare qualche passatempo alternativo.
Ormai eravamo alquanto cresciutelli e quindi ci potevamo permettere di allontanarci un po’ più da casa, senza accompagnatori adulti.
Nostre mete erano in linea di massima luoghi già conosciuti per esserci andati anche in anni precedenti, come ad esempio una località chiamata "Baldoria", cui si accedeva, col gentile permesso dei proprietari (la famiglia Quadrani), passando da un viottolo in discesa, dopo essere entrati in un cancello, sul quale fino a pochi anni fa era ancora scritto "Acqua Zita", posto sulla sinistra della strada che conduce alla cosiddetta "Fontana del bacio".
Si tratta di uno spiazzo situato alle falde di quello sperone che si trova poco prima della confluenza dei due fossi che si uniscono quasi sotto al ponte a ferro di cavallo sulla via Ortana. In quella radura era stata collocata, appesa ad un grosso albero, una efficientissima altalena le cui corde erano lunghe almeno cinque metri.
Molto più divertente, però, era per me recarmi alla fornace elettrica nella quale lo zio Nino  era un dirigente.

Il motivo principale del mio interesse per tale fornace era costituito dalla presenza di carrelli per trasportare il materiale che scorrevano su binari Decauville.
Uno di questi binari era posto in leggera discesa e noi ragazzi ci divertivamo un mondo a farci scarrozzare da quei piccoli veicoli che per noi erano come dei minuscoli tram. In fondo al pendio era collocata una piattaforma girevole con la quale il carrello poteva venir istradato su un binario, perpendicolare al precedente, che si inoltrava in mezzo a delle piccole tettoie sotto le quali i mattoni crudi erano posti ad asciugare.
Quello che purtroppo mancava erano gli scambi veri e propri, la cui presenza avrebbe reso ancora più interessante il tutto.
Altro passatempo era quello di salire sulla sommità di cumuli di mattoni già cotti e pronti per essere trasportati altrove, che noi usavamo come se fossero dei fortini, alla stregua di quanto avevo visto fare nel film "I ragazzi della via Pal". Per rendere più verosimile la cosa noi usavamo togliere alcuni mattoni dalla parte centrale di ciascun cumulo per disporli intorno a mo' di parapetto.

Qualche volta per salire sui "fortini" alcuni mattoni esterni crollavano sotto il nostro peso e finivano sui piedi di qualcuno.
Naturalmente queste iniziative non rimanevamo affatto simpatiche al personale della fornace che faceva del tutto per contrastarci. Allora non rimaneva che comportarci con serietà e metterci ad osservare le varie fasi della lavorazione che in effetti era notevolmente interessante.
A farci da guida in questo tipo di esplorazione era Corrado Milioni, un meccanico della fornace e lontano parente di mia madre, il quale trattava noi ragazzi sempre con molta affabilità.
La fornace propriamente detta era costituita da una lunga costruzione di forma ovale sul perimetro della quale si apriva una serie di forni a camera il cui numero era pari a quello dei giorni occorrenti per ottenere la cottura dei mattoni.
Ogni giorno, in pratica, mentre si svuotava un forno, si cominciava a riempire quello successivo, mentre quello ancora appresso si riforniva di fascine di legna e si murava. Alle fascine veniva dato fuoco utilizzando alcuni fori posti sul tetto dei forni. Come combustibile venivano usate anche le bucce delle nocciole di cui esisteva un magazzino pieno.
Alla sera toccavo il cielo con un dito se lo zio Nino acconsentiva a darci un passaggio in automobile per tornare in paese. Se questo non era possibile e dovevamo farcela a piedi, il più delle volte passavamo lungo la linea ferroviaria (camminando "ferrovia-ferrovia" come dicevano i paesani), la qualcosa ci consentiva di ridurre il percorso di almeno un terzo, riprendendo la strada normale non appena attraversato il ponte "Rico".

Un anno (forse nel 1937) durante un'escursione alla fornace suddetta, ci venne in mente di salire sulla collina dal cui "ventre" veniva prelevata l'argilla necessaria per fabbricare i mattoni, sulla sommità della quale era stata costruita la piccola polveriera dello stabilimento.
Dopo aver sostato per qualche minuto presso la stessa, che peraltro non presentava per noi alcun interesse, ci incamminammo per continuare il nostro "giro d'ispezione", ma quasi contemporaneamente fummo scorti da un guardiano, al quale la nostra presenza in quel sito apparve subito di una gravità eccezionale, talché, urlando come un ossesso, si precipitò verso di noi brandendo una grossa roncola.
Naturalmente, scappammo tutti via a gambe levate dividendoci a raggera, ma io, pur non essendo partito per ultimo, mi accorsi ben presto che quell'uomo aveva preso di mira proprio me. Sentendomi perduto, cercai allora di aumentare la velocità, ma per fortuna, dopo aver percorso un'altra quindicina di metri, mi resi conto che l'inseguitore, che non era affatto giovane, aveva desistito dal rincorrermi.

Nei dintorni di Bagnaia si trovavano diverse altre fornaci di laterizi. La più vicina, gestita da un Milioni, distava poche diecine di metri dal ponte “a ferro di cavallo”, aveva un solo forno e vi si producevano quasi esclusivamente tegole e coppi per coprire i tetti e pianelle per pavimenti. Vi hanno lavorato alcuni parenti da parte di mio padre. Al contrario di quanto accadeva alla fornace elettrica, dove i mattoni si fabbricavano meccanicamente, qui il lavoro era veramente artigianale ed ogni pezzo veniva confezionato a mano con l'uso di stampi. In località Caldano, alle falde del Montecchio, c'era poi la fornace di Argeo Milioni, anch’essa a lavoro manuale, ma lì, data la distanza da Bagnaia, ci sono andato una sola volta, credo nel 1938. Ovviamente la fornace elettrica, detta "il fornacione", fu meta di nostre spedizioni anche negli anni a seguire. (Continua)
Pietro Gregori


Imprenditori
Patrizia Labellarte

fotopatrizialabellarte2Giovani Imprenditori: “Noi pronti a sfidare la crisi”.
“Dallo stato di salute dell’imprenditoria giovanile italiana alle potenzialità occupazionali dell’artigianato fino ai problemi di accesso al credito”. 
Questi ed altri ancora i temi affrontati in occasione dell’Assemblea nazionale dei  Giovani Imprenditori di Confartigianato tenutasi dal 6 al 7 marzo al Convitto della Calza di Firenze. 
“Sfidare la crisi”: è il grido di allarme con cui il Presidente Marco Colombo  ha aperto una delle tre tavole rotonde organizzate nelle due giornate, palcoscenico di innumerevoli e importanti interventi tra i quali: il Ministro per la funzione pubblica Renato Brunetta, il leader dell’UDC Pierferdinando Casini ed i massimi esponenti delle parti sociali, il segretario nazionale della Cisl Raffaele Bonanni e il Presidente di Confartigianato, Giorgio Guerrini.
Nella tavola rotonda “I giovani e la piccola impresa: una risorsa per il Paese”, Colombo ha così osservato:“Abbiamo bisogno di dare forza ad un sistema delle piccole imprese attraverso l’occupazione e contribuire alla sua crescita liberandolo da vincoli impropri. In primo luogo abbiamo bisogno di ridare valore sociale e dignità al ‘saper fare’. Anche per dare una risposta all’emergenza di manodopera’ nelle nostre imprese.

Sono molte, infatti, le piccole imprese che non trovano personale, soprattutto specializzato. Nell’artigianato le opportunità di lavoro non mancano e sono proprio le micro e le piccole imprese ad aver creato nel 2008 più dell’80% dei nuovi posti di lavoro”. “Le imprese, ed in particolare i giovani imprenditori non vogliono privilegi o aiuti. Vogliamo solo poter lavorare, poter aver accesso al credito, poter essere liberi da quei lacci e lacciuoli che comprimono la nostra capacità competitiva, la nostra creatività, la libertà di fare impresa, la fierezza di sentirci artigiani. Perché libertà e fierezza sono per noi due valori importanti”- ha sostenuto senza esitazione il Presidente Colombo.
Un’iniziativa, questa, che dimostra quanta è la voglia dei giovani imprenditori di mettersi in gioco, di crescere non solo per migliorare il loro settore ma anche per garantirsi e garantire a chi è meno fortunato un futuro decoroso.
Patrizia Labellarte


Gasometro che fine farai?
Agnese Galeotti

fotoagnese1Passando per Porta Faul con la macchina mi sono soffermata a guardare le condizioni in cui desta il vecchio deposito del gas, il cosiddetto Gazometro.
In tempi più recenti usato come sede del Centro Sociale. Poi in seguito il luogo fu isolato e circondato da reti in plastica color arancione, come quelle che si usano per i lavori in corso.
Ma di tali lavori neanche l‘ombra…
Perché è tutto lasciato finire in malora?
Sembra tutto un immondezzaio, erbacce, scritte sui muri, degrado totale. Ma non è finita!
Di fronte  alla struttura si trova il vecchio mattatoio. Se non sbaglio era in preventivo un progetto per il quale lo stabile, oramai in condizioni precarie, doveva essere trasformato in un museo della ceramica.
Ma a quando l’inizio dei lavori?
A me pare che sia tutto fermo, per non parlare della sporcizia tutta intorno all’edificio. Addirittura vi è uno stendino gettato in terra vicino alla porta di entrata!
Inoltre attaccato alle mura dell’ex mattatoio è un vecchio fontanile, senza acqua da anni.
La vasca dello stesso è piena di immondizia, di scarti di cartelloni pubblicitari, cartacce e altro.
Perché quella zona deve essere così abbandonata a se stessa? E dire che si trova proprio nei pressi di una delle porte della città e ad un grande parcheggio!
Sindaco Marini, prenda provvedimenti al riguardo, perché è un vero peccato che tutto finisca in questo stato, ne perde il prestigio della nostra città.
Agnese Galeotti


Circolare urbana e buone ricette
Pantaleo Spagna

Spagna foto cittaNei tempi passati, non esistendo gli elettrodomestici, era in uso a Viterbo l’utilizzo dei lavatoi pubblici. Le popolane si recavano in questi siti per lavare gli indumenti delle loro famiglie. Il lavatoio svolgeva una funzione sociale come sito d’incontro e mentre si lavavano i panni, le donne parlavano tra loro, commentavano i fatti del giorno, spettegolavano di questo o di quello, insomma; una cantava, una smoccolava, altre lavavano i panni altrui.
Oggi i lavatoi rimasti, sono pochi, antichi, belli, ben conservati dopo il restauro voluto dall’Amministrazione, infatti, fanno parte del patrimonio culturale di Viterbo. Se vuoi, Tu che leggi, li puoi trovare in piazza della Vite, in via delle Monache, sotto il ponte del Duomo, al Cunicchio, a Piano Scarano sotto le mura, via san Gemini che guarda le Caprarecce, valli a vedere e resterai contento.
Uso i mezzi pubblici urbani con l’abbonamento anziani e di solito viaggio sulla circolare. Si prende il bus, per non usare le auto, per evitare intralci alla circolazione veicolare e aumentare il gas serra, per spostarsi da un luogo all’altro della città.
Gli utenti dei bus sono svariati, c’è il normale viaggiatore e c’è chi li usa per una passeggiata, per passare il tempo, per conoscere persone e socializzare (di solito sono persone anziane). Tra queste persone, si sentono dialoghi dei più svariati: “Hai visto che la Nina è stata ricoverata in clinica, al Pilastro hanno fatto i marciapiedi novi, oggi annamo a prenne un caffè a Grotte e poi tornamo subito, tizia ha messo le corna al marito, sul giornale dicono che aumentano le pensioni”.

Insomma si sentono dire le cose più svariate.
Ad una fermata, sul bus dove viaggiavo, sale una signora anziana con la borsa della spesa, piena di vita, sorridente e appena salita dà uno sguardo intorno e vista una sua conoscente le si siede accanto e tra loro incomincia un dialogo che mi è subito sembrato interessante.
“Sora Graziella come state? Dove sete stata? Cosa fate a pranzo? Senza dare tempo alla Graziella di rispondere, Anna riprendeva a parlare velocemente. Io oggi faccio la coda alla vaccinara perché al mi’ marito Gino, je piace tanto”.
Graziella finalmente parla e chiede alla sua amica Anna: “Come la fate la coda?”.
“Non lo sae come se fa, so annata dal macellaro, ho scelto una bella coda di manzo, me la so fatta spezza’ per bene, poe a casa se lava e preparo in un tegame, un bel po’ di cipolla tritata fina fina.
Subito dopo aggiungo la coda e comincio a girarla spesso, piano piano, lentamente, ci metto un bel bicchiere di vino bianco o nero come capita, si comincia a senti’ un buon odorino che ti solletica il naso, quando il vino è evaporato, aggiungi acqua calda per allungare la cottura. Mentre la coda cuoce, preparo il sedano a pezzi, e quando la coda comincia ad essere tenera, metto nel tegame sale, pepe e peperoncino. Col peperoncino io abbondo perché dopo, tu lo sae… alla fine della cottura metto il sedano nel tegame che gli dà il profumo e il sapore e la coda è pronta per la tavola.

Ae da vede, appena Gino rientra a casa, sente il profumo della coda, sorride e subito vuole mangiare. Ai primi bocconi, sente la grandezza dei sapori sul palato, mi guarda, mi sorride e i suoi occhi a palloncino gli diventano umidi e mi sussurra; bona, bboona, bbbbona ‘sta coda. Io mi sento gratificata da quel complimento. Gino appena finito di mangiare, allunga le zampe sotto il tavolo, le braccia su la panza e s’addormenta. Nel sonno lo vedo sorridere, ripensa alla coda che s’è magnato”.
Mentre Anna prende fiato, la Graziella le dice: “Il giorno prima so’ annata a cicoria per i campi, perché quella del mercato non me piace, è piena d’erbarelle.
La fo così: dopo aver lavato la cicoria, nella pentola, metto un aglio intero, la mentuccia e il peperoncino e due pomodorini, je do una lessatina alla verdura e la verso nel tegame, aggiungo sale, olio e acqua calda per allungare la cottura, alla fine aggiungo altra mentuccia fresca e uovo intero.
Preparo nel piatto due fette di pane casereccio e verso sopra la zuppa, sopra l’ovo e un filo di olio extra vergine d’olivo e solo il profumo invoglia a mangiarla”.
Intanto la signora Graziella è arrivata alla fermata, saluta e scende.
Per ascoltare il dialogo delle due signore, la mia fermata era passata da un pezzo e scendendo dal bus, mi avviavo così a piedi verso il mio appuntamento, pensando alle ricette delle signore suddette.
Pantaleo Spagna


Un sentimento “Nei secoli fedele”
Maurizio Pinna

Caro Fabio Ernesti, pubblicamente hai elogiato i miei semplici ma sentiti articoli e pubblicamente desiderò ringraziarti per manifestarti la stessa ammirazione che provo nel leggere i tuoi interventi.
Ora, però, ho anche capito lo spirito che ti muove e l’ambiente dove hai coltivato tali ideali. Il tuo ambiente è stato la Bandiera, l’appartenenza all’Arma dei Carabinieri e il prodotto finale, quindi, non poteva che essere di grande spirito, passione e valore per la nostra Patria Italia.
E’ stata bellissima la tua espressione: “Nella vita civile, in molte situazioni difficili, ho agito pensando di  avere ancora  gli alamari intorno al collo, perciò comportandomi con onestà e dignità”.
Non a caso il motto dell’Arma è Nei secoli fedele. Una forza positiva e di altruismo che  entra nelle famiglie dei militari dell’Arma e, aggiungo con convinzione e dati di fatto, di tutti i Corpi di Polizia e Armati dello Stato. Se poi questi valori sono stati esasperati dalla sofferenza e dalle situazioni storiche che te hai ricordato,  allora diventano dei pilastri irremovibili che ti danno la possibilità di trovare tanta di quell’energia da trasmettere agli altri. E’ così che si tramandano le buone cose.
Con ammirazione e simpatia.
Maurizio Pinna


Al Bulicame

Uno spicchio di luna,
sospesa nel blu della notte,
sorride a questo lembo di terra,
baciato da felice destino.

Sorride la luna,
si specchia quaggiù.
Riflette bagliori argentati.
Schegge di luce e mistero.

Surreale silenzio.
Soffuso odore dell’acqua,
genesi di vita.
Contorni sfumati da vapore e magia.

Immersa nel  caldo ruscello,
di antica memoria,
trovo ristoro.
Tenui carezze bagnate,
di pura emozione.

Perdo coscienza del tempo, qui,
l’infinito mi appartiene.

Lorena Paris

postato da: Spvit | 09:35 |